ORGANO UFFICIALE DEL COMITATO CENTRALE DEL PARTITO COMUNISTA DI CUBA
Collaboratori cubani in Haiti Photo: Tomada de Facebook

10:29 della notte, la più lunga. Non è un’ora intelligente per Cuba non lo sarà mai più e nemmeno il mondo la vedrà con indifferenza. È morto Fidel.
Più di 600 volte “ce lo hanno ucciso”, tentativi falliti, perché uomini come questi non si uccidono. Muoiono quando gli toccca. E se vanno, e caso mai, pretendono di farlo in silenzio.
C’è silenzio pur vicino al rumore assordante delle strede, perchè su Cuba è caduta improvvisamente una tristezza di secoli.
“È morto l’ultimo rivoluzionario”, intitola qualche grande media della stampa, che riceve qualche secondo dopo della fatidica ora uno schiaffo.
Un uomo è morto sì, ma non la Rivoluzione. Se c’è qualcosa di cui Fidel si è assicurato, è stato cominciare a tesserla con le sue mani e insegnare a molti a farla. Non poteva essere diverso per chi “Nonostante tutti i problemi,  nonostante le aggressioni dall’estero e le arbitrarietà dall’interno”, ha lottato sino all’ultimo respiro dei suoi 90 anni, perchè “quest’isola sofferente, ma testardamente allegra generasse la società latinoamericana meno ingiusta”.
II suoi nemici non dicono che questa impresa è stata opera del sacrificio del suo popolo, “ma anche opera della cocciuta volontà e dell’antiquato senso dell’onore di questo cavaliere che si è battuto sempre per i perdenti come quel suo famoso collega dei campi della Castiglia” ci ricorda Galeano come per combattere l’amarezza.  
Sei sveglia. La notizia ti ha incontrato in piedi e già non potrai dormire. Non sei sola. Anche prima che il governo cubano annunciasse il lutto ufficiale di nove giorni, già lo eri tu, in questo silenzio d’impotenza, e con te milioni di cubani, di gente che ama Cuba dentro e fuori da questo paese al quale Fidel ha guadagnato un posto nella mappa geopolitica del mondo, Ci ha messo e mantenuto lì. Non ha lasciato la missione di rimanere a colpi d’esempio.
Cerco nelle reti. La morte si espande, si moltiplica e fuori e dentro il caimano l’inquietudine fa rabbrividire.
Parlo con Haiti, con i medici cubani che sono là, che sono stati là.
Con quelli della brigata di speranza che ha creato. La Henry Reeve,opera del suo pensiero liberatore, con la brigata medica permanente, nella comunità meridionale di Anse d’Haunault, fortemente  danneggiata dall’uragano Matthew ha ratificato oggi “di fronte a Cuba e al mondo, il fermo e non negoziabile impegno con i poveri della terra, con l’umanità”.
È il miglior modo di “mantenere vivi i suoi ideali” come un esercito di camici bianchi.  Come tutti i rivoluzionari che viviamo la fortuna d’avere tra di noi l’esempio e la guida che è stato, è, e sarà il Comandante invitto.
Fidel Castro Ruz, uomo giusto, degno e patriota, sentiamo oggi e sempre  la scomparsa fisica dei un vulcano di idee, di una trincea permanente di dignità, petto fermo di fronte al combattimento di tutti i tempi, dichiarano i medici all’alba da questa fraterna terra della quale in varie occasioni Fidele ha parlato, per la quale ha chiamato l’umanità e a unire le volontà.
La tragedia commuove la gente di buona fede e un gran numero di persone, soprattutto quelle con un carattere naturale. Ma forse sono pochi quelli che si fermano a pensare perchè Haiti è un paese così povero.  
“Non posso smettere d’esprimere l’opinione che è ora di trovare soluzioni reali e certe per questo fraterno popolo”, aveva riflettuto.
Sei anni fa aveva detto: “Sentiamo un sano orgoglio per la cooperazione che in questi istanti i medici cubani e i giovani medici haitiani formati in Cuba stanno prestando ai loro fratelli di Haiti”.
Sono sempre lì, Comandante, evitando altre disgrazie. Hasta la Victoria Siempre! Aiutando, salvando vite, dando questa prova di spirito umanitario tanto necessario che Fidel aveva chiesto.
Dolore. Si ripete nel chat  più di una volta. Sembra una parola maledetta e onnipresente. Lo è.  
“Ma sapremo sollevarci come lui ha insegnato, saremo fedeli difensori delle sue idee, e continueremo a lottare per la nostra libertà e il nostro socialismo “ ci dice lo specialista in Igiene e Epidemiologia, Fabián Pérez Hernández, un pinaregno di 44 anni che da Haiti sa che pensare adesso in Cuba è il modo migliore di pensare a Fidel.
Dolore.  “Che ci pone a una prova di resistenza. Un momento doppiamente  triste perché siamo lontani dalla famiglia”, dice la giovane dotoressa di Pinar del Río, Nevis González Calderín.
“Doppio dolore”, insiste il dottor Alexis Díaz Ortega, capo della brigata medica cubana  Henry Reeve, “per stare lontano dalla Patria e immersi in un paese povero, con fame, per il quale lui ha tanto lottato”. Possiamo dire con orgoglio «Grazie Fidel, grazie Rivoluzione cubana per non darci bambini affamati, senza ospedali, denutriti».
“Perchè tutto quello che c’è in Haiti ci ricorda Fidel. Perchè grazie a lui, a Cuba non ci sono bambini scalzi e affamati, scena che qui è quotidiana, nè tanta miseria come in questo paese. Abbiamo passato l’uragano Matthew qui, molti di noi, e la prima cosa che abbiamo pensato è stata: se fosse Cuba, Fidel e Raúl starebbero qui con noi. Grazie al loro insegnamento di altruismo e internazionalismo, stiamo aiutando questo popolo che è così necessitato”, scrive la dottoressa  DarianaDayamí Velázquez, membro della brigada medica permanente in Haitíi.
Jorge Armando Delgado González ha 59 anni. È epidemiologo di Matanzas e assicura che: “La morte del Comandante è un colpo molto duro, ma per la generazione che siamo nati negli anni ’50 lo è anche di più. È quello che ci ha insegnato a camminare dall’inizio del processo rivoluzionario. Siamo diventati i professionisti che siamo grazie a lui. Gli dobbiamo tutto”.
Non si sono parole. Non le trova il medico in Igiene e Epidemiologia di Villa Clara, David Goles Machado.  “ Abbiamo perso un fratello, un padre, la cosa più grande”.
Chiudo il chat e lo apro. c’è un’istantanea dei nostri medici che curano i corpi e le anime nel paese più povero dell’America. Continuo a cercare e tra le foto del gigante ne appaiono alcune con Chávez, insieme in un’altra terra che ha amato. Leggo che in Venezuela l’omaggio postumo a Fidel sarà nella Caserma della Montagna. Non c’è luogo migliore,
C’è un altro addio fermato nel Fidel amico, parafrasando il cantautore. Si congelano di nuovo le parole in una lunga notte, in un’alba che si estende, ma “ttutti gli amici dell’amico/ hanno l’anima ricamata/ non c’è addio definitivo/ nè finale di ceneri”.
No. Non inganniamoci. Fidel non se n’è andato. Ha accarezzato la sua barba ed è salpato come 60 anni lo fece da Tuxpan, ma è andato solo per un momento nell’immortalità e tornerà un’altra volta, a contarci.