
Sono passate più di cinque settimane dall’inizio della guerra d’aggressione degli USA e d’Israele contro l’Iran, del 28 febbraio scorso. Le prime valutazioni che segnalavano un basso rischio di scalata, ora generano seri dubbi-
La distruzione sistematica dell’infrastruttura civile ed energetica iraniana, e la crescente disperazione degli aggressori di fonte alla sempre più efficace resistenza del popolo, hanno elevato la probabilità di un evento nucleare a livelli mai visti prima in Medio Oriente.
Il massimo leader cubano, Fidel Castro Ruz, avvisò in reiterate occasioni sui pericoli di una guerra nucleare, soprattutto nel contesto di un possibile conflitto in questa regione, che coinvolgesse un’aggressione degli Stati Uniti Israele contro l’Iran.
Fidel non aveva dubbi che un attacco coordinato delle due nazioni contro la Repubblica Islamica potrebbe scalare sino all’uso delle armi atomiche con conseguenze catastrofiche per la vita nel pianeta.
La domanda ora non è più se esiste il rischio, ma a che condizioni si materializzerebbe e che forma prenderebbe. Il piano di guerra lampo sionista-statunitense è fallito. L’assassinio della massima direzione del paese, lontano dall’intimorire e dividere il popolo iraniano, lo ha unito maggiormente.
Non ci sono proteste contro il governo. Molti di quelli che un giorno si erano lanciati per le strade, oggi combattono in difesa della loro patria. Cittadini che vivevano all’estero e anche oppositori sono tornati per unirsi alla lotta contro l’aggressione.
Per decenni la dottrina iraniana si è basta sulla detta «pazienza strategica»: arricchire l’uranio senza oltrepassare la soglia.
La fatwa del leader supremo della Repubblica Islamica dell’Iran, ayatollà Alí Jameneí, contro
le armi nucleari è stata il pilastro di questa contenzione, ma ora ci si chiede: questa fatwa è morta con lui il 28 febbraio?
L’Iran è stato bombardato due volte nel mezzo di negoziati, da due Stati con armi nucleari. Dobbiamo tener presente che prima della guerra l’Iran possedeva 400 kg di uranio arricchito al 60 %, materiale
sufficiente per fabbricare 10 o 12 artefatti nucleari.
Intanto, l’entità sionista mantiene ufficialmente una politica di «opacità nucleare», ma dispone di un arsenale stimato tra 90 e 400 testate nucleari, divise in tre settori: aria (F-35 y F-15), mare
(sottomarini classe Dolphin) e terra (missili Gerico).
Le forze degli USA e di Israele hanno attaccato sistematicamente le installazioni nucleari dall’inizio della guerra, con il rischio di un accidente nucleare molto alto e preoccupante: un missile colpendo le installazioni di Dimona o un impianto d’energia iraniano, potrebbe generare un’esplosione radiologica d’enorme forza scatenando una scalata incontrollabile.
L’orologio corre, la quinta settimana ha dimostrato che Washington e Tel Aviv non hanno una strategia chiara d’uscita. Dagli Stati Uniti si è detto che la guerra terminerà in due o tre settimane, ma le minacce d’attaccare infrastrutture civili- ponti, piante elettriche, raffinerie– indicano il contrario.
La guerra ha già ucciso migliaia di persone. Un’esplosione nucleare, anche se accidentale, marcherebbe un punto di non ritorno per la civiltà umana.
Il disarmo nucleare va mantenuto come una priorità internazionale. (GM/ Granma Int.)






