
Bene, per cominciare a realizzare i mandati del Congresso e appoggiare Ronquillo nella nuova direzione, prima di dicembre starò in Twitter (Applausi ed esclamazioni).
Compagni della direzione del Partito, dello Stato e del Governo quí presenti.
Stimati Premi Nazionali di Giornalismo.
Cari giornalisti:
Dopo i nostri più recenti percorsi di varie province e le giornate di questo Congresso, scenari che ci permettono di condividere esperienze e meditazioni con la stampa nazionale in un modo più vicino, ho compreso perchè Fidel chiese una volta di considerarlo come uno di voi.
I giornalisti cubani hanno il merito indiscutibile d’aver sostenuto la voce della nazione nelle circostanze e le ore più avverse con ammirabile lealtà, elevato senso di responsabilità, talento, intelligenza e contagioso entusiasmo che genera sempre interessanti proposte.
Non ci aspettavamo e non ci si aspetta meno da coloro che sono orgogliosi d’appartenere a un gruppo nobilitato dalle sue origini da intellettuali della taglia di José Martí, Fidel Castro e dei più brillanti leaders della Rivoluzione, dal 1868 ai nostri giorni.
Oggi, dopo lunghi e faticosi anni assediati simultaneamente dalle più severe carenze materiali e dall’inaccettabile incomprensione di alcune delle nostre stesse fonti, è legittimo riconoscere che la maggioranza di voi ha dovuto combattere molto duramente per esercitare con dignità un lavoro che domanda non solo talento e sforzo, ma anche ideali molto elevati per respingere, nel mezzo di forti sacrifici economici, le offerte di pagamenti relativamente “generosi” che la lucrativa industria delle campagne contro Cuba, opportuniste, cinicamente a disposizione di chi ha un prezzo o crede ingenuamente nel falso discorso libertario degli apologisti del mercato.

Potremmo dire che il panorama mediatico non è mai stato tanto tentatore e sfidante, ma saremmo ingiusti con la storia di una Rivoluzione che non ha conosciuto tregua nel suo arduo impegno di conquistare tutta la giustizia e che dal primo giorno, come ricorda la frase di Fidel che presiedeva il Congresso, comprendeva il ruolo centrale del giornalismo nella difesa della fortezza assediata.
Come immaginare senza la stampa clandestina e guerrigliera o senza Radio Rebelde, la rapida avanzata dell’Esercito Ribelle? Cosa sarebbe stato della neonata Rivoluzione senza la brillante Operazione Verità? Forse la guerra mediatica che ha rubato il nome dell’Apostolo, trasmettendo da un aereo, non è stata vinta con tecnologie e nuovi progetti giornalistici che hanno rivoluzionato radio e televisione nel suo momento e ancora oggi?
Grazie alla comprensione che la sua verità necessita del giornalismo, Cuba ha potuto costruire un sistema di mezzi pubblici la cui forza principale siete voi, i giornalisti, più efficaci se più autentici, originali e creativi, raccontando alla nazione e al mondo la verità che “vi necessita”.
Quello che possiamo dire adesso è che se la rivoluzione delle TIC, l’era di internet e la tirannia delle imprese che si dedicano all’affare della comunicazione ci presentano sfide sempre più forti per le nostre condizioni d’economia sottosviluppata, il paese non si è mai sottomesso alle regole del suo avversario, nè ha ceduto sovranità in nome della veloce modernità.
E per quanti tentativi di farci tornare a un passato di sensazionalismo e stampa privata con maschere nuove, né i media pubblici cubani, nè i loro giornalisti sono in vendita.
Non accuso ingiustamente. Indico la guerra aperta che ci fanno dai media che sotto l’ombrello di tempi migliori nelle sempre più fragili relazioni con il vicino poderoso che ci disprezza, ha accresciuto in una scala l’attacco a quello che ci unisce – il Partito, che ci difende e la nostra stampa -, squalificando continuamente tutti e due, e cercando di fratturare e separare quello che viene da una stessa radice e cresce dallo stesso tronco.
Alludendo al tipo di missione che questi media tentano di compiere con sorprendente articolazione che smentisce la presunta libertà, M. H. Lagarde, ha disegnato con ironia ma senza eufemismi, la nuova classe di leaders che ci vendono da questi spazi. Raccomandiamo la lettura completa di “I nuovi rivoluzionari” sui quali Lagarde afferma:
“…I nuovi rivoluzionari giurano e spergiurano che non sono salariati del pensiero ufficiale ma che accettano borse di studio in università in Olanda, dove insegnano loro a difendere il socialismo in Cuba.
I nuovi rivoluzionari chiamano alla disobbedienza quando è più che mai necessaria l’unione. Per loro esperti anche in politica, non ha niente a che vedere con Cuba la persecuzione giudiziaria dei leaders della sinistra in America Latina, i tentativi di colpi morbidi e le invasioni del Venezuela e del Nicaragua.
“I nuovi rivoluzionari sono democratici e rispettosi delle opinioni altrui, per questo non condividono le loro posizioni e sono sottomessi, pecoroni, obbedienti, mediocri, talibani, khmers rossi, stalinisti, ufficialisti e repressori.
La missione principale pertanto dei nuovi rivoluzionari, è quella di dividere e senza dubbio a volte la realizzano.
Il testo di Lagarde è un pochino più lungo ma bastano queste idee perchè definiscono la sfida più urgente di quest’epoca in questa parte del mondo.
So che i documenti teorici e i dibattiti del Congresso, senza disconoscere, dimenticare o togliere importanza alle urgenze interne che alla fine risultano strategiche, hanno puntato sulla centralità di questa battaglia che non finirà mai, tra la logica del capitale egoista e che esclude e la nostra logica socialista e martiana, fidelista, solidale e generosa.
Perché anche se ci vendono un’altra versione dei fatti, la realtà testarda è troppo in vista e passa dolorose fatture a quelli che hanno creduto che il lupo era una pecora.
Si è o non si è dai tempi di Shakespeare.
Ovviamente il Congresso è stato molto più che questo dibattito centrale e questo ci rallegra, Prima di tutto vale la pena celbarare che siamo giunti a questa decima edizione con la Politica di Comunicazione sociale, un documento che definisce come un diritto cittadino e come bene pubblico l’accesso all’informazione, la comunicazione e la conoscenza; che assegna maggior autorità ai dirigenti della stampa che attraversa la società e stabilisce obblighi in questo senso per istituzioni, organismi e autorità e che difende i valori e i simboli della nazione e ordina il rispetto della diversità che siamo.
Che dichiara che la comunicazione è una risorsa strategica della direzione dello Stato e del Governo e definisce il carattere pubblico dei servizi di radio diffusione e comunicazione e riconosce solo due tipi di proprietà per i mezzi di comunicazione: la statale e la sociale.
La UPEC e la Facoltà di Comunicazione dell’Università de L’Avana sono stati parte attiva dell’elaborazione della politica, del suo aggiustamento e adeguamento ai momenti attuali.
Praticamente la totalità del settore ha partecipato a discussioni fondamentali per la loro successiva applicazione.
C’è entusiasmo nel Congresso per le porte che si aprono alle preoccupazioni storiche e recenti del settore con i sistemi di gestione che assegnano una maggiore autonomia ai media e al loro rafforzamento, ordinamento e rinnovamento tecnologico.
Intendo che si sono arrabbiati quelli che non sono stati invitati all’analisi, perchè non sono parte della UPEC nè della società cubana che si sono guadagnate con sacrificio e sforzi il diritto esclusivo di discutere come disegnare il futuro.
E ovviamente non ci stupisce che abbiano cominciato a formare fiumi di intrighi contro il Partito e il sistema dei media i salariati del pensiero unico mondiale nella sua versione Cuba o straniera.
Cosa speravano? Cosa suggeriscono? Forse che si consegnino le nostre agenzie di notizie tra le braccia del mercato con i loro giornalisti per la strada?
Certo che la nostra Telam non verrà dissanguata.
Il Fondo Monetario Internazionale – FMI- non comanda in Cuba.
Per le notizie che ho ricevuto sulle prime giornate, il Congresso è stato un evento di successo con economia di relazioni e con proposte solide e apportatrici dall’esperienza delle basi delle organizzazioni nei media e nell’accademia.
Credo che questo si deve al fatto che la UPEC non ha smesso di funzionare in questi anni, nemmeno nei più sconcertanti e duri, quando ha perso il suo leader nataurale e formale, il fratello Moltó, come piace chiamarlo per il suo spirito di compagno, che ha lasciato uno stile di lavoro e la sua speciale relazione con le basi a qualsiasi livello.
La sua brillante definizione di “a cosa serve la UPEC”, la sua battaglia per sommare i giovani alle battaglie di Cuba e la sua capacità per promuovere l’impulso all’informatizzazione, all’uso delle reti sociali, all’utilizzo
intenso degli apporti della facoltà, lasciano una rotta tracciata per la quale oggi transita un comitato nazionale rinnovato, senza tralasciare la continuità.
I riassunti delle commissioni saranno un utile strumento di lavoro per assumere i nuovi spazi mediatici senza timori, creativamente all’offensiva, vincendo i vantaggi tecnologici delle piattaforme colonizzatrici con il talento e la creatività che ci offrono la nostra natura battagliera e l’eredità culturale e politica che ci ha lasciato Fidel e che continuano a consegnarci Raúl e i suoi compagni della generazione storica.
Non dimentico le domande più forti che voi avete fatto: il salario insufficiente e ancorato a vecchie risoluzioni che si devono eliminare; la situazione materiale precaria dei media e dei giornalisti, tema per il quale si comincia a vedere la luce alla fine del tunnel delle nostre eterne scarsità, almeno in provincia dove le necessità dei giornalisti e dei loro media sono stati situati al centro del 1% del contributo territoriale(le entrate locali).
Nessuno è meglio preparato di voi per intendere che quello che è pendente è più della necessità di un settore. È la necessità di un popolo nobile e lavoratore, le cui storie umane, eroiche e commoventi, si devono ancora raccontare pienamente, che sta per somigliare di più al paese che siamo, il paese che mostrano i nostri media. Possono mancare le risorse materiali, ma non può mancare la risorsa morale, etica, rivoluzionaria che voi quotidianamente apportate, questa che Víctor Joaquín e Aroldo difendono.
Per difendere questi valori siamo Cuba!
Come ho chiesto di considerarmi uno di voi, sento una forte responsabilità nel gran impegno che abbiamo davanti per voi e per noi, per il Partito e lo Stato e il Governo per saldare i nostri numerosi debiti con la storia passata, recente e nello stesso tempo con il futuro.
Sí, la verita vi necessita. E la Rivoluzione è come ci hanno insegnato Martí e Fidel, questa verità più grande di noi stessi. Noi staremo percorrendo il cammino verso questo futuro che desideriamo!
Molte grazie! (ovazione)
(Versione stenografica del Consiglio di Stato/Traduzione Gioia Minuti).




