OFFICIAL VOICE OF THE COMMUNIST PARTY OF CUBA CENTRAL COMMITTEE
Ilustrazione di Michel Moro 

Paradossi della politica: gli avvenimenti sostengono quello che già sembra essere l’inizio di una crisi della clack mafiosa d’origine cubana con epicentro nel sud della Florida Certamente è presto per cantare vittoria si potrebbe dire da un punto di maggior prudenza, ma è utile valutare come segue questa storia a un centinaio di giorni dall’inizio della seconda amministrazione di Trump.
Per cominciare, poco a poco è sfumato il giubilo che aveva provocato in questi settori cavernicoli la vittoria elettorale di Donald Trump, in un già lontano novembre del 2024.
Di quella festa si ricordano le aspettative che alcuni fomentavano - e altri credevano - che con Marco Rubio al fronte del Dipartimento di Stato era segnato il destino della Rivoluzione Cubana, e che andava precisato solo il quando.
Questa messa a fuoco serve per Rubio in realtà, ossia: non si discute se lo licenziano almeno sino ad oggi.
Rapidamente è venuta la debacle della  Usaid e dei generosi contributi a quella che viene chiamata l’industria senza fumo dell’odio contro Cuba. Si è visto come piattaforme e media, anche con un percorso in materia d’attacchi, menzogne e campagne sistematiche, sono restati immediatamente senza denaro né appoggio.
Il “sincericidio” che sta caratterizzando l’attuale amministrazione ha preso corpo e è stato rivelato quello che Cuba aveva denunciato storicamente: ch emolti dei capoccia e dei media della stampa di questa banda erano scartabili dipendenti del Governo statunitense.
In parallelo, i leaders del detto «esilio», di radice neobatistiana, che appartengono al Congresso statunitense, come Carlos Giménez, Mario Díaz-Balart e María Elvira Salazar, sono restati sconcertati di fronte alla valanga di deportazioni applicata con disprezzo, xenofobia e mancanza totale di rispetto dei diritti umani da parte del Governo federale.
Com’è noto questi personaggi si sono venduti come difensori degli emigrati cubani, non perchè gli interessano realmente, ma perchè sono continuatori di una vecchia strategia di politicizzazione della migrazione da Cuba.
La corrida contro gli immigranti si è scontrata con una comunità di cubani emigrati che sino ad ora godevano del beneficio del dubbio presunto che erano fuggiti dalla «dittatura castrista», includendo quelli che avevano ricevuto il detto  “parole” o quelli che forzarono l’entrata per la frontiera sud, appellando la figura del «timore credibile».
Studi realizzati nelle reti sociali digitali, per esempio, sulla rappresentante Salazar, rivelano che predomina, tra i navigatori, uno stato d’opinione critico, accusandola di mantenere un doppio discorso, senza offrire soluzioni. Attaccano la politica di Trump, e credono che la Salazar la sostiene, o semplicemente credono che le manca il coraggio per affrontarla, denunciando che è disumana
L’aggressiva campagna scatenata, con basi macartiste, contro gli emigranti cubani con presunta precedente militanza rivoluzionaria risulta essere probabilmente una scappatoia per montare più tardi un clima che giustifichi e nasconda le deportazioni di massa.
E la libertà d’espressione e d’opinione nel paese nel quale molti credono che è stata inventata lì?
Una risposta ironica: è in pausa, scusate i fastidi provocati.
Per far terminare questi spropositi, il rappresentante Giménez, e al suo lato il «creativo» Claver-Carone, delegato speciale della Casa Bianca per l’America Latina, minacciano con dure sanzioni e esigono più sacrifici alla famiglia cubana.
Costoro ricordano molto da vicino la disinvoltura con la quale l’assassino Posada Carriles rispose a chi gli domandava perché aveva fatto esplodere un aereo civile cubano in volo .
Non è necessario essere specialisti per accorgersi di quanta irritazione e condanna generano queste posizioni tra i cubani nell’Isola o negli USA.
A tutto questo si somma una notizia molto importante apparsa in un media d’ampia diffusione a Miami, El Nuevo Herald, che suole comportarsi come un muro d’esibizione delle politiche  anticubane promosse dalla mafia cubano americana, o quelle che impone lo stesso Governo statunitense contro la famiglia cubana.
In questo caso, ha intervistato Mike Fernández, considerato dagli esperti in materia come il  cubano americano più multimilionario degli Stati Uniti. Anche se ora si dichiara indipendente in politica, Fernández ha una vasta carriera nell’appoggio ai repubblicani a Miami, con generose donazioni alle campagne dei tre rappresentanti citati, oltre che a Marco Rubio.
Fernández, in poche parole incita semplicemente questi personaggi ad affrontare Trump nel tema migratorio, o che facciano un passo a lato, indicando con il titolo di dittatore l’inquilino della Casa Bianca.
Una deriva importante di questa storia potrebbe essere che la visibile caduta della popolarità dei legislatori citati, sommata all’abituale fallimento di far cadere rapidamente la Rivoluzione,termini ponendo in pericolo la continuità di questi nei loro attuali scanni parlamentari nelle elezioni di mezzo termine del 2026.

 FONDI PER UCCIDERE, NON FONDI PER AIUTARE  

Tornando alla Usaid e ai fondi con fini anticubani, ora amministrati da Rubio, quando il vento glielo permise, corse a riporre alcune di queste partite. Crudelmente però, in parallelo, cancellò bilanci di 60 000 milioni  di dollari, destinati nel mondo a fini umanitari, come combattere la povertà o le malattie nel denominato sud globale.
Riassumendo, Rubio risparmia sui progetti umanitari d’ampia portata internazionale, ma sciupa quelli con destino anticubano, quelli che ostinatamente la storia dimostra che non conseguono  i propositi per cui furono creati.
Ancora una volta la perversa agenda personale del Segretario di Stato e la sua squadriglia negano i presunti interessi degli Stati Uniti.
Resulta valido chiedersi che cos’ha da dire Jeremy Lewin, il nuovo assessore di Rubio, sui temi degli aiuti all’estero, inviati dall’ineffabile Elon Musk. O cosa scoprirà la Government Accountability Office (gao), incaricata di gestire le spese di bilancio del Governo
statunitense. Sicuramente verificheranno ancora una volta come il torbido si articola con l’inutile solo per accontentare il mediocre Rubio, nel suo momento di «15 minuti» di potere e, forse si potrà comprovare come devia il denaro per i lobbisti che l’hanno promosso nel suo incarico attuale.
Inoltre, il livello di concentrazione degli atteggiamenti a favore della politica aggressiva contro Cuba appare monopolizzato da questi segmenti del Partito Repubblicano.
Vedremo come questo tema sarà maneggiato dai democratici nelle nuove circostanze.
Quello che succede con questo gruppuscolo che ha sequestrato la posizione politica della diaspora cubana, può incidere nel fatto che in futuro predomini una verità accuratamente nascosta: che la maggioranza dei cubani in questo paese preferiscono una relazione normale e fluida con la terra che li ha visti nascere e che l’ostilità contro Cuba risponde esclusivamente a spurii interessi davvero minoristi. Vedremo. (GM/granma Int.)