OFFICIAL VOICE OF THE COMMUNIST PARTY OF CUBA CENTRAL COMMITTEE

Il tono tagliante di Biden è camuffare di fronte all’incertezza.

«Gli statunitensi non devono morire in una guerra che gli afgani non sono disposti a combattere per loro stessi», ha detto per giustificare la decisione della partenza delle sue truppe dall’Afganistan, di fronte all’offensiva con cui i talibani sono andati lì al potere.

Laconico, ha anche dichiarato che gli avvenimenti sono precipitati e ha incolpato il caos creato dai dirigenti del paese, nel quale le forze militari yanquee sono state per circa 20 anni.

Donald Trump ha visto l’occasione come una crepa nel casco della nave dell’amministrazione attuale.

«Quello che ha fatto (Biden) con l’Afganistan è leggendario. Sarà una delle più grandi sconfitte nella storia statunitense!», ha detto.

Analisti di influenti media della stampa fanno merenda con le posizioni di Biden e Trump. È il caso di David Zucchino, che nel The New York Time ha scritto che due decenni dopo l’invasione delle truppe degli USA in Afganistán, l’esperimento statunitense di consolidamento nazionale di quel paese restava in rovina.

In bbc News Mundo, Guillermo D. Olmo ha ricordato che molto tempo prima del 15 agosto scorso si era forgiato il vertiginoso ritorno al potere dei talibani. Ha considerato il 29 febbraio del 2020 l’occasione in cui il governo di Trump ha patteggiato con i talibani, a Doha, in Qatar, il calendario per la ritirata definitiva degli Stati Uniti e dei loro alleati

In cambio, i talibani si erano impegnati a non permettere che il loro territorio fosse utilizzato per pianificare ed eseguire azioni di minaccia per la sicurezza degli USA e dei paesi che li hanno appoggiati nella loro avventura bellica.

Inoltre era stato stabilito che tra i ribelli e il governo afgano si sarebbero intavolati negoziati indirizzati ad ottenere un cessate il fuoco e un accordo definitivo sul futuro politico del paese.

Secondo coloro che avevano seguito le conversazioni, il successo più notevole degli islamisti era stato ottenere che la domanda di appartare il governo afgano facesse parte dell’accordo.

La strategia della cupola talibana, guidata da Mulá Abdul Ghani Baradar, consisteva nel bloccare varie volte il dialogo, al punto che Trump giunse a credere che avrebbe fallito.

Secondo molti osservatori, i talibani avevano preso sul serio solamente la ritirata delle forze straniere. Dopo l’accordo avevano incrementato le azioni di violenza. Il loro interesse consisteva nel controllare la maggior estensione possibile del territorio e mettere in svantaggio il Governo afgano, che hanno finalmente soppiantato.

L’occupazione dell’Afganistan è costata molto sangue agli Stati Uniti, che riconoscono, si legge in un comunicato di ap, la morte di 2 448 membri delle loro forze armate, di 3 846 dipendenti civili, e di 1 144 membri delle forze alleate.

Un articolo apparso in Forbes riferisce che i governi statunitensi di turno hanno investito in questa guerra più di due bilioni di dollari.

I loro autori, Christopher Helman e Hank Tucker, hanno commentato:

«Questo significa 300 milioni di dollari al giorno, in due decenni. O 50 000 dollari per ognuno dei 40 milioni di abitanti dell’ Afganistan…».

In questi giorni, leggendo varie opinioni su quella che alcuni ritengono una resa umiliante degli Stati Uniti di fronte ai talibani, ho riletto alcuni capitoli del libro Le guerre che ci aspettano.

La visione di premonizione del suo autore, Raúl Sohr, aiuta a intendere la vergognosa situazione che attraversa l’attuale amministrazione statunitense.

Giudicando i fatti, Biden e il suo staff di Governo, stanno inghiottendo le corrispondenti cucchiaiate della pozione di macchinazioni politiche creato dall ex ex­consigliere alla sicurezza nazionale dell’amministrazione di James Carter (1977-1981), Zbigniew Brzezinski.

Questi, nel 1979, appena la urss si mescolò politicamente e militarmente in Afganistan, aveva considerato che nell’agreste paese avrebbe avuto «il suo Vietnam» la nazione fiaccola del comunismo. In effetti, un decennio di guerra continua fu catastrofico.

Alla metà degli anni 90 del secolo scorso, indica Sohr, quando Brzezinski si chiese:«Che cosa è più importante nella visione mondiale della storia: i talibani o il crollo dell’impero sovietico?», aveva optato per il secondo.

Mentre Mosca si trovava nel mirino, non sembrava importante delucidare il futuro dei talibani. Ma questi ultimi, apparsi all’inizio del 1990 con capacità belliche proprie in un ambiente di lotte intestine afgane, hanno fatto parte del significativo potenziale militare degli 80 000 muyahidin addestrati tra il1984 e il 1987.

La formula della pozione di Brzezinski ha compreso dannosi narcotici.

Sohr sostiene che gli Stati Uniti e l’Occidente non si sono complicati con considerazioni morali, perché la guerra era ampiamente finanzaita dal traffico di droga.

Su questo ci sono le confessioni dell’ex direttore della cia sulle operazioni in Afganistan nel 1995, Charles Cogan:«La nostra missione principale era infliggere il maggior danno possibile ai sovietici. Non avevamo realmente il tempo, nè le risorse per dedicarci a investigare il traffico delle droghe. Non credo che dobbiamo chiedere scusa per questo. Ogni situazione ha le sue conseguenze indesiderabili…».

I talibani avevano aspettato il momento opportuno e avevano contrattaccato con successo giungendo sino a Kabul. Dal Qatar, Mohammad Naeem, il loro portavoce dell’ufficio politico, in una dichiarazione a Al Jazeera tv, aveva detto: «Assicuriamo tutti che offriremo sicurezza ai cittadini e alle missioni diplomatiche… siamo pronti a dibattere le preoccupazioni della comunità internazionale attraverso il dialogo».

Ma il mondo guarda con sospetto i talibani. In Occidente, soprattutto esiste il timore che patrocinino il terrorismo del quale sono figli.

Li hanno formati con l’intenzione d’annullare la urss e il comunismo, ma i loro patrocinatori hanno fatto crescere le loro ali o, detto meglio, li hanno riforniti di molte pallottole. (GM – Granma Int.)