«Io disegno i personaggi, li disegno nella mia testa», dice, e a uno sembra logico quando si rende conto che era una passione fin da bambino.
«Io disegnavo, disegnavo molto e di fatto non ho smesso di farlo, ma recitare no, non era il sogno di quel bambino.
«Realmente io desideravo diventare un fisico, aggiunge, e questo non è tanto logico come disegnare, sino a che parla di Julio Martínez Vigo, il suo professore, «un esempio che uno vorrebbe seguire per tutto il tempo e più o meno s’intende perchè era una decisione studiare Fisica Nucleare. Non recitare. Credo che non avevo nessun sintomo.
E quando quasi si soccombe al facilismo di scriverlo come «una cosa del destino», uno ripassa tante scene forti nelle quali Fernando Hechavarría pietrifica con il gesto, e fa sì che il silenzio sia eloquente, e che si provino le stesse emozioni come davanti a un quadro di Montoto o di Van Gogh.
Allora si riesce a vedere che l’attore sì stava nel bambino dei disegni e nell’aspirante fisico. Forse non è nucleare questa passione di frugare e rappresentare essenze ?
DA UNA SCUOLA ALL’ALTRA
Fernando Hechavarría Gibert (Santiago di Cuba, 1955), il Premio Nazionale di Teatro di quest’anno non scoperse la vocazione definitiva da solo.
Responsabilizza il «grande amico Paneca» –un altro professore, quello di Disegno di quando andò Holguín a studiare Belle Arti–, che avvertì l’attore e lo pose in questa strada.
«Quando cominciai con le arti sceniche già non potevo eliminare questo insettino ». E racconta la storia dell’insettino, di come crebbe a L’Avana alla luce di leggende del teatro, di chi furono per primi i suoi maestri sino a che il filo si spezzò e allora gli amici erano fratelli e nello stesso tempo complici e professori». Della famiglia Almirante –che fu la sua–; di Kike, il figlio –che fu fratello–; della città, l’ambiente teatrale, gli inciampi, gli apprendistati… sino all’ora del diploma che fu l’ora del Teatro Escambray.
Lo aspettavano a El Cabildo di Santiago. Era, dice, «il bambino viziato» di una generazione d’oro: Ramiro Herrera, Raúl Pomares, Meneses, Carlos Padrón; ma dovette confessare la stregoneria che 15 giorni prima d’andare in Oriente gli provocò una recita nell’Escambray.
«Scopersi che anche se avevo avuto una solida accademia c’era, come un’altra ragione, un altro motivo, un’altra intensità nel fare, un’altra intenzionalità che io non avevo visto sino a quel momento».
Allora saltò come una molla e si piantò di fronte a Sergio Corrieri:
–Lei mi accetta nel Escambray?
–Si se ti liberano, io ti accetto.
Fu la vigilia di un servizio sociale di due anni che divennero 20, «una decisione saggia», aggiunge, «perché lo furono di crescita personale, collettivo, di un apporto alla cultura, alla quale tuttavia non è stato riconosciuto il dovuto.
Credo che quello che l’Escambray, e Sergio in particolare, lasciarono come sedimento, come ricchezza culturale alla nostra nazione, va ancora letto, per scoprirlo e per iscriversi».
In molti paesi che visitavamo si studiava come un fenomeno culturale.
«Allora mi dicevo: com’è possibile che il nostro paese non faccia questo?
Ma nello stesso tempo era molto stimolante pensare che non copiamo mimeticamente il primo mondo.
Il primo mondo stava girando lo sguardo su di noi, ossia c’era qualcosa di davvero ben fatto e questo lo ringrazio infinitamente a Escambray, la mia seconda grande scuola».
TRANSIZIONE
Il passaggio dal Escambray di Sergio a El Público di Carlos Díaz, è stata una sfida, in gruppi tanto d’avanguardia come «distanti» nel suo teatro. Fu una cosa, dice, molto bella e dolorosa.
Dolorosa perchè andarsene dal Escambray «mi costò molto lavoro, lo confesso; c’era una cosa radicata lì che mi costava molto rompere». Lo stupì che la differenza poetica non era tanto profonda.
«Sono un attore assolutamente stanislavskiano. Sono orgoglioso di questo e mi piace continuare a esserlo. Succede che questo non m’impedisce di studiare in vari laboratori che –chiariamolo– non sono metodi. Metodi? stanislavskiani. Barba, Grotowski, Peter Brook, Brecht, questi dei riconoscono che la radice sta in Stanislavski. È la base dell’edificio, qualcosa con cui lotto tutto il tempo.
«Lei impara a conoscersi, quali sono le potenzialità espressive della sua voce. Questo sedimento è la base. Su questo lei crea quello che vuole, dopo. Sennò allora stiamo giocando ad essere cubisti senza aver imparato a disegnare il corpo umano, che è una gran sciocchezza».
Rivela come lo comprese rapidamente in El Público, nella maniera molto particolare di Carlos Díaz di dare note e far conversare un linguaggio comune; di, «a partire dall’essenzialità dell’essere umano, della sua psicologia come personaggio, farlo crescere».
«Che la forma in cui questo s’esprime nella scena non sia – forse fissati, ma tuttavia ne dubito – esattamente come lo avrebbe fatto Escambray? Però sì, aveva maniere molto interessanti, attraenti, nuove di rappresentare , non manichee. Possiamo passare dalla farsa alla tragedia o al melodramma più crudo con un’ organicità tremenda. E questo è quello che fa Carlos con El Público».
Del collettivo nel teatro, afferma che precisamente questo è quello che gli piace di più. «Non serve a niente che tu sia geniale se io sto ai limiti della mediocrità. Il problema è ottenere uno status ottimo.
Chiaro, a partire da lì, dal talento, dalla creatività e dalla serietà con cui si lavora ci saranno livelli. Ma se questa è la linea guida, lo spettacolo avrà una dignità».
E torna una e un’altra volta al teatro come espressione d’impegno sociale con la sua eccellenza d’attore in vista, molto notevole nella sua etica personale.
L’oggi domanda più di questo, dice.
«I tempi sono differenti. E la gente necessita ascoltare discorsi viscerali, essenziali, ma in accordo con i tempi che corrono.
Al messaggio subliminale uno si può avvicinare in molte forme: quello che dici, come lo dici, in che ambiente poni questo.
Credo che noi si stia andando per la via più facile. Non dico che è male, ma dico che non è l’unico cammino.
«È come se bloccasse la possibilità che altre espressioni salgano in massa e io scommetto adesso per queste espressioni, perchè credo che i giovani, soprattutto necessitano sapere che quello che si dice ha a che vedere con loro.
E non sto parlando di ragioni ideologiche, ma formali, estetiche».
LO STESSO ATTORE?
Il premio recente è un avallo superiore per l’attore di teatro, ma nella rotta di Fernando Hechavarría ci sono cinema e televisione molto buoni. Andrà al set di registrazione come al palcoscenico, sarà lo stesso attore?
«Io sono un topo di teatro, lo riconosco e credo che l’attore è uno solo», afferma, prima di sgranare le particolarità espressive di ogni mezzo, le differenze tra parlare a una telecamera e una di cinema, «che è millimetrica e ti entra per gli occhi sino all’anima», e come nell’istantaneità del teatro necessiti che lo spettatore dell’ultima lunetta veda il tuo gesto.
«Nel cinema o la televisione il direttore sceglie quello che lo spettatore vedrà.
Nel teatro no. Il direttore pone, priorizza per luci, per presenza, per ubicazione, ma lo spettatore sceglie».
Nonostante, accetta che la televisione lo ha posto piu rapidamente davanti agli occhi di molta gente.
Senza dubbio, per «questa cosa collettiva che adoro della recitazione», per questo «tutti dipendiamo da tutti», parlando della telenovela /Cuando el agua regresa a la tierra/, comincia riferendosi a Mirta González Perera, «che mi ha insegnato che la televisione è arte», e al detenersi nel fenomeno /Tierra Brava/, invece del suo memorabile Nacho Capitán, sceglie d’esaltare Xiomara Blanco.
«Lei è la televisione», sottolinea, e la chiama maestra, molto lucida nello scrivere, e del testo Medialuna, «una sceneggiatura spettacolare, e scegliere un elenco fuori serie, e fare una cosa che la gente necessitava vedere».
E racconta che trasmettendo la telenovela assieme a /La prossima vittima/, coincise in Brasile con José Wilker, in un’intervista: «Voi siete i grandi rivali della televisione cubana», mi disse. Dalla misura che, se puoi «lottare» contro O Globo, è perché qualcosa è fatto davvero bene».
APPRENDO PIÛ DI QUELLO CHE INSEGNO
Insegnare lo appassiona e lo fa con la bacchetta dei giovani.
Tra le sue più importanti, c’è la distinzione Maestro di Gioventù, perchè gli dice che «qualcosa di quello che stai facendo è interessante per loro, non sei sfasato, non sei anchilosato», e incontra nei suoi studenti «una delle grandi ricchezze che per me ha la docenza: apprendo più di quello che insegno».
Nel suo arsenale etico, tanto solido e visibile, spicca il suo senso del rispetto, del concetto «essenziale e profondamente martiano» della Patria, che vive anni tanto difficili, e gli toglie tranquillità la perdita accelerata di valori umani.
Cura questo con i suoi alunni come ha fatto con le sue figlie.
«Mi spiacerebbe che invece d’apportare si tolgano valori alla società, perchè non sono stato capace d’insegnarlo. Se riesco a far sì che un solo studente ogni anno ha inteso questo, sono felice».
L’ANIMA A NUDO
Un’occhiata semplicista riduce il lavoro di recitare in sembrare; senza dubio vedendo l’intensità di Fernando Hechavarría, sembrerebbe il contrario : un’azione di franchezza.
«Recitare è un’azione di fede», corregge, e si ubica in una scena tipica di El Público.
«La nudità più commovente dell’attore è quella dell’anima. Forse perchè abbiamo molti pregiudizi, ci costa spogliarci in scena. Denudare l’anima ogni giorno, a ogni scena, a ogni secondo, è terribile perchè passi la vita da quando nasci, ponendoti come una cipolla , con strati e strati: “Questo non si fa, questo non si dice, questo non si mostra”, e d’improvviso devi toglierti tutto questo, mettere la tua anima in bilico, le tue passioni, le tue virtù, i tuoi difetti in ogni personaggio, perché tu glieli presti per poterlo fare, ma eri tu quello che sta in scena.
«Chissà forse è per questo che commuove tanto quando uno spettatore s’avvicina e ti dice “Grazie”, niente di più. Per lo meno per me ha questo valore, se questa persona ha inteso quanto ho dovuto saltare, quanto ho dovuto superare le paure per denudare l’anima».





