
(Versioni stenografiche della Presidenza della Repubblica).
Saluto i compagni e le compagne che abitano la Casa de las Américas (Applausi);
Ammirati e amati decorati di oggi;
Distinti invitati;
Amiche e amici:
Saluto e felicito, in primo luogo, le decorazioni di stamattina, e ringrazio specialmente Jorge Fornet e la sua emozionata valutazione del significato dell’opera di 65 anni che celebriamo oggi, magnifico giusto e bel saggio sulla Casa de las Américas (Applausi).
Mentre Jorge parlava mi sono venute in mente immagini d’un tempo indimenticabile, quando ero ancora adolescente, in visita a L’Avana, in vacanza a casa dei miei zii, e passavo sempre di qui con l’illusione di veder uscire Haydee Santamaría con uno qualsiasi dei grandi nomi latinoamericani della letteratura, la pittura o la musica. Io ero giunto a pensare che vivessero qui, per averli visti tante volte nei telegiornali ICAIC di Santiago Álvarez.
Secondo me uno dei meriti e degli apporti maggiori della Casa è aver fatto tesoro di opere e memorie di straordinario valore per le nostre culture, includendo i dettagli della singolare origine di questa casa dell’anima americana, così come lo raccontò Haydee a un gruppo di lavoratori cubani nel giugno del 1974.
Haydee diceva nelle sue parole rivelatrici:
«...Io non capìvo bene perchè dovevo andare lì. Io non ero tra le personalità chiamate dell’arte e la letteratura, non avevo neanche cultura…Era un pezzo di casa che sembrava una chiesa e la gente che stava lì allora. Restai lì due o tre mesi e le cambiammo il nome. Che cos’era quello di Sociedad Colombista Panamericana?!, Cambiamole il nome. E allora mi propongono diversi nomi, e tra quelli proposti ce n’erano alcuni molto pomposi e io restai con quello di Casa de las Américas.
«...Noi che stavamo vicini ai compagni che sapevano quello che poteva succedere, soprattutto Fidel, sapevamo che si avvicinavano rotture nelle relazioni con l’America Latina, che avremmo avuto grandi conflitti. Sapevamo che tutto questo sarebbe avvenuto.
Allora io comincio a pensare che quando c’isoleranno dal nostro continente era importante non isolarsi della cultura latinoamericana.
«...Per me, nell’ordine personale, era doloroso pensare che ci separavano dalla cultura del nostro continente. Pensavo, e continuo a pensare che la cultura del nostro continente è la stessa nel fondamentale.
E allora decido di restare nella Casa de las Américas. Non potevo accettare che per l’isolamento che avremmo sofferto, un giorno il nostro popolo non avrebbe saputo chi erano i nostri antenati indigeni, chi erano gli scrittori e gli artisti del nostro Continente che avevano saputo esprimerlo in forma letteraria e artistica.
Mi preoccupava che un giorno in questo paese, i nostri lavoratori, isolati nel nostro continente, non sapessero chi era stato Ricardo Palma, del Perú, o il Martín Fierro argentino. Così anche se le culture si possono chiamare internazionaliste, non si può dubitare che ci sono radici e per l’isolamento potremmo non conoscere le radici di questa nostra meravigliosa cultura, tanto profonda e tanto bella (...)
Non possiamo isolarci dalla nostra cultura, perchè ci allontaniamo dalla nostra politica, da Bolívar, da San Martín, c’isoliamo da Martí.
E se noi ci isoliamo da loro ci allontaniamo dalla nostra cultura perchè anche loro sono parte essenziale della nostra cultura».
Ho cominciato con questa lunga citazione, perchè la storia che segue questi inizi è tanto tremenda che anche noi che abbiamo più anni, più relazioni e quindi più responsabilità nella difesa e l’impulso senza riposo dell’opera della Casa, dimentichiamo e anche ignoriamo molti di quei dettagli commoventi ed essenziali della sua nascita, tanto che una commemorazione come questa, d’anniversario, ci offre un buon pretesto per riportare Haydee, di ritorno alla Casa, come ha fatto prima Fornet.
Comè stato che una donna che si è duramente definita come qualcuno senza cultura, è giunta ad essere rispettata, amata e onorata, anche dopo la morte, da alcuni dei più importanti e brillanto autori della nostra lingua, così come testimonia questa magnifica collezione di lettere raccolte nel libro Destino: Haydee Santamaría?
Ci dobbiamo chiedere se forse la sensibilità, l’umanesimo, la passione e l’impegno rivoluzionario non sono radici sufficienti per alimentare, far nascere e florire la cultura.
Credo che la risposta stia in questa sua frase: “Non possiamo isolarci dalla nostra cultura, perché ci isoleremmo dalla nostra politica».
Il fatto è che questo criterio lo ha espresso una delle eroine della Rivoluzione cubana, non davanti a un auditorio d’artisti e intellettuali come un nucleo attorno alla Casa, ma precisamente davanti a un gruppo di lavoratori della CTC, un fatto naturale solo nel contesto di un’autentica Rivoluzione, così come accadde, e ha ricordato Jorge, quando in quegli spazi furono accolti come parte delle famiglie i contadini che giunsero a l’Avana il primo 26 di Luglio.
O quando l’11 settembre di quell’anno di fondazione venne alla Casa un giovane capo guerrigliero di soli 28 anni, vestito con la sua uniforme di campagna, il Comandante Raúl Castro Ruz, per intervenire in un ciclo di conferenze organizzato dalla Biblioteca José Antonio Echeverría.
Raúl giunse in questa stessa sala, che poi è stata chiamata Che Guevara, e da qui lanciò il suo trascendente “Messaggio della Rivoluzione Cubana”, affermando:
«Siamo un piccolo paese con una grande responsabilità. Stiamo esplorando i cammini della storia della nuova indipendenza latinoamericana. La nostra Rivoluzione, come un faro di speranza, proietta la sua luce sui nostri paesi fratelli.
La Rivoluzione Cubana ha emozionato duecento milioni di latinoamericani, ha dato loro una nuova coscienza delle loro forze e del loro destino, ha elevato il sentimento di solidarietà e di cooperazione latinoamericana a favore degli alti ideali di liberazione, di progresso e di libertà; ha posto in movimento nuove forze, ha mostrato nuove esperienze e scoperto nuove possibilità.
L’América Latina troverà i mezzi per unirsi e cooperare, per accelerare il suo sviluppo e garantire la sua libertà.
Cuba è all’avanguardia di questo impegno. Non lasceremo che la luce della Rivoluzione Cubana si spenga per i popoli fratelli d’América».
Alcuni paragrafi prima, in questo lungo e profondo Messaggio della Rivoluzione, Raúl disse che nella Casa si risaltava la radice martiana del trascendentale processo aperto per trionfo rivoluzionario nella sua proiezione latino-americanista:
«Quando Martí parlava di Nuestra América, quando non limitava la sua patria alle nostre amate isole, ma si considerava come un figlio e servitore di tutta Nuestra América, aveva presente, sicuramente, questa similitudine dei mali che ci colpiscono, dei nemici che ci attaccano, dei pericoli che ci minacciano.
«Martí è nostro, come sono nostri il padre Hidalgo, e l’indio Juárez, Bolívar e San Martín, Artigas y O'Higgins, Betances e Eloy Alfaro.
Soffriamo per i nostri mali e per i mali di tutti i popoli fratelli dell’America Latina».
L’opera della Casa, dalla sua nascita è stata promuovere le arti e la tetteratura della nostra regione, lavorare per l’integrazione latinoamericana e caraibica nel campo della cultura e combattere le visioni coloniali che s’impongono sui popli e sussistono e si rinnovano da più di cinque secoli.
Niente di più politico e nello stesso tempo culturale.
Questo è la Casa de las Américas. E questo è la Rivoluzione Cubana.
Il labvoro orientato verso l’emancipazione culturale e veso l’unità sognato da Bolívar e Martí, fu decisivo, in particolare, quando i Governi dell’America Latina, con eccezione del Messico, ruppero –sotto la pressione dell’imperialismo– con la Cuba rivoluzionaria.
Molto tempo dopo, nel 2019, in una caldo messaggio d’auguri a Roberto Fernández Retamar e al suo gruppo, il Generale d’Esercito Raúl Castro Ruz segnalava nuovamente il prezioso apporto dell’istituzione “alla creazione di vincoli e vie di scambio culturale tra i popoli dell’America Latina e i Caraibi e al fomento d’una visione martiana e anticoloniale tra creatori della nostra regione”.
Fu precisamente il caro e indimenticabile Roberto Fernández Retamar, che nelle sue parole per i trent’anni dell’istituzione, si riferì allo spirito di servizio con cui Haydee aveva marcato la Casa”, considerando decisivo il fascino personale dell’eroína e “la sua maniera indimenticabile di vincolare la politica radicale e la sensibilità umanista”, così come la sua convinzione che i lavoratori della Casa sono coloro che lavorano nei suoi locali, come quelli che lo fanno in altri luoghi e altri paesi e la sua necessità organica di giustizia e di bellezza.
Tra questi lavoratori della Casa che sostennero molti dei suoi progetti da altri paesi del continente ci sono creatori che furono assassinati in maniera brutale dalle dittature fasciste patrocinate dall’imperialismo per farli tacere e distruggere la forza morale delle loro idee, come Rodolfo Walsh, Paco Urondo, Haroldo Conti o Víctor Jara.
Vari intellettuali perseguitati nei loro paesi furono accolti in questa Casa, dove iniziarono linee di lavoro che durano ancora, Manuel Galich e il vilmente assassinato Roque Dalton.
Una figura indimenticabile della Casa, esiliata a Cuba dopo il colpo fascista, fu Miria Contreras (Payita), vicina collaboratrice del presidente Salvador Allende.
Corrispose ugualmente alla Casa de las Américas proteggere le commoventi creazioni di Violeta Parra, tanto amata dai settori popolari quanto odiata dalla destra reazionaria.
Il Fondo Editoriale della Casa pubblicó autori essenziali del pensiero anticoloniale, come Paulo Freire, Darcy Ribeiro, Pablo González Casanova, Adolfo Sánchez Vázquez, George Lamming o lo stesso Roberto, autore di saggi unici “Caliban”.
Non è nemmeno casuale che la Casa abbia inaugurato la sua collezione “Pensiero di Nuestra América” con due importanti tomi di testi del Comandante Ernesto Che Guevara.
La Casa de las Américas ci ha avvicinato a Rubén Darío, Machado de Assis, César Vallejo, Pablo Neruda, Alí Primera, Eduardo Galeano, Santiago García, León Ferrari, Osvaldo Dragún, Ernesto Cardenal, Roberto Matta, Augusto Roa Bastos e altri scrittori e artisti di Nuestra América.
Se l’uruguaiano Mario Benedetti creò il Centro delle Investigazioni Letterarias della Casa e il guatemalteco Manuel Galich la rivista Conjunto, di teatro latinoamericano, va ricordato il lavoro fondatore di intellettuali e artisti cubani, come Mariano Rodríguez, che fu presidente della Casa; Alejo Carpentier, che scrisse le basi del Premio letterario; José Lezama Lima, Pablo Armando Fernández, Harold Gramatges, Argeliers León, Umberto Peña, Eduardo Heras León e molti altri.
La Nueva Trova ebbe la sua prima sede nella Casa de las Américas con l’appoggio personale di Haydee. Qui, in questa sala, suonarono insieme per la prima volta Silvio, Pablo e Noel Nicola, ai quali si sommarono Vicente, Eduardo Ramos e Martín Rojas.
Quell’ espressione originalissima della nostra cultura si vincolò con molti altri cantautori convocati dalla Casa, su istanza della cineasta statunitense e cubana Estela Bravo, per partecipare a quegli Incontri della Canzone di protesta.
Tra le azioni piùi mportanti della Casa è indimenticabile il Primo Incontro degli Intellettuali per la Sovranità dei Popoli di Nuestra America del 1981. Nella Dichiarazione Finale dell’evento i partecipanti s’impegnarono ad affrontare la macchina imperiale di menzogne e manipolazioni, difendendo la verità, la giustizia e la bellezza e non in un modo astratto, ma con la decisione e la lucidità che esige e merita la personalità originale delle nostre nazioni.
Sembrano parole scritte per oggi, quando i fantasmi del fascismo corrente emergono come pericolose caricature di un passato troppo doloroso e vicino tuttavia, per sottovalutare la loro viltà e la vocazione di sottomissione ai mandati imperiali.
Oggi ho citato autori essenziali le cui vite e opere meritano uno spazio maggiore nella diffusione del pensiero anticoloniale. Devo molto al riconoscimento di queste opere agli importanti appoggi della Casa e del suo attuale presidente, il nostro caro Abel Prieto e a parte del suo staff nella permanente e acuta critica alla profonda crisi culturale che vive il mondo, condotto da un capitalismo selvaggio e dalla terribile barbarie annunciata da Rosa Luxemburg.
Non è possibile dimenticare che mentre qui celebriamo quel grande avvenimento culturale che fu la nascita della nostra Casa de las Américas, Israele oltraggia la memoria del suo stesso popolo, massacrando i palestinesi che sopravvivono tra le macerie di Gaza.
E gli Stati Uniti, dopo i successivi veti, si astengono dal votare un cessate il fuoco nel già inutile Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma approvano somme milionarie per alimentare guerre, reprimono brutalmente gli studenti che protestano per il cinismo dei loro governanti e accusano altri della loro evidente mancanza di rispetto per i diritti umani.
Non c’è miglior omaggio per tutti gli intellettuali e gli artisti che hanno dedicato le loro opere alla lotta antifascista e anti imperialista promossa dalla Casa, che fare causa comune con coloro che combattono per gli stessi ideali di giustizia sociale, pace e autentica libertà.
Non voglio terminare senza dedicare un grato saluto alla Giuria del Premio Casa, che quest’anno celebra 65 anni assieme a noi.
Siamo molto orgogliosi di ospitare coloro che lavorano intensamente perchè continui ad essere un Premio anticoloniale, martiano e calibanico, espressione di un vincolo indiscutibile alla cultura, come lo definì in modo brillante alcuni anni fa Abel Prieto.
Un abbraccio va a tutti i compagni di distinte generazioni che sono stati decorati oggi e che formano parte della ricca storia di questa istituzione che ha nutrito la cultura cubana, latinoamericana e caraibica.
Mi felicito e li abbraccio in questo giorno così pieno di significato.
Abbraccio tutti e ognuno dei lavoratori della Casa e chiedo loro di mantenere la mistica ereditata da Haydee, de Roberto e dai fondatori, che è la mistica propria della Rivoluzione Cubana.
Che continuino ad affrontare la menzogna e le manipolazioni dell’impero, dei suoi mercenari e del nuovo fascismo con la verità, la giustizia e la bellezza.
Millegrazie (Applausi)












