
«Dio nel cielo, Maradona, Messi nella terra, Lionel e Ángel, Ángel
Di María tra loro, per portare il messaggio di gol».
Víctor Hugo Morales scrisse così la seconda annotazione argentina nella finale della Coppa Mondiale di Calcio, realizzata nel 2022. Ricordò la relazione della deità
suprema, il messia, e l’emissario divino di questo paese.
Il trionfo per rigori nello stadio Lusail, la notte del 18 dicembre, scatenò una festa immensa estesa per le strade e le campagne della nazione sudamericana per giorni e giorni, come se avessero appena scoperto la fonte dell’allegria.
Circa due anni prima, il 25 novembre del 2020, aveva rischiato di diventare una data triste nella storia di questo territorio, quando morì il Diego della gente.
La vita sembrava un pallone distrutto dai fans bianco-azzurri e dagli appassionati di questi colori nel pianeta, ma di repente i ragazzi di Lionel Scaloni riaccesero i sogni con i titoli in due Coppe Americhe, la Finalissima e il monumento elevato con la vittoria sul deserto del Catar.
Qualcuno lo dubita? In quelle vittorie, dalla sua dimensione cosmica, «il
barrilete» alzava di nuovo la sua mano e indicava i suoi degni eredi.
Ana Fernández, una delle Donne al Sud, mi ha confessato una teoria dei suoi compatrioti: Messi avrebbe ottenuto la gloria con la sua squadra solo quando
Maradona non c’era già più, o li avrebbe accompagnati in un’altra maniera.
E continua vicino, vigilante nelle bandiere che ondeggiano degli appassionati, nelle uniformi, nelle pareti dipinte e nella radice di milioni di cuori, quelli dove abita da tanto tempo grazie ai suoi successi contro l’Inghilterra nel Mondiale del 1968, la sua umiltà, la sua ribellione di fronte ai poteri e la sua dedizione totale al popolo.
Il dieci in Argentina è sinonimo di dio e «el pelusa» continua presente, dentro e fuori dal campo, nello scontro per la giustizia del suo sport, del suo paese e in America Latina.
Quanti calciatori dicono la verità ai dirigenti della Fifa, o partecipano a giornate di speranza continentale come lui, a Mar del Plata, nel 2005?
Scelse sempre di giocare per il Sud.
Commise molti errori nella conduzione della sua vita, meno docile che nel calcio, ma non tradì mai i suoi. Il fervore, quasi religioso, verso la sua forma d’eternità superò i limiti e i suoi devoti crearono la Chiesa Maradoniana.
Il tempio, fedele immagine del suo idolo, lontano da perseguire una vaga idea di
perfezione , alberga le stesse tentazioni e virtù che forgiarono la stella universale.
Magari la terra fosse un pallone maneggiato dal Diego, con la musica di Víctor Hugo: «genio, genio, genio, ta-ta-ta-ta-ta-ta, gooooooooool».
I suoi piedi, le sue mani, il suo carattere e il suo amore tanto profani come umani lo hanno convertito in dio. (j.e.a.l/ GM/Granma Int.)




