
Silvio Rodríguez ha posto i piedi, le mani e le corde in territorio iberico.
In uno sguardo rapido alla stampa spagnola si può leggere che l’Agenzia
EFE definisce i suoi versi bellamente rivoluzionari e le sue strofe sovversive e tenere. «Una voce contro l’ingiustizia, la violenza, l’infamia e la dimenticanza. (…).
Continua a cantare tutto quello che molti hanno smesso di credere, di difendere o semplicemente di ricordare, dice Diario Público.
La Vanguardia assicura che ha lasciato il kalashnikov a casa e che ha impugnato la chitarra come arma per uccidere i fascisti, mentre El Periódico lo cataloga come uno dei cantautori più importanti della
lingua spagnola.
I suoi primi accordi di questa turnée si sono sentiti a Barcellona, anche se non è la prima volta che il cantautore ha cantato qui.
Nel 1977, lo si vide che chiedeva scusa per non poter realizzare il concerto in catalano o
per non sapere come dire in questa lingua la parola aquilone o cometa.
Aveva spiegato che la canzone era su Narciso, il tonto, allora già morto, come narra il testo.
Per noi che abbiamo vissuto molto dopo questo personaggio in questione e che siamo venuti al mondo quando «Silvio era già Silvio», questo tema, /El papalote/, e particolarmente quella versione di Barcellona 77, è stato parte del nostro incontro nel tempo con il poeta, in parte dandogli la caccia e conoscendolo da una retrospettiva.
Il «quando ero un bambino»; il «sono nato in un paesino della provincia de
L’Avana»; il «c’era un uomo, un vecchio, molto amato da tutti i bambini»; il «gli mancava un pezzo di dito»; il racconto di tutte le frustrazioni che quel signore «alleviava in un grande amore verso i bambinini», facendo aquiloni, organizzando gare di baseball e insegnando a giocare ”pelota”; San Antonio de los Baños, il quartiere de La Loma, la
Gare degli aquiloni, le lamette nelle code e il “lui va a bolina”; tutto questo viene in testa se si scrive nella stessa linea Barcellona e Silvio Rodríguez.
Questa clip di circa otto minuti, riscattata da chi sa quale archivio, a molti pare ascoltandola anni dopo, che ritratta una delle sue già tante dichiarazioni di principio, perchè il cantautore capace di cantare l’eletto, il necio, il Maggiore e il dolce abisso, assumeva già da allora la missione di vendicare il diritto degli uomini negri, rossi e azzurri di narrare la loro storia e, nel caso che ci occupa, d’elevare la memoria e sollevare di peso il vecchio paria per situarlo «assieme agli eletti,quelli che non entrano nella morte».
Quando Silvio suona a Barcellona, quasi 50 anni dopo, la stampa Internazionale prepara il suo repertorio e si agita in complimenti. I cubani, almeno molti tra noi, sentiamo queste carezze come nostre, perché abbiamo assunto Rodríguez come parte indissolubile del nostro sistema nervoso e d anche del nostro sapere e poter volere.
E l’eco degli applausi di oggi ci porta anche a quel giovane aquilone, forse farfalla che
ieri fu solo fumo e una delle prime gloriose e giuste volte in cui il negro Narciso, tonto per vari segni, fu applaudito e amato ai confini di San Antonio de los Baños e di Cuba, non per fa re un romanzo della sua povertà ma per intendere e difendere le sue dignità.
(GM/ Granma Int.)






