ORGANO UFFICIALE DEL COMITATO CENTRALE DEL PARTITO COMUNISTA DI CUBA
Secondo il Diritto Internazionale Gerusalemme è la capitale dei palestinesi, anche se è occupata dagli israeliani dal 1967. Photo: Reuters

La causa palestinese torna ad essere al centro dell’attenzione nella palestra mediatica delle principali fonti d’informazione internazionali e non per buone ragioni. È che gli Stati Uniti,  che sino ad ora tentavano di mantenere il loro ruolo di «negoziatori  tra le parti in conflitto», cioè il governo sionista e la Palestina, hanno deciso di prendere partito pubblicamente a favore d’Israele.
Donald Trump  lo aveva promesso nella sua campagna elettorale in  ripetute occasioni: «trasferirò l’ambasciata in Israele, da Tel Aviv a Gerusalemme, la capitale eterna del popolo ebreo».
 Attualmente la capitale israeliana è Tel Aviv, ed è internazionalmente riconosciuta,  ma il governo di questo paese ha dichiarato Gerusalemme sua capitale unica e indivisibile.
La comunità mondiale non approva questa posizione, perchè la parte orientale della città, secondo il Diritto Internazionale, è la capitale dei palestinesi, anche se è occupata dagli israeliani come risultato della guerra del 1967.
Il fatto che gli Stati Uniti cambino la sede diplomatica a Gerusalemme, è un chiaro esempio d’ingerenza nella regione e un tentativo di dinamitare i negoziati iniziati di recente in Francia, dopo un punto morto dal 2014.
Il popolo palestinese reclama in ogni opportunità nell’arena dei dibattiti internazionali, una e un’altra volta, il diritto di ritornare per i rifugiati, la liberazione dei suoi prigionieri politici, la fine dell’occupazione dai coloni e dall’ esercito sionista, il ritorno alle frontiere del 1967 e, forse la cosa più importante, la creazione di uno Stato indipendente con Gerusalemme Orientale come capitale.
Gli Stati Uniti sistematicamente usano il loro diritto al veto nel Consiglio di Sicurezza della ONU a favore d’Israele contro questi giusti reclami del popolo palestinese mentre incentivano pubblicamente il dialogo tra le parti.
Il presidente dell’Autorità nazionale  Palestinese (ANP), Mahmud Abás, ha riaffermato la sua contrarietà a questo possibile trasferimento della sede diplomatica  ed ha riaffermato la sua contrarietà a questo possibile  trasferimento della sede diplomatica, ricordando che questa città è parte dei territori occupati.
«Avvertiamo tutte le parti contro le iniziative unilaterali, contro qualsiasi incentivo all’occupazione», ha detto Abás intervenendo nella 34ª sessione del Consiglio dei Diritti umani della ONU.
Saeb Erekat, che per anni ha guidato il processo dei negoziati con Israele da parte della Palestina, crede che Trump manterrà la sua parola, che sarà una pugnalata nel cuore dei palestinesi, per cui gli analisti della zona pensano che accenderà una miccia di ulteriore indignazione, umiliazione e violenza.
Il rischio di disturbi o di una nuova intifada sarà alto, anche perchè c’è poco da perdere.
L’ambasciatore palestinese nella ONU, Riad Mansour,  ha detto che se si farà questo, che lui ha definito «un attacco diretto», nessuno potrà incolpare il suo governo d’usare tutte le armi disponibili nelle Nazioni Unite è in altri organismi internazionali.
«Abbiamo un asso nella manica, la possibilità di portare Israele davanti alla Corte per Crimini di Guerra», ha concluso.
 Inoltre c’è un altro rischio di disturbi in solidarietà con i palestinesi.
Domenica 26 marzo, Abás e il re Abdalá di Giordania hanno conversato ed elaborato, hanno scritto, secondo i media locali, una lista di misure che possono prendere se Trump trasferisce finalmente l’ambasciata.
Si può solo aspettare e vedere se davvero Trump decide di approvarlo.
Se la sede diplomatica cambia di città sicuramente genererà tensioni nella regione con una portata che potrà essere incalcolabile ( Traduzione GM - Granma Int.)