ORGANO UFFICIALE DEL COMITATO CENTRALE DEL PARTITO COMUNISTA DI CUBA

Dopo decenni di documenti segreti che coprivano sabotaggi e piani di destabilizzazione, la nuova direttiva presidenziale di Obama sulla politica verso Cuba è stata resa pubblica il 14 ottobre.
Il mandatario degli USA ha detto che: “Il documento ha una messa a fuoco integrale e comprende tutte le istanze del Governo, con l’obiettivo di rendere irreversibili le trasformazioni degli ultimi due anni”.
“Promuove la trasparenza lasciando chiare le nostre politiche e intenzioni”, ha aggiunto.
L’assessore della Sicurezza Nazionale , Susan Rice, è andata più in là, riconoscendo che nel passato c’erano piani segreti contro Cuba, ma che adesso hanno deciso di rendere pubbliche le direttive sulle relazioni con l’Isola.
Il diavolo sta nei dettagli, si dice, e con il linguaggio dei tecnocrati e i neologismi tipici della diplomazia, il testo nasconde molte delle contraddizioni che si mantengono tra i due vicini.
Dagli annunci del 17 dicembre del 2014,  le autorità nordamericane hanno detto in varie occasioni e in vari modi che cambiano i modi, ma non gli obiettivi.
“Riconosciamo la sovranità e l’autodeterminazione di Cuba”, precisa la direttiva firmata da Obama, che definisce l’azionare dell’ultimo mezzo secolo come una politica sfasata che è fallita con l’avanzare degli interessi degli Stati Uniti.
“Non stiamo cercando d’imporre un cambio di regime in Cuba. Stiamo invece  promozionando valori che appoggiamo in tutto il mondo, rispettando  quello che corrisponde al popolo cubano, cioè prendere le sue decisioni sul futuro”, si legge in un altro paragrafo.
Il discorso della Rice nel  Centro Woodrow Wilson di Washington, e il successivo scambio con la stampa, evidenzia nel suo tono e nel suo contenuto che non sono ancora sparite le aspirazioni  di promuovere cambi nell’ordinamento politico, economico e sociale ch ei cubani hanno scelto nel 1959.  
L’ influente assessore della Sicurezza  Nazionale ha giustificato il cambio della politica attuale con l’argomento che gli Stati Uniti non potevano sedersi ad aspettare che Cuba cambiasse senza farsi coinvolgere nel tema.
“Washington, ha detto, è interessata ai cambi che sono avvenuti nell’Isola”, che secondo lei sono prodotti dall’avvicinamento tra i due paesi, partendo dal ristabilimento delle relazioni diplomatiche.
“Vogliamo relazioni in forma onesta con il popolo  cuban0”, ha aggiunto la Rice ed ha assicurato che per questo i noti “programmi di promozione della democrazia in Cuba” diventeranno più trasparenti.
Con questa etichetta gli USA coprono i progetti di cambio di regime ai quali destinano somme enormi da decenni, senza realizzare i loro obiettivi.
La direttiva contiene termini quasi identici nelle indicazioni finali, a quelli delle diverse istanze di governo e in particolare dell’Agenzia nordamericana per lo sviluppo internazionale USAID,  che è nella mira di vari paesi del mondo per il suo lavoro sovversivo, e che in Cuba è stata dietro le operazioni come ZunZuneo, la rete alternativa di messaggi che pretendeva di creare una base di operazioni tra i giovani.
“La USAID guiderà con il Dipartimento di Stato, gli sforzi per assicurare che i programmi democratici siano trasparenti e coerenti con i programmi in altre società simili”, dettaglia il documento, come se il mero fatto della trasparenza   
dei programmi li renda automaticamente accettabili per Cuba, senza cambiare la loro natura sovversiva.
Al di là dell’oscura  frase “Altre società simili”, e accettato che Cuba non è l’unico paese dove Washington pone denaro per cercare d’influire nelle decisioni del popolo sovrano che non rispondo ai  suoi interessi, ci sono diverse domande, come “In cosa consiste rendere trasparenti questi programmi? o “Essere trasparenti li rende meno sovversivi?
Esempi recenti come il caso delle borse di studio dell’organizzazione  World Learning per corsi estivi, assegnate in maniera  surrettizia e al margine delle autorità cubane, illustrano gli interessi di fondo di questi programmi  sovvenzionati dalla USAID nel miglior stile delle “Rivoluzioni dei colori”.
La direttiva riconosce che queste operazioni danneggiano il processo verso la normalizzazione delle relazioni, ma non offre indizi per cambiarle o modificare altri aspetti che attentano i vincoli tra i due paesi: “Anticipiamo che il governo cubano continuerà ad opporsi alle politiche e alle operazioni degli statunitensi sull’emigrazione e i programmi di democrazia, di Radio e TV Martí, la presenza degli Stati Uniti nella Base Navale di Guantánamo e l’embargo (il blocco)”.
“Il governo degli Stati Uniti non ha l’intenzione di modificare il trattato d’affitto vigente e altre disposizioni relazionate con la Base Navale di Guantánamo, che permette agli Stati Uniti di migliorare e preservare la sicurezza nazionale”, riferisce il testo  a proposito di uno dei punti che corrisponde alla domanda sovrana del popolo cubano e ad un aspetto essenziale, senza la cui soluzione non si potranno sviluppare relazioni normali.

QUALE POPOLO SI VUOLE BENEFICARE?

“L’obiettivo della nuova politica è aiutare il popolo cubano a sviluppare un futuro migliore da se stesso”, appunta la nuova direttiva presidenziale.
Senza dubbio è evidente che le trasformazioni – la maggioranza - che la Casa Bianca ha realizzato dal 17 dicembre del 2014, sono indirizzate a un settore molto specifico della popolazione cubana e non a beneficio della maggioranza.
Tra i risultati che gli Stati Uniti pretendono d’ottenere nel lungo periodo della trasformazione della loro politica verso Cuba, c’è “ lo sviluppo di un settore privato che offrirà maggiori opportunità economiche per il popolo”.
“Sino a che si manterrà al suo posto il blocco, la nostra funzione sarà di applicare le politiche che permetteranno l’interazione del settore privato degli Stati Uniti con il settore privato emergente di Cuba e con imprese statali che offrono beni e servizi alla popolazione cubana”, indica la direttiva.
Il modello economico cubano, la cui attualizzazione è stata sottoposta ad una consultazione popolare in varie occasioni, riconosce il settore non statale come una fonte di lavoro e un complemento per lo sviluppo economico del paese.
 Senza dubbio, la proprietà sociale sui mezzi fondamentali di produzione e l’impresa statale socialista sono la chiave del presente e del futuro prospero e sostenibile al quale si aspira nell’Isola.
La direttiva statunitense tralascia, nel suo concetto di popolo che tre su quattro cubani, che lavorano nel settore pubblico, non sono beneficiari di praticante nessuna delle trasformazioni attuali.
 Anche se la persistenza del blocco costituisce il principale ostacolo per il commercio e la normalizzazione delle relazioni economiche è chiara, anche l’intenzione di dare priorità al settore privato su quello pubblico, che in Cuba è la maggioranza, con fini politici e per creare una divisione nel paese.
La stessa  direttiva si contraddice quando assicura nel paragrafo Panorama Strategico,  che Cuba ha un potenziale economico importante radicato nel dinamismo del suo popolo e un impegno sostenuto nelle aree come l’educazione e la salute.
Per più di mezzo secolo il capitale privato non è entrato in una scuola o in ospedale cubano, ma Washington non dubita nel riconoscere  i due settori come baluardi strategici del futuro del paese.

LE MISURE LIMITATE DEL CAMINO CORRETTO

L’ultima tornata di misure dei  Dipartimenti del Commercio  del Tesoro, che accompagnano  la pubblicazione  della direttiva, vanno nello stesso cammino delle precedenti, ma con una portata molto limitata, selettiva e intenzionale.
Anche se approva per la prima volta l’importazione negli Stati Uniti di prodotti farmaceutici e biotecnologici cubani a beneficio, senza dubbio, della popolazione statunitense  che potrà utilizzare trattamenti come il Heberprot-P per l’ulcera del piede diabetico, si mantiene il limite di creare imprese miste in questo settore per lo sviluppo e il commercio di questi prodotti.
L’apertura in questo campo costituisce una prova della ampie  facoltà esecutive che il presidente nordamericano conserva, per modificare gli aspetti sostanziali dell’applicazione del blocco che continua a restringere le importazioni della stragrande maggioranza dei prodotti cubani nel mercato del paese vicino, il più grande del mondo.  
Le  misure in maggioranza sono indirizzate ad ampliare le transazioni già autorizzate  in pacchetti precedenti, cosa che mostra la loro portata limitata.
Si mantiene la proibizione degli investimenti degli Stati Uniti in Cuba, eccetto che nel settore delle telecomunicazioni,  approvati agli inizi del 2015.
Non ci sono nuove notizie che aiutino a sciogliere i dubbi internazionali sulla persecuzione finanziaria alle quale è sottoposta Cuba e i cui effetti intimidatori impediscono sempre che si facciano depositi in contanti o pagamenti a terzi in dollari statunitensi.
Di sicuro, nonostante il richiamo al Congresso per far eliminare il blocco, il grosso delle politiche d’aggressione statunitensi, si mantiene in piedi, causando perdite di bilioni all’Isola.
L’effetto inibisce anche l’applicazione delle misure del governo d’Obama.
E il presidente degli Stati Uniti è lontano dall’aver utilizzato tutte le sue prerogative esecutive per rendere viabile l’implementazioni effettiva delle misure da lui adottate e per contribuire in forma decisiva allo sgretolamento del blocco.
Anche così non si possono dimenticare i passi storici degli ultimi 22 mesi.
Sono state ristabilite le relazioni diplomatiche e sono state riaperte le sedi diplomatiche nei rispettivi paesi; sei segretari di governo degli Stati Uniti hanno vistato L’Avana e quattro ministri cubani hanno viaggiato negli Stati Uniti.  Obama è stato il primo presidente statunitense che ha visitato Cuba dal 1928.
È stata stabilita una commissione bilaterale per discutere i temi prioritari e sono stati firmati accordi in materia di protezione ambientale,  di santuari marini, salute pubblica e investigazioni biomediche, agricoltura, la lotta contro il narco traffico,  il servizio postale e l’idrografia.  
Sono stati messi in marcia dialoghi sulla cooperazione nell’applicazione  e nel compimento della legge su questioni di regolamenti economici e di reclamo, tra gli altri.
L’elenco dei passi avanti non è corto tra due paesi che appena due anni fa mancavano di un’elementare vincolo diplomatico, ma è lungo il cammino  che resta, per ottenere una relazione civile tra due nazioni vicine che non sono separate solo da 90 miglia di mare, ma anche da due secoli di convulsa storia bilaterale.
Più che una direttiva scritta come se non esistessero problemi tra i due paesi e che può generare false aspettative, il momento attuale reclama  volontà politica reale per realizzare i cambi e lasciare da parte sia il bastone che la carota. (Traduzione GM – Granma Int.)