ORGANO UFFICIALE DEL COMITATO CENTRALE DEL PARTITO COMUNISTA DI CUBA
I poeti Rito Ramón Aroche, Caridad Atencio; Antonio Armenteros, Ismael González, Julio Mitjáns e il Maestro Rogelio Martínez Furé, in Casa de las Américas. Photo Racso Morejón.

Lo spazio Presenza Afroamericana nella Casa de las Américas ha avuto poderose ragioni per invitare il Maestro Rogelio Martínez Furé e i poeti membri del gruppo letterario El Palenque al più recente di questo incontro dedicato nell’occasione all’oralità e la poesia Zuleica Romay Guerra, direttrice del Programma di Studi aull’Afroamerica nell’Istituzione e coordinatrice dell’incontro, ha elogiato questa figura del folclore cubano che si fa chiamare “cimarrón della parola”, nel suo 80º compleanno e rispetto alla truppa formata dai poeti Caridad  Atencio, Rito Ramón Aroche, Ismael González Castañer, Antonio Armenteros, Julio Mitjáns (presenti all’incontro), Dolores Labarcena e Julio Moracén, ha annunciato che per la prima volta erano protagonisti  all’unisono una lettura delle loro poesie.
A Rogelio Martínez Furé, abile oratore, è andata la prima parola.
L’esecuzione del  Maestro  ha adottato le forme delle sue famose improvvisazioni, facendo muovere i corpi e facendo cantare i presenti.
Queste rivelazioni che la voce di Furé suole rimarcare hanno provocato emozionanti impressioni, quelle che lo annunciavano come: «Un fiume d’acqua  sempre rinnovata, ponte e fiume, e fiume e ponte, ma mai frontiera», ed anche quelle che lo fanno riconoscere come un essere abitato da una fama insaziabile di universi.
I canti e le presenze che ha condiviso hanno lasciato nell’ambiente profondi sentimenti attorno all’identità cubana e universale, come eredi di un’origine comune e padroni esclusivi di questa ricchezza planetaria che è la voce umana.
Con i suoni delle improvvisazioni a fior di pelle, i poeti hanno condiviso con l’auditorio un secondo momento non meno appassionante.  
Far volare le loro poesie dalla parola parlata, con i valori aggregati di una lettura sempre più intensa, ha posto il pubblico a una calda temperatura, la misura per l’applauso spontaneo che non si è fatto aspettare al termine di ogni bardo.
I temi si mescolano tra le voci, le intenzioni, i silenzi alle grida, le urla sorde che abitano quasi sempre in questi brani fatti di parole, dove si trova la poesia.
Ognuno va per il suo lato nei testi scelti per condividere questa breve opportunità che la Casa offre, limitata da un tempo finito, ma che si gradisce.
Uniti dalla bellezza in cui domina la forza interiore:  «Sono arrivato a quest’ora trascinando il mio corpo in tutti i momenti. Servo il sangue ferito senza impronta materiale. La storia che mi trascino come la prendarai? Se gia si è imposta l’acqua che io ho unito…  In altri l’insistenza o la nullità dei sogni… Ho praticato il rituale degli obbedienti e niente... Ho praticato il rituale degli illetterati e… niente. Ho praticato l’errore dei diseredati …  e niente. Come queste province che non aspettano nulla, io libero l’anima.
Quelli che ascoltano riescono a sdoppiarsi e vivere l’esperienza che ogni testo propone. Lo stesso il dubbio, l’ironia, la resistenza, la perdita: una bottiglia appare al centro, un’altra nella cassa (…) grida, rumori di sedie, vetri, la voce del barista, nessuno ti potrà soccorrere, ha detto. Picchiami vicino al bancone. La voce del barista. Il pugno. Penurie, lutti, reclami ...
Zigzagano alcuni dei testi offerto dal Palenque in questa gala d’indizi insospettati. Ma il gruppo è molto di più. La sua innegabile voce sa di rifugi più caldi di quel che forse si suppone. Si deve cercare nei libri.
La parole letta è, trattandosi di poeti, un invito  per niente disprezzabile. Anche se nessuno nega e tantomeno quelli che stavano lì, la forza del’oralità, con una crescita provata tra improvvisazioni e poesie. (Traduzione GM – Granma Int.)