
Quando le note dell’Inno Nazionale hanno cominciato a espandersi nel Parque del Este e la medaglia d’oro si è posata sul suo petto, Yoandy Blanco ha chiuso gli occhi. Dietro le sue palpebre non c’era oscurità, ma una bobina in bianco e nero di quasi 30 anni di battaglie, viaggi, allenamenti al sole e innumerevoli sacrifici.
Ai suoi 47 anni, l’indomabile grande del hockey su prato delle Antille ha pianto di nuovo come un principiante.
Dei nove titoli centro caraibici, che esibisce oggi il hockey maschile cubano nella sua storia da L’Avana 1982, Blanco è stato protagonista diretto in cinque: Maracaibo 1998, Cartagena 2006, Veracruz 2014, Barranquilla 2018 e, adesso questa epopea di Santo Domingo 2026.
Il suo rientro sembrava una sceneggiatura impossibile.
Ritirato dai campi attivi e risiedendo all’estero, Blanco non aveva necessità materiale nè sportiva di tornare a sudare in maglietta con quei ragazzi che potevano essere indubbiamente suoi figli.
Quando il direttore tecnico Lázaro Oliva prese il telefono per chiedergli aiuto, la passione dimostrò che non intende né calendari né distanze.
–Yoandy, stava fuori dal paese, ritirato e con una vita stabilita.
Però prontamente, suona il telefono e torni al terreno con 47 anni. Cos’è stato in quel momento che ti ha fatto dare questo passo?
–L’ allenatore della squadra, Lázaro Oliva, ed io siamo stati compagni di squadra per molti anni.
Lui ha preso la decisione di chiamarmi e invitarmi per vedere se potevo aiutare il gruppo, grazie all’esperienza, la dedizione e la conoscenza accumulate durante 20 anni nella squadra nazionale, dando i migliori risultati al hockey cubano. Quando me lo ha proposto, non ho dubitato nemmeno un attimo per dare il passo al fronte.
Ci siamo preparati duramente, la squadra intera ha dato il massimo e ringrazio tutti questi ragazzi per avermi accolto come hanno fatto.
Oggi questo gruppo merita di festeggiare questo trionfo al massimo.
–Parliamo di competere al massimo livello centro caraibico a 47 anni e dopo molto tempo senza giocare. Come hai risposto fisicamente e cosa hai sentito che apportavi in ogni minuto sul prato?
–Fisicamente è evidente che uno già non è al 100 % come negli anni migliori, ma si apportano altre conoscenze tattiche e di lettura del gioco che sono fondamentali per portare avanti partite così compresi.
La mia meta è stata la trasmissione di tutta l’energia positiva, la serenità nei momenti di tensione e la maestria a questa nuova generazione che viene con una spinta e uno spirito tremendi per continuare a vincere.
– Eri il goleador storico del hockey cubano. Questa finale drammatica contro Trinidad y Tobago ha ricordato molto quella storica definizione di Cartagena 2006...
–La stessa! Nel 2006 fu una finale identica contro di loro a Cartagena. Terminò nello stesso modo, soffrendo sino alla fine, ma grazie allo sforzo gigante di tutti, fummo vittoriosi ancora una volta e la storia si è ripetuta esattamente uguale due decenni dopo.
–Di cosa parlavate nel camerino prima di andare al torneo? Esisteva la reale convinzione che si poteva recuperare il titolo perduto nel 2023?
–Abbiamo sempre mantenuto una cieca fiducia nella squadra. Nel campo lo si è visto sin dal primo minuto in cui siamo usciti a cercare risultati. Sapevamo che i rivali erano duri, che molti dei loro giocatori militano in leghe importanti all’estero e che noi dovevamo aggiustarci e imporci con tattica e coraggio.
–Sono i tuoi quinti Giochi Centroamericani e tu con la quinta medaglia
d’oro. Con la prospettiva del tempo, che significato ha questa corona in particolare?
–È estremamente emozionante. Sinceramente, nonostante gli anni che sono passati da Barranquilla 2018 e la mia età, nella mia mente non esisteva altra possibilità che non fosse ritornare a Cuba con la medaglia
d’oro. Ringrazio profondamente la delegazione cubana, le persone che ci hanno appoggiato in una o altra forma, quelli che sono stati presenti oggi e quelli che ci hanno seguito dall’Isola. Questo trionfo è di tutto il hockey cubano.
–Si parla già dei Giochi Panamericani di Lima 2027. Ti resta combustibile nel serbatoio per continuare a marcare la ripresa?
–Bene, se c’è benzina tuttavia, continuiamo!Vedere un gigante di 47 anni commuoversi alle lacrime davanti alle telecamere ratifica ulteriormente la grandezza dello sport dell’Isola.
Yoandy Blanco non solo è tornato per mettersi al collo una medaglia.
È tornato per dimostrare alla gioventù cubana che la stirpe, la lealtà e l’amore ai colori della Patria sono motori capaci di sconfiggere gli stessi avversari. •




