OFFICIAL VOICE OF THE COMMUNIST PARTY OF CUBA CENTRAL COMMITTEE
El actor, junto a Daisy Granados, en un fotograma de Retrato de Teresa (Pastor Vega, 1979). Foto: Fotograma de la Película

Adolfo Llauradó impregnava le sue composizioni di un’urgenza comunicativa, una visceralità emozionale e un’espansione espressiva tanto marcata che la sua arte interpretativa spiccava e in conseguenza sia l’atmosfera che l’occhio dello spettatore soccombevano alla sua fortissima personalità istrionica.

Era la definizione stessa del carattere sul set, energia vivificante e contaminante che accendeva la scena e trasmetteva questa carica necessaria d’entusiasmo, il desiderio di fare tutto nella miglior maniera possibile e l‘imprescindibile volontà dello staff di qualsiasi opera audiovisiva.

La voce di Llauradó, gli occhi di Llauradó, la risata di Llauradó, i suoi gesti, le sue smorfie, i movimenti nello spazio scenico…

Non esisteva una caratteristica della sua figura o della sua arte che non presentasse singolarità, dalle quali presero il debito favore vari cineasti, registi di fotografia e drammaturghi.

Uomo di cinema, di televisione e teatro (debuttò sulle tavole a soli 16 anni, nel 1957), e passò su queste quasi tutta la sua vita. Vederlo in uno qualsiasi di questi media supponeva uno spettacolo per i sensi e per l’intelletto.

È che lui possedeva questa aura, questa calamita, questo magnetismo delle stelle del periodo classico dello schermo, paradossalmente senza avere in assoluto la caratteristica di stella.

Otteneva quello che si proponeva in qualsiasi ruolo, anche se i personaggi negativi di soggetti portatori di deformazioni o remore propiziate dal patriarcato, o di esseri completamente malevoli lo posero su un pinnacolo difficilmente scalato da altri attori cubani – con tal maestro – in questo genere di ruoli.

Sono lì per sostentare la dichiarazione precedente, le sue difese di personaggi simili nelle pellicole dirette da  Humberto Solás, Manuel Pérez, Sergio Giral o Pastor Vega.

Lo stesso Llauradó disse al critico uruguaiano  Jorge Ruffinelli quanto segue: «Io ho interpretato personaggi moto sgradevoli, che il pubblico realmente respinge. Ma per me questa è stata un’esperienza molto grande, perchè credo che fare «Il cattivo della pellicola», per un attore significa non solamente essere il cattivo ma l’opportunità di cercare alcune cose buone, umanizzarlo.

Questo è quello che fa che non divenga un cliché. Cercare le bontà del personaggio e umanizzarlo: questo è l’importante.

«In «El hombre de Maisinicú» io facevo un personaggio terribile e senza dubbio il pubblico ha finito per affezionarsi a lui. Io sono stato incasellato, anche se sino a un certo punto, in una tappa determinata. Mi è piaciuto fare questo tipo di personaggi.

Per esempio il personaggio machista. Per la strada mi dicono “il maschio della pellicola”, ed è per tutti questi personaggi che ho interpretato».

A 85 anni dalla sua nascita – il 29 settembre–, più che per ilmero compimento editariale dislavar eun’effemeride ricodarlo è sorattutto il segnopermenete dirispettoe e diorgolgio per conatr con unattre di tata froza e calibro dnella nostra storiaistrionica que por el mero cumplimiento editorial de salvar una efeméride, remembrarlo constituye, sobre todo, signo permanente de respeto y orgullo por contar con un actor de tanta fuerza y calibre en nuestra historia histriónica.

El también pedagogo y realizador de documentales, nacido en Santiago de Cuba en 1941 y fallecido en la capital cubana el 3 de noviembre de 2001 con solo 60 años, recibió tanto numerosos premios como altas distinciones culturales en nuestro país.

Su trayectoria cinematográfica, abarcadora de 1962 a 2001, le permitió, además de con los directores antes mencionados, rodar a la encomienda de Jorge Fraga, Manuel Octavio Gómez, Jesús Díaz, Daniel Díaz Torres, José Massip, Manuel Herrera, Federico García, Fernando Birri, Tomás Gutiérrez Alea, Juan Carlos Tabío, Julio García–Espinosa, Fernando Timossi y Valeria Sarmiento.