ORGANO UFFICIALE DEL COMITATO CENTRALE DEL PARTITO COMUNISTA DI CUBA
Il giorno della morte di Frank País García e Raúl Pujol è stato scelto come data simbolica per onorare i più di 20.000 cubani che persero la vita nel’impegno di far cadere Batista. Photo: Archivo

A vent’anni la vita è ancora un sogno. C’è un futuro da scoprire, mete da edificare e fantasie da realizzare. A questa età non si pensa alla morte.
Con tanta energia che pulsa nel petto, chi può immaginare che gli tocchi la fine, chi vuole andarsene quando comincia appena la sua presentazione nel mondo.
Ma quando, nonostante la resistenza della vita, giunge l’addio, quanto è dolorosa la partenza, quanto è difficile contenere il dolore di fronte a tante speranze spezzate.
Fu questo  sentimento indescrivibile quello che motivò l’eroica Santiago quel 31 luglio del 1957, quando i tiranni dovettero cedere il passo al popolo appassionato, indignato e ferito, che proteggeva nel suo seno due corpi profanati dall’odio e dall’ignominia: quelli di Frank País García e Raúl Pujol.
Se ancora oggi ci stringe il cuore, è possibile immaginare quei giorni di lutto nei quali le giovani spighe della Rivoluzione erano trasformate in bersagli dagli sbirri. Senza una briciola d’umanità, erano perseguitati, cacciati come animali e assassinati nell’oscurità d’una cella di tortura o in piena luce del giorno, in un vicolo della città.
«Frank País era uno di quegli uomini che s’impongono dal primo momento. Il suo viso era più o meno somigliante a quello che mostrano le fotografie attuali, ma aveva occhi d’una profondità straordinaria».
Così il Che descriveva chi essendo ancora un ragazzo, era già il capo d’Azione e Sabotaggio del Movimento 26 di Luglio.
La sua audacia e la sua dedizione alla causa della Patria non avevano limiti. Organizzò il sollevamento del 30 novembre in appoggio allo sbarco del Granma, contribuì dalla città alla sopravvivenza del nucleo guerrigliero che si rinforzava
nella Sierra Maestra,  fece da guida al giornalista  statunitense Herbert Matthews, per far sì che incontrasse Fidel.
Furono tanti i suoi meriti che il giorno della sua morte è stato scelto come data simbolica per onorare i più di 20.000 cubani che persero  la vita nell’impegno di far cadere Batista, ai cui servili seguaci diede, l’allora giovane avvocato e leader de movimento, il più esatto dei qualificativi:
«Che barbari! Li hanno cacciati per la strada vigliaccamente, valendosi dei vantaggi che godevano per perseguitare un combattente clandestino!
Che mostri! Non sanno l’intelligenza, il carattere, l’integrità che hanno assassinato !...».
Il  30 luglio restò marcato così come la data nella quale tutto il popolo cubano rende omaggio a questa vite spezzate.
Il Giorno dei Martiri è divenuto uno spazio di ricordo dei figli più degni della Patria e nello stesso tempo un esercizio di coscienza per non dimenticare mai gli obbrobri che abbiamo lasciato nel passato.
Se di qualcosa dà prestigio la Rivoluzione Cubana è non aver dimenticato mai coloro che si sono fusi con le sue radici e sono diventati le fondamenta più preziose sule quali è stata edificata quest’opera.
Per questo, quando il popolo onora i suoi caduti, stabilisce questa relazione incorruttibile tra passato, presente e futuro, perchè presente e futuro sarebbero, così come li vediamo, solamente un’utopia senza tutto lo sforzo che è restato indietro nel tempo  ma che non è mai stato cancellato dalla memoria popolare.
Quel che vogliamo che non si ripeta mai più, che non vogliamo nemmeno pensare, che non possiamo nemmeno immaginare, è che questi compagni che con tanta venerazione, con tanto amore, con tanto profondo rispetto e con un così puro sentimento di lealtà veniamo a ricordare, siano un giorno dimenticati.
Fidel lo disse in occasione del secondo anniversario della morte di Frank.
Lì nell’Istituto di  Segunda Enseñanza di Santiago di Cuba, aggiunse:
«Non stiamo parlando di eroi nè di martiri che vissero cento anni fa. Stiamo ricordando compagni che hanno convissuto con noi, nelle nostre stesse case, che si sono seduti con alla stessa tavola, che sono venuti con noi sulla stessa nave, hanno percorso gli stessi sentieri, salito sulle stesse montagne, lottato negli stessi combattimenti e sognato gli stessi ideali.
Per questo, ogni volta che citiamo i loro nomi, che scriviamo le loro biografie, ricordiamo i momenti della storia  dei quali sono stati protagonisti, stiamo impedendo che si perda il loro legato.  Il cammino che ci ha portato qui non è stato facile e questo vuol dire tra le altre cose che li sacrificio non era un’azione di comportamento ma una scelta obbligatoria per tutti coloro che decidevano d’abbracciare la causa della Patria.
Oggi, in altre circostanze, in altri tempi e privilegiati dal sistema sociale umanista che costituiva il sogno di quella generazione, non smettono d’essere sacrificio e dedizione quotidiana i principi obbligatori che ci accompagnano.
Cuba sarebbe niente senza la sua storia o, quello che è lo stesso, la Rivoluzione non sarebbe nulla senza i suoi morti. Per questo esiste il Giorno dei Martiri e per questo ogni 30 luglio, in nome di tutto il popolo, i santiagheri e le santiaghere tornano in corteo, perchè nulla oscuri l’infinita gratitudine per coloro che fecero sì che quest’opera sia oggi una realtà tangibile.
Questi, che nessuno lo dubiti, sono tempi di reincontro con la gloria vissuta, ma soprattutto, come in maniera unica ha dichiarato il Comandante in Capo, e quando il popolo si unisce per queste commemorazioni:
«Veniamo a parlare non della storia che è passata, ma della storia che stiamo vivendo, perchè il popolo di Cuba sta vivendo e costruendo questa storia».
( GM – Granma Int.)