ORGANO UFFICIALE DEL COMITATO CENTRALE DEL PARTITO COMUNISTA DI CUBA
Photo: Jorge Luis González

Basterebbe trovare le parole precise, quelle esatte, quelle che riescono a descrivere senza tagli soggettivi o eccessi, tutto l’amore e il dolore di un popolo. Perchè i cubani siamo andati in Piazza per amore a Fidel E anche per dolore.
La Piazza, lunedì 28 era una fila lunga, interminabile, sinuosa. Ed erano tre le sale del Memoriale José Martí. Era un Fidel vestito da guerriglia con lo zaino da campagna e gli stivali per ripercorrere il tempo.
Ed era anche di più: lo sguardo verso l’orizzonte, che potrebbe essere anche diretto al futuro.
Basterebbero le parole corrette. Ma corretto dopo tutto risulta quello che dicono coloro che lo conoscono e lo amano. Meglio lasciarli parlare.
I suoi occhi pesano. Guardarlo. Perché  l’anima traspare come uno specchio in questo “Sono Fidel” che colora  la sua guancia sinistra e al momento il suo addio diviene così intimo, così suo, come se non ci fosse nessun altro. Sulle labbra un “ti voglio bene”.  E un bacio nell’aria verso di lui che sta in piedi con la sua uniforme verde olivo, sulla cima di una montagna. Perenne.
Mano a mano che uno va avanti nella fila ti si stringe il petto e la tristezza è tanto grande che fa male, e sappiamo che si deve essere forti, che la miglior forma di noi giovani per rendergli omaggio è di essere migliori studenti, ma come mi possono chiedere di non piangere, se è come  se fosse morto mio padre?.
Per un secondo María Carla Ávila, dell’Università di Scienze Informatiche tace. Necessita una boccata d’aria, se no le parole non escono.
Con il suo piccolo Álvaro, di pochi mesi, Geidy Padrón Blanco giunge in Piazza e ci racconta che  Alejandro, l’altro suo figlio di quattro anni è andato all’asilo vestito di nero con le mostrine del Comandante che sua nonna gli ha dipinto.
Qualsiasi cubano che si sente tale dovrebbe stare qui. Lo pensa e lo fa sapere questa ragazza che lavora in un centro d’investigazione e sviluppo delle Forze Armate Rivoluzionarie.
“Ho avuto l’opportunità di conversare con Fidel, di toccarlo. È stato nel Colosseo della Città Sportiva durante il ricevimento dei giocatori di baseball - i peloteri -  del primo Classico Mondiale. Abbiamo fatto un cordone e lui è uscito proprio dove stavo io. Mi ricordo ancora quella mano gentile”.
Per lei Fidel è stato il miglior esponente di ogni settore della società cubana. Ci ha insegnato a pensare. E alla gioventù tocca seguire il suo legato, applicare  ogni giorno  il suo concetto di Rivoluzione”.  
“E se mi chiedono come vorrei che fossero i miei figli, direi che come Fidel”.
“Parlare del Comandante diventa sempre una memoria della sua vita”
Ne è certo  Andrés Gómez, maestro di professione e giornalista.
“ Anche in questo giorno in cui il dolore marcia anche lui per la Piazza, dobbiamo essere allegri, perchè abbiamo avuto un Fidel, per l’opportunità di coincidere nella storia, perchè siamo figli della sua sapienza”.
“ E quando le sue ceneri partiranno per Santiago, come se di nuovo percorresse la Carovana della Libertà, la sua gente starà lì come in quel 1º gennaio del 1959.
Non va detto molto solo che è il cubano più grande della nostra storia. E non mi dite che va paragonato a Martí. Non sono uno contro l’altro, ma due parti di una grandezza”.  
Gaspar Loré, con tutte le sue medaglie e il suo dolore evidente è andato a rendere l’ultimo omaggio a chi considera il suo maggiore esempio.  “Abbiamo perso il più grande di Cuba, ma ci restano i suoi insegnamenti e l’obbligo d’essere degni difensori di quanto ha fatto per Cuba. Ho fatto parte di una colonna, sono stato a Girón e non dimentico la sua dedizione e il suo coraggio”.
Gloria La Riva, política statunitense vincolata al Partito Socialismo e Liberazione e coordinatrice del Comitato di Solidarietà con Cuba e Venezuela negli Stati Uniti ci regala un pezzetto del suo Fidel, di quello che vive in lei.
“Sono molte le storie, vederlo era sorprenderti. Una volta ha parlato per più di cinque ore senza smettere; nemmeno per bere acqua, e io dicevo: Ma come fa? È un essere soprannaturale? Realmente lo era”.
“Ricordo che nel ‘93, negli anni più difficili del periodo speciale, fece un discorso memorabile, il 26 di luglio, là a Santiago di Cuba. Mi sorprese che quell’uomo, in un momento così critico, stava lì in piedi spiegando al suo popolo i cambi che il paese avrebbe sperimentato, perchè nonostante tutto la Rivoluzione non sarebbe morta. Solo Fidel poteva farlo.  Era molto abile, con molto ingegno, un uomo che sollevava le folle. E questo è il Fidel che io porto con me, che voglio ricordare”.
Chissà lo stesso che Yilian Contis ha voluto salutare assieme ai suoi figli, Damián, di sette anni e Camilo, di tre. Amilkar, suo marito porta una bandiera.  “Perchè il Comandante è anche la nostra bandiera, il nostro símbolo”.
Loro credono che “venire con i bambini è stata la migliore idea, perchè anche se non sanno il significato di questo momento difficile, più avanti lo comprenderanno e si sentiranno orgogliosi d’averlo vissuto”.
E Damián, un poco timido, ci regala la poesia ch ha scritto per il Guerrigliero  della Sierra:
Fidel sono io, che sono pioniere, e studio per essere il futuro.
Fidel è il medico che ci assiste quando ci sentiamo male.  
Fidel è il maestro che c’insegna ogni giorno.
Fidel è la libertà che godiamo nel nostro paese.  
A Fidel, nostro Comandante, sempre lo porto nel cuore.
Hasta la Victoria sempre, Comandante.
A momenti le stringe la mano. A momenti la prende in braccio.  
Katina Leyva camina così con la sua piccola Aitana di due anni. Sono state ore Di sole, di stanchezza, d’emozione.
“Uno non aspetta mai la norte e tanto meno quando giunge per un uomo come Fidel che per noi era come immortale.E tuttavia lo è.  È nello sguardo di tutte le persone che sono passate di qui, che sono venute per dare l’amore e il rispetto che merita un padre”.
“Per questo ho portato mia figlia, confessa, perchè quando sarà grande le parlerò di questo giorno e le dirò che lei è stata al funerale di suo nonno, che è stato un uomo che ha amato molto i bambini”.
“Stare qui è una grande responsabilità come rivoluzionario, come comunista e come essere umano. Oggi sentiamo un dolore infinito e se qualcosa ci potrebbe consolare, è la  certezza che ogni cubano porta in sè un Comandante in Capo al quale deve la vita”.
“Fino a che esisterà un essere umano degno, esisterà Fidel, afferma  Carlos Alberto Martínez Blanco, direttore dell’Ospedale Universitario Generale Calixto García.
“Da lui abbiamo appreso la lealtà per il popolo, la fede nella vittoria anche nei momenti peggiori. È la persona più straordinaria che sia mai esistita sulla terra. Fidel ci ha fatto degni, ci ha insegnato il suo spirito di lotta e il suo legato lo dobbiamo difendere”.
E se qualcuno ha incontrato in Fidel un motivo sufficiente d’ispirazione, questi è
Alexis Leiva (Kcho). “Le mie giornate sono piene della sua energia e della sua luce: quando disegno, faccio una scultura, costruisco una casa. Il messaggio più poderoso che possiede la mia Patria sono la sua opera e i suoi insegnamenti. È stato il cubano più grande”.
“Da quando abbiamo sentito la notizia, è stata la continuità di un giorno triste.
Almeno io lo sento così”.
Per Alexander Abreu, direttore dell’orchestra Habana D’ Primera, Fidel era tanto grande che non solo il suo popolo piange, ma da ogni parte del mondo giungono mostre di rispetto.
“Ora ricordo mio padre che mi diceva che la Cuba di prima del ’59 era dei ricchi e dei bianchi e che Fidel ha lo ha cambiato. Racconterò questa storia, che siamo diventati uomini degni per il Comandante”.•