OFFICIAL VOICE OF THE COMMUNIST PARTY OF CUBA CENTRAL COMMITTEE
Photo: Ricardo López Hevia

Potrebbe essere anche ricettivo alle nostre orecchie, se non fosse perchè annulla l’impresa di migliaia d’organizzazioni e di milioni di persone nel mondo in decenni e cancella il ruolo delle sue circostanze, dei suoi cumuli e delle sue ansie. 
In alcune delle sue linee, potrebbe anche accarezzarci l’ego, se non si trattasse di un tentativo, un altro, di convincere –chi si vuole far convincere– che il posto della nostra testa è il suolo, danneggiata, piena di terra e anche così con la lingua mezzo fuori, cercando i suoi stivali. 
«Parliamo di «Cuba».La capitale del comunismo nel XXI secolo», è
l’ultimo rapporto che ci ha dedicato il Dipartimento di Stato, datato nel luglio di quest’anno. 
Non è un documento teorico, anche se usa date, note ad ha una  metodologia tra le righe. È un testo politico e strumentale, di punto a capo, che cerca di metterci –di più se si può – a tiro. Cosa dice? Cosa non dice? 

RIPETUTI E REITERATI 

Il termine Cuba è quello che si ripete di più con circa 314  menzioni. Se si sommano le frequenze di altri vocaboli vincolanti come rivoluzione (53), L’Avana (107), cubani (108), cubane (26), cubano (114), cubana (68, senza contare le 11 che accompagnano rivoluzione), l’ammontare ascende a 790, in un documento di appena 107 pagine. Questo ci dà una relazione di circa sette citazioni al nostro paese per ogni foglio, includendo quelli che sono solo immagini. 
Un’altra correlazione interessante è quella dei termini come terrorismo (21), terroristi (30), terrore (4), radicali (37), radicale (26) e estrema (22). In nessun caso relacionati, ovviamente, con operazioni del Governo degli USA o qualcuno dei loro alleati, nemmeno con i gruppi islamici che lo status quo statunitense si è incaricato di posizionare come «capitali del terrore» dai primi due decenni del XXI secolo. Non si allude nemmeno ai gruppi  contro rivoluzionari radicati nel sud della Florida, che ricevono un pietoso trattamento d’esiliati. 
In quasi tutte le menzioni, in un caso tipico di memoria cattiva e selettiva si parla in forma diretta o collaterale dell’ossessione di turno: Cuba. 
La traccia delle date rivela anche una serie de predizioni storiche e fuori del testo. Delle 285 occasioni nelle quali si menziona un anno determinato, 71 corrispondenti al periodo 1959-1970 e 80 si ubicano tra il 2017-2026.  Ossia, più della metà della loro periodizzazione si centra in questi due momenti nei quali la politica estera cubana, si diceva carnefice «dell’americanità», e contava con caratteristiche molto distinte tra sè.

ANCHE NOI ABBIAMO CIFRE…

… e non sono quelle delle parole ripetute. Se il rapporto è particolarmente vago, il rapporto è di marra quando ci dice quanto è costato per gli USA il costo umano del «terrorismo transnazionale» della Rivoluzione Cubana; perlomeno raro in un documento che si sforza  tanto in risaltare la perversità dell’avversario.
Nella maggiore delle volte questo si riassume in frasi come « forse non si  giunge mai a far conoscere il danno totale delle attività segrete  o «le informazioni trasmesse ai cubani, che poi sono passate  sistematicamente a rappresentanti e alleati cubani in tutto il  mondo, provocando un danno enorme agli interessi statunitensi»; o «sicuramente è stato responsabile in forma diretta della morte di vari statunitensi».
Intanto, Cuba registra almeno 3 478 dei suoi figli assassinati con sabotaggi e azioni terroriste dal 1959, la maggior parte di loro, auspicati, coordinati o facilitati dalle successive amministrazioni 
della Casa Bianca. 
Solo questo numero basterebbe per citare il nome di 32 martiri distinti per ogni pagina del rapporto.
A sua volta, in una serendipita della tristezza, ma anche della dignità, 32 è stata la cifra dei nostri combattenti internazionalisti assassinati – la versione in spagnolo pubblicata dal Dipartimento di Stato – nell’attacco del 3 gennaio in Venezuela, perpetrato niente meno che dalle truppe regolari degli USA. 
Possiamo parlare dei nostri più di cento bambini morti per il  dengue emorragico negli anni 80; del centinaio di assassinati  per le due esplosioni della vaporiera La Coubre; delle decine delle vittime per l’esplosione in volo dell’aereo della Cubana de Aviación partito da Barbados; dei più di seicento tentativi d’assassinare Fidel, che oggi sono una constatazione numérica e confessa, ma che dal 1960 si tracciarono come politica in Washington. 
Possiamo parlare del finanziamento a gruppi armati nel paese, responsabili di uccisioni di maestri e bambini e anche bambini che erano maestri; possiamo riferirci a pescatori e popolo mitragliati, a negozi e asili d’infanzia incendiati, alle vittime civili dell’invasione di Girón. E  dobbiamo dire che coloro che hanno commesso queste azioni hanno goduto d’una sistematica protezione, esaltazione e libertà nella strade nordamericane. 
Inoltre si possono citare le decine di migliaia di vittime del Plan Cóndor, con più di 30 000 scomparsi in Argentina e 4 000 in Cile, se si vuole una mostra, o l’appoggio a regimi che ancora oggi hanno un carattere coloniale, come Israele e il Marocco. 

 
ACCORDI E DISACCORDI 

Oltre a quello che cerca il documento, da Cuba possiamo stare d’accordo con vari elementi che mette sul tavolo, come che non siamo mai stati un satellite dell’Unione Sovietica, che la nostra lettura del marxismo e la nostra conseguente esecuzione di questo ha contribuito a una nuova teoria della politica rivoluzionaria, che non solo cercava l’uguaglianza economica «ma anche la trasformazione sociale e anche spirituale». 
Concordiamo che i nostri servizi d’intelligenza non hanno mai dovuto ricattare nessuno per farlo unire all’aiuto della nostra sopravvivenza come progetto. 
E non ci deve far vergognare assumere che la nostra lotta è stata sorella dello statunitense negro in Detroit, del contadino  vietnamita, del ribelle del Congo, della Pantera Negra, dell’indipendentista di Puerto Rico, dello studente contro la guerra e dell’insorgente algerino.
Il documento accusa Cuba  «dell’addestramento di un numero di organizzazioni estremiste africane e del loro assessoramento, e 
dell’ assistenza a governi africani radicali». Non si riferisce, per fortuna, al Sudafrica dell’Apartheid. Non ci vergogniamo d’avere dato più di quello che abbiamo per la decolonizzazione 
 –concreta– dei popoli del Terzo Mondo.
Per il rapporto questo significa essere antiamericano. E lo sono anche dalla loro ottica, Lucius Walker con tutto il movimento dei Pastori per la Pace, le organizzazioni come Code Pink, The People’s Forum, il Sindacato Nazionale degli Avvocati, i Socialisti Democratici degli Stati Uniti e anche Black Lives Matter; tutti, secondo il Dipartimento di Stato, fortemente influenzati da 
L’Avana. Va detto ancora- mancava- che il Governo di Cuba ha convinto un poliziotto ad asfissiare George Floyd, per poi generare un’ondata di proteste antirazziste in quasi tutto il paese.

NOI  «GLI ANTIAMERICANI»

In prima istanza, Cuba non può essere antiamericana perchè è parte dell’America, di una che nasce nella Terra del Fuoco, si battezza nelle Antille, guada il Rio Bravo e si congela in Alaska. 
In seconda istanza non è nemmeno anti statunitense, al punto d’aver aiutato quando ancora era in germoglio come nazione, a scacciare i britannici dal suolo dei nostri vicini. 
Non pochi dei nostri figli –al giorno d’oggi padri–, hanno lottato al fianco di Abraham Lincoln e molti degli statunitensi che lo avevano fatto vennero poi nella nostra prima Guerra d’Indipendenza, non precisamente a morire per gli spagnoli.
Diciamo  blúmer, pulóver e frízer –ci piaccia o meno il perchè– con la stessa naturalezza con la quale pronunciamo asere, mamey e jicotea.
Ma in Cuba non sequestriamo il senso della parola America, e neanche quello degli Stati Uniti.  
Gli Stati Uniti per noi non sono solo la cupola di supremazia che li governano, e neanche la loro lunga lista di combattenti per i diritti civili e la giustizia in generale. 
È tutto unito, con le complessità che implica.
Contrariamente a quello che reitera con bruta insistenza il testo, non stiamo in una guerra contro la civiltà occidentale –termine ugualmente sequestrato –, della quale inoltre siamo parte culturale e geograficamente. 
Siamo in una guerra, se ci obbligano, per la nostra sovranità e sopravvivenza come nazione. 
In questo cammino, come più di 60 anni fa, chiediamo alle nostre  «gentili vittime» del Governo degli USA, che spargono lacrime sconsolate sulle loro migliaia di ogive nucleari e le loro portaerei,che ci lascino tranquilli. ( GM/ Granma Int.)