
Nel 2002, quando Mohamedou Oul Slahi fu portato prigioniero da «qualche luogo oscuro del mondo» al carcere installato dagli Stati Uniti nell’illegale base di Guantánamo, il presidente statunitense era George W. Bush, l’autore della «crociata contro il terrorismo» e delle invasioni in Iraq e in Afganistán Il 20 agosto scorso l’attacco di un drone statunitense ha ucciso 12 membri di una famiglia, tra questi sette bambini, a Kabul, la capitale dell’Afganistan.
L’ordine lo ha dato il presidente Joe Biden, che aveva deciso di togliere le forze militari del suo paese dalla terra afgana e la giustificazione del fatto l’ha resa pubblica Mark Milley, capo dello Stato Maggiore Congiunto degli Stati Uniti, che ha detto alla stampa:«Crediamo che i procedimenti siano stati eseguiti correttamente e che sia stato un attacco giusto».
Riassumendo, si può pensare che per i governi statunitensi – democratici o repubblicani- la tortura ai prigionieri come quelli di Guantánamo, o il citato attacco che ha ucciso i bambini afgani, sono pienamente giustificati.
Nel primo, caso, l’ex prigioniero Slahi, fu detenuto e torturato tra il 2002 e il 2016 nella citata prigione senza nessuna accusa.
Queste realtà sono state esposte dalla catena pubblica di televisione della Germania-NDR- che aveva intervistato in un’investigazione congiunta con il settimanale Dir Zeit vari ex militari nordamericani che avevano partecipato alle torture dei prigionieri rinchiusi nell’illegale carcere.
Uno dei militari identificato come Mister X, aveva narrato la forma in cui torturavano i prigionieri, tra i quali il mauriziano Slahi, al quale applicarono tecniche avanazate di tortura, alla ricerca di una confessione su presunti vincoli con Osama Bin Laden.
Mister X si vanagloria della sua esperienza in Afganistan e in Iraq.
Una analista del gruppo di ex militari ha confermato che «i metodi speciali d’ interrogazione nel caso di de Slahi erano stati approvati personalmente, dal capo del Pentagono dell’epoca, Donald Rumsfeld.
L’ex prigioniero mauritano ricorda che uno dei suoi torturatori gli rovesciava addosso secchi d’acqua gelida.
«Volevano che confessassi, ma anche se avessi avuto qualcosa da dire non lo potevo fare perchè presentavo sintomi d’ipotermia», ha spiegato Slahi, di 51, anni citato da EFE.
Nel 2003 Slahi aveva ricevuto una lettera apparentemente ufficiale del Dipartimento di Stato, nella quale lo si minacciava di portare sua madre a Guantánamo e lasciarla in balia dei detenuti, se lui non avesse confessato.
In un’intervista a NDR, il capo del gruppo d’interrogazione, Richard Zuley, commissario di polizia di Chicago, aveva sottolineato al rispetto che la minaccia di far violare sua madre contenuta nela lettera falsificata aveva fatto cadere molte lacrime sul suo volto.
Alcuni mesi dopo una macchina della verità aveva permesso di stabilire che la confessione di Slahi, dopo le minacce di violare sua madre, consisteva essenzialmente in informazioni false e una ripetizione della prova aveva confermato il sospetto. ( GM – Granma Int.)





