La storia convulsa dello Stretto della Florida, al di là delle 90 miglia › Cuba › Granma - Organo ufficiale del PCC
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Le azioni degli Stati Uniti in materia migratoria sono costate la vita a molti cubani. Photo: Juvenal Balán

Lo scontro storico tra Cuba e gli Stati Uniti è cominciato molto prima del trionfo della Rivoluzione ed ha marcato i flussi naturali delle persone tra i due paesi vicini, che sono separati da appena 90 miglia nautiche di mare.

Dal 1º gennaio del 1959 la politica migratoria degli Stati Uniti verso Cuba è stata utilizzata come un’arma contro il processo rivoluzionario intrapreso dall’Isola.

Fomentare la partenza di minori d’età con una falsa propaganda su presunti scambi nella patria podestà; tollerare il sequestro di imbarcazioni e aerei cubani per raggiungere il territorio statunitense rientrano in una lunga lista di azioni aggressive in questa materia, applicate da successive amministrazioni degli Stati Uniti, che portano sulle spalle il peso della morte di centinaia di persone innocenti.

In tutto questo processo i più danneggiati sono stati i popoli cubano e statunitense, uniti da profondi vicoli storici e culturali, come le famiglie che si dividono tra uno e l’altro lato dello Stretto della Florida.

Di recente si è compiuto il primo anniversario dell’ultimo degli accordi migratori firmati tra i due paesi, che dava continuità a quelli firmati dopo la crisi di Mariel negli anni ’80, e quella dei balseros negli anni ’90 del secolo scorso.

Uno dei passi più trascendentali è stato porre fine alla politica dei piedi asciutti, piedi bagnati.

La dichiarazione del Governo Rivoluzionario emessa nello stesso 12 gennaio, assicura che questa politica «costituiva uno stimolo all’emigrazione irregolare, al traffico degli emigranti e agli arrivi irregolari negli Stati Uniti da terzi paesi di cittadini cubani che viaggiavano legalmente all’estero, ammettendoli automaticamente nel loro territorio con un trattamento preferenziale e unico, che nessun cittadino di altri paesi ha mai ricevuto e che quindi era un incitamento alle partenze illegali».

Inoltre segnala che la sua «implementazione e quella di altre politiche, avevano provocato crisi migratorie, sequestri di navi e di aerei e la commissione di delitti come il traffico degli emigranti, la tratta delle persone e l’uso della violenza con un impatto extra territoriale di destabilizzazione crescente su altri paesi della regione, utilizzati come transito per raggiungere il territorio statunitense».

Il comportamento dei flussi migratori dopo l’entrata in vigore di questa misura, che ha portato le partenze illegali per mezzi rustici quasi a zero, dimostrano la posizione difesa sino all’esaurimento da Cuba che erano le politiche statunitensi i principali stimoli per una migrazione disordinata e insicura.

Però nonostante i passi avanti realizzati – tra i quali s’include la fine del Programma “Parole per Medici cubani Professionisti”, che incentivava l’ abbandono delle missioni del personale della Maggiore delle Antille in terzi paesi– si mantiene sempre in vigore la Legge de Ajuste (di adeguamento) Cubano del 1966.

È impossibile pensare nella normalizzazione delle relazioni migratorie tra i due paesi sino a che il Congresso nordamericano non metterà fine a questa legislazione.

Il leader storico della Rivoluzione, Fidel Castro, ha definito nel modo migliore ll danno provocato dalla Legge de Ajuste al popolo cubano.

«Non proporremmo mai una Legge de Ajuste per gli altri paesi, perchè è una legge assassina, ma si proporremmo lo sviluppo del Terzo Mondo, se non si deisidera che la sua popolazione eccedente schiacci le società ricche al costo di abbondante sangue degli emigranti che cercheranno d’infiltrarsi per tutte le vie. Proporremmo giustizia per il mondo e un poco di luce per i politici ciechi che oggi dirigono le più sviluppate e ricche nazioni della terra », aveva assicurato il 27 novembre del 2001 in un discorso nella Tribuna Antimperialista José Martí.

L’anniversario dell’accordo giunge nel contesto differente a quello della sua firma nel 2017, pochi giorni dopo la fine dell’amministrazione di Barack Obama.

Il Governo di Donald Trump, utilizzando pretesti senza prove né legami con la realtà, ha ridotto il suo personale nella nuova ambasciata statunitense a L’Avana ed ha paralizzato quasi completamente l’emissione dei visti.

Inoltre ha ordinato l’espulsione di 17 diplomatici cubani dall’ambasciata a Washington.

«Danneggiando il funzionamento delle due ambasciate si stanno danneggiando gli scambi di ogni genere tra Cuba e gli Stati Uniti, siano scambi culturali, sportivi, scientifici, ma anche gli scambi e le relazioni familiari», ha assicurato pochi giorni fa in una conferenza stampa Josefina Vidal, direttrice generale per gli Stati Uniti della Cancelleria cubana.

La Vidal ha riferito che sin dal principio si è mantenuta una comunicazione permanente e sistematica, sia a L’Avana che a Washington, per cercare di trovare una soluzione. Questo dialogo si è mantenuto sempre ed è servito sia per trasferire le preoccupazioni di Cuba, come per chiarire la nostra insoddisfazione, la molesta e il rifiuto di Cuba d’accettare tutta una serie di accuse e o insinuazioni che non sono provate», ha aggiunto.

Dalla metà dell’anno scorso il Dipartimento di Stato insiste nel parlare di presunti attacchi acustici contro i suoi diplomatici a L’Avana, ma dopo tre mesi d’investigazioni non esiste una sola evidenza che sostenga questa accusa.

Alla fine, ha segnalato Josefina Vidal, le misure prese sono terminate in decisioni totalmente accelerate, frettolose, senza fondamenta, che hanno danneggiato non solo le relazioni bilaterali nel loro insieme, ma anche le persone.

«Le soluzioni, ha detto, stanno nel lato degli Stati Uniti». ( Traduzione GM - Granma Int.).