OFFICIAL VOICE OF THE COMMUNIST PARTY OF CUBA CENTRAL COMMITTEE
Photo: Reuters

BARINAS, Venezuela- Nella notte, alle due, si sentì a Sabaneta di Barinas il pianto di un neonato. Era il 28 luglio del 1954 e l’America –dal rio Bravo alla Patagonia- si emozionò.
«Era una casa di palma, con le pareti di terra, di volteggi di molti uccelli che andavano volando dappertutto».
Quel bambino del piano che divenne il paladino del suo popolo   descriveva così la sua casa natale.
 Il lusso non gli fu mai familiare. La sua infanzia, dagli otto ai 12 anni la visse in un’altra casa modesta, nel’isolato di fronte all’avenida   Antonio María Bayón, tra calle 10 e 11, al numero 85.
Lì con sua nonna Mamá Rosa e suo fratello Adán, preparava una ricetta squisita di dolci a base di papaya.
«Mia nonna faceva i dolci e vendevamo arañas, tavolette, creme, dolci di cocco e frutta e vendevamo molta frutta perché il cortile dove io fui un bambino felice era pienio di alberi da frutta di ogni tipo e di questo vivevamo», scrisse nei suoi  Cuentos de arañero, Hugo Rafael Chávez Frías.
«Nella scuola, al cinema, al bowliing, ai galli, quando venivano le feste patronali in ottobre, erano arañas ma per tutto il mondo», raccontò in un’occasione.
«¡Arañas calde per le vecchie senza denti! Arañas squisite per le belle ragazze!», strillava nel suo villaggio da piccolo
Molti anni dopo all’ombra del delzaguán di questa casa, Telma Torres si perde nel ricordo dell’innamorato che tutti i giorni le  separava un dolce di papaya
«Da quando era molto piccolo lui li vendeva in una bottiglia bianca di vetro con una grande apertura.  Nonna  Rosa metteva  20 arañas  che lui doveva vendere nella scuola Julián Pino, donde studiavamo Lui metteva i bottiglione in n angolo e andava a giocare a baseball, ma aveva sempre una dolce per me!
«Era un ragazzo creativo, un bravo studente», insiste chi lo ha accompagnato nell’infanzia e l’adolescenza, come uno dei suoi  amici  più vicini. «Nemmeno quando fu presidente smise d’essere  cHugo –assicura. Senza dubbio sapevamo che già non era nostro, ma del popolo».
Quest’altra casa dove visse i leader conserva la distribuzione speciale della tradizione del popolo del piano venezuelano.
Spiccano la piattaia tipica dell’epoca e la cucina a cherosene  nella quale forse nacque questa famosa produzione di dolci della famiglia  Chávez, ed esposte alle pareti come un segreto a voce per chi andava in visita, la ricetta di  Mamá Rosa.
Riposano, inoltre, un guanto da baseball, una palla e altri giochi, le umili ----- alpargatas del bambino curoso, una radio con i segni degli anni  con la quale sicuramente ascoltava le canzoni  llaneras che gli piacevano tanto.
Libri, il tavolo dove la nonna  insegnò  le prime lettere ai suoi nipoti e poi giocava a dominò con loro, una chitarra … e molte, molte fotografie che fanno  dell’edificazione un viaggio nel tempo .
Nel cortile dove nacque il sogno della patria libera, il suo amico  Marcos González, Rayo, percorre nella memoria gli anni  quando
«Il carajit----giocoso, scherzoso» spuntava come  un leader tra gli altri giovani. Stavamo gomito a gomito in  ogni gioco, ogni difficoltà e risvegli di fronte alle penurie della gente.
Lui pensò, dopo la sua infanzia felice, e trasformò il suo sogno d’essere giocatore di baseball per diventare un soldato della Patría.». Per questo, assicura, «Chávez si porta nell’anima».  
Quella  casetta con le pareti di palma e fango, il tetto di paglia e il pavimento di terra, divenne il  Centro d’Educazione Iniziale Mamá Rosa, e  come il suo abitante più esimio, servire il popolo. Il luogo che lo ha accolto dopo è un museo che ostenta la condizione di  Patrimonio Storico, nella categoria di Bene Culturale della Nazione.
 I due spazi  formano parte della Rotta Hugo Chávez, che conta con 11 stazioni che avvicinano  alle sue radici dove cominciò a forgiarsi il suo carattere  da dove provenivano i suoi valori    .
«Ero un bambino povero, ripeto, ma come mi piacerebbe vivere di nuovo la mia infanzia così come l’ho vissuta! Con dignità, vivendo modestamente, studiando, lavorando, vendendo frutta, facendo volare pappagalli fatti con vecchi giornali, andando a pescare al fiume con mio padre, giocando a baseball nella calle reale»  
Il percorso storico permette, inoltre di giungere sino a piazza Bolívar e a quella che porta il suo nome, costruita dal Governo russo in suo onore. Non mancano il tricolore nazionale e una statua imponente che guarda con tenerezza il popolo che ha aperto gli occhi alla vita.
La Casa della Cultura Eduardo Díaz Rangel che mostra istantanee della sua ultima campagna elettorale nel 2012, quando ottenne una vittoria schiacciante, i murales con disegni e pensieri suoi che colmano la avenida  Antonio María Bayón e la scuola Julián Pino dove frequentò le elementari, formano parte della rotta.
Così come la Chiesa dove fu chierichetto e il fiume Boconó, il luogo dove andava a pescare e fare il bagno insieme ai suoi amici.
Non manca in questo viaggio la semente della fondazione del  gigante venezuelano, il Comoruco, guardiano di Sabaneta.
La storia racconta che sotto questo longevo albero fece il campo  Simón Bolívar, lì passò anche il Generale Ezequiel Zamora e più tardi si rifugiò sottoi suoi rami Hugo Chávez.   
Durante il  giorno questi luoghi sono frequentati da un numeroso pubblico.  Coloro che lo ammirano ai quattro venti e coloro che lo fanno a voce bassa, sanno che sarebbe imperdonabile giungere sino lì e non sapere da dove vengono la luce e la coscienza di questo essere straordinario, llanero di nascita, latino americano di vocazione.
Alfredo Aldana, un altro dei suoi amici, quando pensa nel Comandante bolivariano da sempre fede che la sua vita fu marcata dalla provvidenza.
«Hugo era i bambino al quale si avvicinavano gli altri, perché era intelligente, faceva i compiti, sapeva la storia e gli interessava  più del resto. Sembrava che fosse illuminato. Lui ci risvegliò e oggi siamo molti Chávez che camminiamo a Sabaneta di Barinas e per il Venezuela».
Ha condotto il suo popolo e il continente, leader della ribellione che restituì la speranza ai figli della terra di El Libertador, responsabile di una nuova alba in questo paese e divenne un mito. Forse l’unico mito palpabile. In lui nulla è leggenda, la sua anima continua a palpitare in questo lato della storia dove ci sono gli uomini che fondano e costruiscono.
Certamente,in quel luglio irrefrenabile di sette decenni fa nacque l’uomo che riubicò i paradigmi nel suo popolo, che prese le redini di un paese sottomesso nell’ingiustizia e giunse al Palazzo di Miraflores per convertirsi nel registro di uno dei processi sociali più radicali del mondo. ( GM/ Granma Int.