OFFICIAL VOICE OF THE COMMUNIST PARTY OF CUBA CENTRAL COMMITTEE

42 anni fa, in un drammatico combattimento per l’assalto alla Moneda, il Palazzo Presidenziale del Cile, morì il Presidente Salvador Allende. Le forze golpiste consegnarono al Generale Augusto Pinochet un crudo messaggio: “Missione compiuta. Moneda presa, presidente morto”. Poco dopo fu composta la Giunta di Governo. L’Unità Popolare e il suo presidente erano stati annichilati, dando inizio a 17 anni di dittatura militare.

Un grande scrittore della Nuestra America descrive quei fatti e con questo vogliamo commemorare il Presidente cileno, socialista e amico di Cuba.

Attraverso le valigie diplomatiche arrivano i biglietti verdi che finanziano scioperi, sabotaggi e fiumi di menzogne. Gli imprenditori paralizzano il Cile e gli negano gli alimenti. Non c’è altro mercato che quello nero. La gente fa lunghe code alla ricerca di un pacchetto di sigarette o un chilo di zucchero. Per comprare carne o olio c’è bisogno di un miracolo della Santissima Vergine Maria.

La Democrazia Cristiana e il quotidiano “El Mercurio” dicono peste e corna del governo ed esigono ad alta voce il golpe militare redentore, che è ora di porre fine alla tirannia rossa; gli fanno eco altri giornali, riviste, emittenti radio e televisive. Per il governo è difficile muoversi; giudici e parlamentari mettono bastoni tra le ruota, mentre cospirano nelle caserme i capi militari che Allende crede leali.

In questi tempi difficili, i lavoratori stanno scoprendo i segreti dell’economia. Stanno apprendendo che non è impossibile produrre senza padroni, né rifornirsi senza mercanti. Ma la moltitudine operaia marcia senza armi, con le mani vuote, in questo cammino della libertà. Dall’orizzonte arrivano numerose navi da guerra degli Stati Uniti, e si esibiscono davanti alle coste cilene. E il golpe militare, tanto annunciato, avviene.

Gli piace la buona vita. Molte volte ha detto di non avere la stoffa dell’apostolo né del martire. Ma ha anche detto che vale la pena morire per tutto ciò senza il quale non vale la pena vivere.

I generali cospiratori chiedono le sue dimissioni. Gli offrono un aereo per abbandonare il Cile. Lo avvisano che il palazzo presidenziale sarà bombardato dal cielo e dalla terra. Insieme con un pugno di uomini, Salvador Allende ascolta le notizie. I militari hanno occupato tutta la nazione. Allende indossa in casco e prepara il suo fucile. Risuona l’esplosione delle prime bombe. Il presidente parla alla radio, per l’ultima volta: Io non mi dimetterò…

Una grande nube nera si alza dal palazzo in fiamme. Il presidente Allende muore nel suo posto. I militari ammazzano a migliaia in tutto il Cile. Il Registro Civile non annota le morti, perché nei libri non c’è spazio, ma il generale Tomas Opazo Santander afferma che le vittime non superano lo 0,1% della popolazione, non rappresentano quindi un alto costo sociale, e il direttore della CIA, William Colby, spiega a Washington che grazie alle fucilazioni il Cile sta evitando una guerra civile.

La signora Pinochet dichiara che il pianto delle madri redimerà il paese. Occupa il potere, tutto il potere, una Giunta Militare di quattro membri, formati alla Scuola delle Americhe di Panama. Li guida il generale Augusto Pinochet, professore di Geopolitica.

Suona la musica marziale su sottofondo di esplosioni e raffiche di mitra: le radio emettono bandi e proclami che promettono più sangue, mentre il prezzo del rame si moltiplica per tre, immediatamente, nel mercato mondiale.

Il poeta Paolo Neruda, moribondo, chiede notizie del terrore. Riesce a dormire poco e dormendo delira. La veglia e il sonno sono un unico incubo. Da quando ha ascoltato alla radio le parole di Salvador Allende, il suo degno addio, il poeta è entrato in agonia. “Il mio paese è stato il più tradito di questo tempo”.