OFFICIAL VOICE OF THE COMMUNIST PARTY OF CUBA CENTRAL COMMITTEE
Foto: Illustrazione di Michel Moro

Le reti sociali non sono neutrali. Si tratta d’infrastrutture private che organizzano la conversazione pubblica per accrescere l’attenzione, l’interazione e la permanenza. In questo ecosistema qualsiasi attore politico - e i violenti in particolare- può incontrare un terreno fertile per captare simpatizzanti, costruire comunità e normalizzare discorsi estremi. 
Le recenti informazioni sul  gruppo proveniente dal sud della Florida che ha tentato d’infiltrarsi a Cuba articolato in parte attraverso piattaforme come TikTok, pongono di nuovo in vista un fenomeno che non
è nuovo: l’uso delle rei sociali come spazio di reclutamento, propaganda e coordinamento d’associazioni criminali.
Il  dato dell’origine importa. La Florida –e soprattutto l’ecosistema 
politico-mediatico della destra più reazionaria– è stata per decenni un’arena  pubblica fortemente distorta contro Cuba, dove il discorso  d’ostilità si premia e dove storicamente, sono esistite reti e climi diazioni violente con la retorica della «liberazione».
Per intendere come si passa da «scaldare le reti» all’ azione diretta,conviene distinguere livelli. I detti manifesti alla violenza –in formato de video, dirette («lives»), simboli, codici condivisi– compiono una funzione identitaria. Segnalano appertenenza a una «causa»,rinforzano presunti problemi diuna comunitpa e costruiscono un racconto epico. 
In molti casi il contatto iniziale di queste persone si produce in piattaforme pubbliche, ma rapidamente deriva a spazi più chiusi: messaggi diretti, gruppi privati, applicazioni di messaggeria. La parte veramente critica, il coordinamento per la logistica, l’armamento e il finanziamento – viene dopo e suole muoversi con somma discrezione, per minimizzare i rischi e cancellare le tracce. 
Le piattaforme sociali, con rapidità, facilitano azioni che non avvengono in vicinanza alla luce del giorno
Difficilmente un razzista o un terrorista grida per la strada le brutalità che abbiamo visto molte volte in X o in Facebook attraverso account anonimi , e non incontra nel suo ambiente immediato una massa di persone che lo appoggiano apertamente.  
In cambio, in internet, la combinazione d’anonimato relativo, la distanza geografica e il minor costo sociale produce «disinibizione». Per questo vediamo che alcuni clienti si dicono barbarità che, viso a viso, avranno una sanzione sociale immediata.
Il famoso algoritmo delle piattaforme fa il resto. Facilita l’incontro di coloro che pensano nello stesso modo e questi «ecosistemi d’affinità» creano camare di eco dove l’estremo può diventare la norma perchè si ripete, si celebra e si rinforza senza contrasti. 
Non è un patron esclusivo del caso cubano. L’estrema destra negli Stati Uniti ha dimostrato con chiarezza come si articolano queste dinamiche. 
L’assalto al Capitolio di Washington, il 6 gennaio del 2021, si alimentò con una narrativa di frode disseminata e coordinata in distinte piattaforme, con circolazione incrociata tra reti convenzionali e spazi «alternativi». La mobilitazione fisica fu il risultato visibile di un’infrastruttura digitale precedente,che aveva combinato propaganda, gruppi d’appartenenza e canali chiusi dove si coordinarono le azioni violente  contra il principale simbolo del potere legislativo statunitense.
Per questo il problema non è che appaia «un video isolato» o «una
provocazione sciolta» nelle piattaforme digitali. La violenza simbolica, quando diventa una routine e ottiene applausi, riduce la distanza verso la violenza materiale come dimostrano i fatti.  
Questo non significa demonizzare la tecnologia. Le reti servono anche per organizzare progetti legittimi, denunciare abusi e articolare solidarietà. 
Ma ignorare il suo uso  da parte dei violenti è un’ingenuità che può costare cara. (GM/ Granma Int.)