
Le origini del concetto di /frame/ (cornice) rimontano alla psicologia della metà del XX secolo. Fu l’antropologo e linguista Gregory Bateson che nel 1955, introdusse la nozione di cornice per spiegare come gli individui differenziano tra differenti livelli di comunicazione e contesto, portando attenzione ad alcuni stimoli, mentre ne scartano altri.
Per Bateson, la cornice è uno strumento psicologico che permette al soggetto d’interpretare un messaggio dentro un circuito di senso determinato.
Mentre l’agenda /setting/ si occupa del trasferimento di temi o attributi, il /framing/ abborda la costruzione del senso, la connessione di elementi per formare un argomento coerente che promuove
un’Interpretazione specifica della realtà.
La cornice seleziona alcuni aspetti della realtà e dà loro più rilevanza, promuovendo un’interpretazione particolare, una diagnosi e, a minuto, una soluzione; le parole racchiudono una certa informazione e ci permettono di riconoscerla, assimilarla e poi condividerla.
Un esempio lo incontriamo nel trattamento della violenza di genere.
Lo stesso fatto può essere avallato come «crimine passionale», minimizzando al massimo la violenza o come «femminicidio».
La scelta delle parole costruisce una realtà differente e quindi una risposta sociale e politica distinta . Questo non è accidentale e risponde a linee editoriali, interessi politici, e alla lotta per imporre un racconto. Chi riesce a dominare la cornice vince il dibattito prima dell’inizio.
Ugualmente l’irruzione delle reti sociali e la digitalizzazione della sfera pubblica hanno sconvolto profondamente i postulati classici del /framing/.
Come segnala Natalia Aruguete, in questo nuovo ambiente il modello di«attivazione di inquadrature in rete» (/Network Activated Frames/, NAF), le inquadrature non sono semplicemente «ricevute», ma sono attivate condivise, con un nuovo significato per gli utenti nel seno delle loro reti sociali.
La circolazione del senso già non è verticale ma orizzontale e gli utenti influiti dalla struttura delle loro comunità virtuali interagiscono con i contenuti mediatici e politici, contribuiscono ad amplificare certe inquadrature mentre ignorano o combattono altre.
D’altra parte l’auge della disinformazione e le /fake news/ hanno aperto una nuova linea di lavoro che vincola il /framing/ con le strategie di manipolazione. Le inquadrature falsificano deliberatamente la realtà o sfruttano le emozioni per polarizzare il dibattito pubblico.
La teoría del/framing/ offre uno strumento analitico inevitabile per svelare le lotte simboliche che giacciono sotto la costruzione della realtà attuale e ci permette di comprendere come i messaggi mediatici non solo conformano, ma anche orientano, gerarchizzano e, in ultima istanza, disciplinano la nostra percezione del mondo. (GM/ Granma Int.)





