ORGANO UFFICIALE DEL COMITATO CENTRALE DEL PARTITO COMUNISTA DI CUBA
Manifesto della pellicola

Michael Moore ritorna con quella che possibilmente sia la sua pellicola più incisiva dopo Fahrenheit 9/11, quell’allegato contro George W. Bush realizzato nel 2004.

La nuova pellicola rovescia il titolo del classico e lo trasforma in Fahrenheit 11/9, data della vittoria elettorale di Donald Trump, avvenimento che sorprese tutti e fece domandare al cineasta “com’è stato possibile”, e in che maniera sii può spiegare come un politico bugiardo, megalomane e razzista si mantenga al potere, annunci intenzioni di rielezione ed anche, tra lo scherzo e l’ironia raccolte nella pellicola, lasci intravedere le possibilità d’estendersi nella Casa Bianca per 16 anni.

Accomodato in questo placido sintomo di permanenza, Fahrenheit 11/9 sviluppa la tesi che gli Stati Uniti potrebbero passare dal ciclo neoliberale imperialista a un controllo più rigoroso e anche maniacale.

Stabilisce un parallelo tra l’arrivo al potere di Trump e Adolfo Hitler e si permette di mettere parole del mandatario statunitense nella bocca del führer durante un discorso di fronte ai fedeli seguaci del nazismo.

Un riferimento contemporaneo a un controllo globale di volti fascisti ai quali si possono sommare altri della cupola internazionale – lo suggerisce Fahrenheit 11/9, mentre incita ad impedirlo ad ogni costo – e lo spettatore non può fare a meno di pensare al clonato Bolsonaro e in altri simili che stanno giungendo e alla cospirazione internazionale che ora si articola contro il Venezuela.

Fahrenheit 11/9 non è senza dubbio un tiro a segno a tempo completo contro Trump. Ripartisce rimproveri e sarcasmi anche contro i democratici e ai loro rancidi dirigenti che non hanno previsto che l’arrogante magnate poteva approfittare degli svarioni dei loro contrari per giungere alla Casa Bianca.

Hillary Clinton, Obama, il Partito Democratico (facendo imbrogli a Bernie Sanders nelle elezioni) e altri si trasformano –secondo Moore– nei responsabili diretti di un errore che oggi paga l’umanità.

Dopo i riferimenti a questi momenti incredibili nei quali l’elettorato democratico piange davanti al trionfo di Trump, il film passa a situazioni deplorevoli del paese e dà voce a coloro che dirigono e a coloro che criticano - questi ultimi studenti, lavoratori, gente umile – con un potere testimoniale di alto impatto.

Due ore durante le quali il cineasta si muove in un terreno stilistico che lo ha fatto risalire negli anni, con forti rivelazioni, umorismo nelle sue varianti più diverse, irriverenze, analisi nelle quali difende le sue convinzioni a cappa e spada, con una partecipazione personale nei fatti e nel caso che ci occupa, e un forte pessimismo per il futuro del suo paese.

Questa visione apocalittica – non è cambiato niente dal 2001, suggerisce il film – è placata solo dalla speranza posta in giovani pensanti come quelli che hanno partecipato a uno sciopero di massa degli studenti o che hanno realizzato un’ondata di protesta nella nazione, partendo dal massacro di Parkland. Ugualmente, c’è spazio per volti nuovi non professionali, che si avvicinano alla politica con un discorso rinnovatore e di forti radici sociali, che non ha nulla a che vedere con la tradizionale politicheria del sistema.

Una messa a fuoco speciale va allo scandalo avvenuto nell’impoverita località di Flint, in Michigan, dove il governatore ha costruito un nuovo canale che ha diviso le acque in due: quelle pulite per la nuova fabbrica della General Motors, e quelle inquinate dal piombo indirizzate al consumo della popolazione. Questo ha provocato malattie e morti, soprattutto tra i bambini.

Michael Moore approfitta di questa tema per riferirsi alla delusione provocata da Obama durante una visita nel luogo, perché mentre la popolazione pensava che era lì per appoggiare la sua lotta, il mandatario aveva chiesto in un discorso

un bicchiere del criticato liquido, si era bagnato le labbra e aveva detto che non c’erano problemi.

Verso la fine, Trump ritorna nel discorso del cineasta, che si accanisce contro l’ignoranza e l’indifferenza di molti di fronte alle realtà che necessitano di una popolazione attiva cha apra gli occhi davanti alle barbarie che si commettono di fronte a lei: «Trump è il nostro Frankenstein e noi siamo il suo dottor Frankenstein», aggiunge.

Il film dedica tempo ad analizzare come i media della comunicazione sono caduti nelle trappole di Trump la cui ossessione principale è la pubblicità aumentare l’audience a qualsiasi costo.

La realizzazione di Fahrenheit 11/9 è cominciata dopo la vittoria di Trump, e Moore ha lavorato per due anni prima di concludere la pellicola e l’ha terminata con urgenza per poterla proiettare al Congresso prima delle elezioni legislative, nel novembre scorso, nelle quali i repubblicani hanno perso il controllo della Camera.

Prima d’essere applaudito in maniera scrosciante nel debutto della pellicola durante il Festival di Toronto, Michael Moore aveva scritto che Trump «era il risultato logico di una lunga spirale in discesa terminata con uno dei nostri più odiati cittadini che ha conquistato il nostro ufficio più poderoso».

Presto la potremo vedere. ( GM – Granma Int.)