OFFICIAL VOICE OF THE COMMUNIST PARTY OF CUBA CENTRAL COMMITTEE
Photo: del autor

DAZU, Cina.– In piedi, sotto la stretta grondaia  di un tradizionale portico cinese, pensava a come saltare la pozza verso il bosco. 
«Piove molto lì ma non perdere nessun dettaglio: c’è una storia in ognuno. Non perdere neanche la zuppa acida».
Sul primo scalino della scala di pietra che scende verso un sentiero di mezzo chilometro di grotte e faraglioni, ho ricordato il consiglio del mio amico, prima d’andare a Chongqing. 
In effetti pioveva molto forte ma già allora sapeavo ch enon era un infortunio.
Tutta, assolutamente tutta l’attenzione diventa stupore quando questa stessa rocca s’innalza davanti ai tuoi occhi, imponente, in maestose pareti intagliate di figure che raccontano non la storia più antica della Cina, ma un  suo risultato, un periodo che abbracciò in modo inedito, le tre radici filosofiche più profonde di questa nazione-civiltà: il buddismo, il confucianesimo e il taoismo.
Sono le caverne rocciose di Dazu, un complesso scolpito nelle montagne a nordovest della città di Chongqing (al centro sud della Cina), tra i secoli  VII e XIII, durante le dinastie  Tang e Song. 
Dichiarato dalla Unesco Patrimonio dell’Umanità nel 1999, lo integrano 75 siti protetti che in cinque gruppi intricati di monti irregolari (Baodingshan, Beishan, Nanshan, Shizhuanshan e Shimenshan), sono come un rivestimento gigantesco di più di 50 000 sculture rupestri e 100 000 iscrizioni in grotte e scogliere.
L’IDEA DELL’ UOMO

Tra tanto verde spesso non s’indovina il tesoro che appare  al primo angolo nella collina. Due deità appaiono rapide al disopra delle teste: una perfettamente umana, seduta su una capra;  l’altra non tanto, con varie braccia, su un leone.
Anche sulle teste, come la pioggia, si precipitano le prime iscrizioni: «Si brucia incenso nel tesoro verde», e intendiamo che entriamo, piccoli, non nella colossale rete del bosco e delle grotte, ma nell’incensario rituale  di una generazione.
È la porta della serie di sculture della montagna di  Baodingshan, il più ampio e vario repertorio del complesso. 
Più  figure umane rivelano le pietre, a volte in fila, a volte senza ordine apparente, con la grandezza di gente nella quale ti riconosci.
Chi guida commenta che quell’opera maestra non fu incarico di re, ma la spinta creatrice di monaci e devoti 
locali, predominanti fedeli  del buddismo, ma senza reticenze meschine alle interpretazioni del confucianesimo e del taoismo sull’idea del bene, della compassione, dell’ illuminazione, del ciclo della vita e della morte, della pietà filiale.
Così intendi meglio quel calore umano che sale dalla pietra, l’atmosfera di quello che è stato il quotidiano e puoi argomentarti in situ, perché le  Caverne di Dazu, risaltano a livello mondiale, come un vertice del passaggio dal divino all’umano nella scultura di grotta, l’espressione più completa del sincretismo religioso nell’arte cinese.
Rapidamente appare lo scavo più grande, tutto luce, riverberante come oro e torni a non capire. 
Su  88 metri quadrati di superfice concava brilla l’allegoria di Guanyin o Le mille mani, un finissimo disegno e una miglior scultura –coperta in carta d’oro – di un busto di donna scortato da migliaia di braccia con gli occhi nelle palme. 


SENTIRE LA PIETRA

Allora esci da lì e di fronte a quella meraviglia placcata e protetta, la pietra torna alle intemperie, cruda, dura, erosa, di un Budda di 31 metri di’altezza 
Ma non è un Budda in piedi. È sdraiato, la testa sulla sua mano destra e mezzo corpo è in una sola roccia dalla quale scroscia acqua dal cuore della montagna, come una corona. 
È la storia della sua morte definitiva, alla fine d incontabili rinascimenti. 
E tu, che già venivi commosso,  procedi nella storia proprio lì e scopri che è gravemente malato il Budda storico  Siddhartha Gautama, nel tragitto del suo ultimo viaggio, e conosci lo sconsolato Ananda, il suo discepolo, che gli prepara un letto di foglie tra due alberi gemelli che cominciano a fiorire fuori tempo e lo bagnano con i loro petali.  

Budda consola Ananda: Non è la morte, è solo la mancata permanenza del corpo fisico. «Immortale è la verità e l’esempio che trascende in tutta l’opera di bene che si fa nella vita».
Y tu, senza permetterti l’estasi, ridi della casualità, perchè il tuo amico, quello che ti ha detto di dimenticare la pioggia, che ci sono dettagli che non si possono perdere, quello della zuppa acida, si chiama Ananda, e aveva tutta la ragione. 
E inoltre è cubano, un cubano buono, e questo è sufficiente per mettere Cuba intera in mezzo a quelle rocce sotto la pioggia, in una montagna della Cina di fronte alla statua gigantesca di un Budda che non muore, ma che trascende nella Posizione del Leone, che nel buddismo è la posizione del coraggio, della forza e la mancanza di paura, della disposizione a morire con la dignità intatta. 
Prima di chiudere gli occhi Budda dice a Ananada : «Siano una luce per voi stessi, non cercate rifugi in niente d’esterno.

La verità appresa e la sua stessa pratica diligente saranno la vostra isola».
E allora ti getti Cuba sulle spalle  e reagisci alle foglie che cadono, alla pioggia che è il miracolo che scende sul corpo e te ne vai per il sentiero alle altre sculture, canticchiando una canzone di Silvio.