OFFICIAL VOICE OF THE COMMUNIST PARTY OF CUBA CENTRAL COMMITTEE
Opera di Maisel López. Photo: Ilustrativa

Il mausoleo che 0nora l’Apostolo, a Santiago di Cuba, conserva il silenzio solenne della manigua, nelle ore che seguirono la sua morte, il 19 maggio del 1895. Oggi viene interrotto solo dagli accordi dell’Elegia a José Martí,  composta dal Comandante della Rivoluzione Juan Almeida Bosque.
I suoi resti sono custoditi senza interruzione da una guardia d’onore; i fiori bianchi non mancano; la bandiera cubana riposa sulla sua tomba, e il sole cade tutto su di luí per tutto il giorno.
Questo spazio, uno dei più intimi del cimitero Santa Ifigenia, ai piedi della  Sierra Maestra, onora la vita e l’opera del più universale dei cubani, in un silenzio che somiglia a quello che riferirono i testimoni della sua morte e che storiografi e giornalisti hanno raccontato per 125 anni.
 A poche ore dalla morte di Martí, «regnava il silenzio. Era come se tutto fosse terminato lì, come se la guerra non andasse avanti», ricreò il giornalista  cubano Manuel Lagarde.
Il Maestro era arrivato a Dos Ríos alcuni giorni prima che le pallottole raggiungessero il suo corpo. Lì stava nell’accampamento mambì dopo giornate di lunghe camminate nella montagna. Nonostante la sua minuta figura, sorprese i suoi compagni per la destrezza con cui percorreva sentieri impervi, portando il suo fucile e lo zaino con le supoche cose.
«Sino ad oggi non mi sono sentito uomo. Ho vissuto vergognandomi e trascinando la catena della mia Patria per tutta la mia vita. Il divino chiarore dell’anima rende leggero il mio corpo. Questo riposo e benessere spiegano la costanza e i giubilo con cui gli uomini si offrono al sacrificio»,  raccontò ai suoi compagni dell’emigrazione in una lettera scritta dalla campagna.
Non era tanto debole come si pensava. Era un uomo vivo, che saltava qui e ricadeva lì.
«Sopportava più che mai e vedeva più di tutti. Era come se uno fosse cieco e lui fosse il solo che vedeva», scrisse  Lagarde, nella versione della testimonianza  del dominicano Marcos del Rosario, amico di Martí, che lo accompagnava nei giorni della guerra.
I suoi compagni di lotta nella  manigua non solo provarono ammirazione per la sua forza, ma anche per la sua sensibilità.
Si racconta che quando le truppe si fermarono verso Dos Ríos, lui passava il tempo scrivendo.  Metteva due o tre parole su un foglio bianco, guardava la montagna e poi tracciava altre lettere sulla carta.
Anche se era un uomo con forti problemi di salute, «restò a curare i feriti sino all’alba, lavorando senza interruzione all’organizzazione della guerra appena iniziata e mantenendo la corrispondenza con l’estero, tutto nelle sue poche ore di riposo», ha detto l’investigatore Roberto Pérez Rivero.
L’Eroe Nazionale è norte sulla riva del fiume  Contramaestre, tra i fischi delle pallottole dell’esercito spagnolo
«Gli spari colpirono il corpo del Maestro, la luce dello zenit lo bagnò, perse le redini  del cavallo e il suo corpo si afflosciò e andò a giacere sull’amata terra cubana.
«Dal suo revolver, legato al collo con un cordone, non mancava nemmeno una cartuccia », descrisse il professore e storiografo Rolando Rodríguez, su quel 19 maggio.
La scarica dei fucili ammutolì la manigua.
Oggi la silente solennità di quelle montagne prevale nella sua lapide, ma nei petti dove c’è Martí, rinasce sempre, con la forza vitale della parola bella, che pose gli uomini in ginocchio per la loro Patria e per l’azione che prima della morte fece  inclinare la loro fronte. (GM – Granma Int.)