OFFICIAL VOICE OF THE COMMUNIST PARTY OF CUBA CENTRAL COMMITTEE
Photo: Caricatura di Moro

Quello che stiamo vedendo in Iran non è un altro episodio dell’instabilità in Asia Occidentale. È un anticipo del futuro immediato della guerra. Un futuro che già non sarà dominato da grandi piattaforme militari – portaerei, caccia di ultima generazione o sistemi immensamente cari–, ma da un’altra logica basata in volumi, automatizzazione e dati.

La tesi che guadagna terreno è nitida. La superiorità militare già non dipende solo dal possesso dell’arma più sofisticata, ma dallo spiegamento di grandi quantità di sistemi economici vincolati tra sé e guidati da intelligenza artificiale.

In questo nuovo scenario un drone di decine di migliaia di dollari può dare problemi a difese che costano milioni. Questo altera alla radice l’equazione classica del potere militare.

Il The Washington Post ha pubblicato la scorsa settimana un dato rivelatore. Nella prima settimana dell’aggressione degli  Stati Uniti e Israele contro l’Iran, i droni hanno rappresentato circa il  71 % delle azioni  difensive.

Teherán ha dimostrato che non necessita competere in uguaglianza  tecnologica con Washington per costruire capacità dissuasive.  

È sufficiente produrre droni in massa, missili a basso costo e sistemi autonomi capaci di saturare le difese nemiche.

Questo principio, conosciuto come «massa precisa», combina quantità e precisione sufficienti, e modifica al completo la relazione tra efficacia e prezzo in combattimento.

La guerra del  xxi secolo si muove verso un terreno dove la capacità industriale, l’accesso a dati e lo sviluppo di softwares pesano tanto come l’armamento tradizionale. Sensori distribuiti, immagini satellitari commerciali, comunicazioni e sistemi d’intelligenza artificiale permettono di coordinare operazioni in tempo reale senza dipendere da infrastrutture militari classiche.

Qui appare un elemento centrale che si nasconde a minuto. La relazione storica tra sviluppo tecnologico e complesso militare–industriale. Internet, presentato come emblema di libertà e connettività globale, nacque come un progetto militare finanziato dall’Agenzia di Sviluppo delle Tecnologie Avanzate (Darpa), del Pentagono.

Molte delle tecnologie che strutturano la vita quotidiana –dalla  computazione avanzata all’intelligenza artificiale– procedono da programmi suffragati dal Dipartimento della Difesa statunitense (ribattezzato da Donald Trump come Dipartimento della Guerra).

Le grandi tecnologie non sono estranee a questo processo.   

Imprese che oggi dominano settori interi dell’economia digitale sono cresciuti direttamente o indirettamente, al calore della spesa militare statunitense. Da sviluppi legati all’animazione digitale alle piattaforme di anelisi di massa di dati come Palantir, il vincolo tra innovazione  tecnologica e strategia militare è strutturale.

Quello che il conflitto con l’Iran mette in tavola è la generalizzazione di questa logica.

La guerra smette d’essere monopolio di grandi potenze con bilanci illimitati.

La combinazione di tecnologie accessibili, produzione distribuita e conoscenza aperta permette che attori più piccoli disputino, almeno in parte, la supremazia militare.

Ma questo non annuncia un mondo più sicuro: al contrario rende più economica la guerra, riduce i costi politici per iniziarla e moltiplica gli attori capaci di sferrarla.

L’automatizzazione introduce inoltre rischi inediti, con decisioni letali mediate da algoritmi, sistemi autonomi difficili da controllare e un’opacità tecnologica que intorpidisce la resa dei conti.

Siamo di fronte a una mutazione storica. La guerra del futuro non sarà solo questione di armi, ma di dati , reti e algoritmi. E, com’è avvenuto con  internet, quello che oggi si sviluppa nell’ambito militare terminerà filtrandosi verso la vita civile con la nuova figurazione di economie, comunicazioni e relazioni di potere.