ORGANO UFFICIALE DEL COMITATO CENTRALE DEL PARTITO COMUNISTA DI CUBA

Il lavoro del cantautore Gerardo Alfonso è stato, ed è, anche accompagnare la lotta delle organizzazioni di solidarietà con Cuba in diverse parti del mondo,portando il messaggio di resistenza della Rivoluzione cubana per affrontare l’imperialismo, il nemico comune dell’umanità.

In una conversazione con il cantautore, ha sostenuto che le sue canzoni hanno un impegno politico con le giuste cause che si difendono nel mondo. Con le sue canzoni abbiamo lottato per il ritorno del bambino Elián González nel 2000, sequestrato a Miami, e sono state presenti nella battaglia per i Cinque Eroi per più di 15 anni.

•«Con i gruppi di solidarietà ho relazioni dagli anni ’80, in particolare con i movimenti latino-americani; nel decennio dei ‘90 ho viaggiato in varie occasioni in Italia, invitato da Rifondazione Comunista e ho realizzato concerti in difesa della Rivoluzione cubana».

«Negli anni seguenti ho partecipato a differenti manifestazioni e mobilitazioni contro il blocco di fronte all’ambasciata degli Stati Uniti a Berlino. Ed anche per raccogliere donazioni per Cuba, dopo la devastazione causata dal passaggio di diversi uragani. Ugualmente l’ho fatto in Belgio, Francia e vari paesi latinoamericani. Ho partecipato al Forum Sociale Mondiale di Puerto Alegre, in Brasile e a un altro incontro simile a Cancun, in Messico. Sono stato invitato in diverse occasioni alla Fiera del quotidiano L´Humanité, in Francia.

«Il mio apporto lo offro con il canto. Penso che l’arte contribuisce alle lotte che si realizzano contro le ingiustizie nel mondo. Le canzoni da sole non cambiano il modo di pensare nè le circostanze, ma aiutano a formare coscienza e dare idee per migliorare e conquistare spazi per le battaglie nella società».

-Abbiamo ascoltato una canzone il cui testo si potrebbe relazionare con la miserabile applicazione della Legge Helms- Burton. Come l’hai creata?

• «Questa canzone l’ho composta nel 2018 e si chiama “Qué le quiten lo bailado a otro” e con lei pretendo d’esigere il mio legittimo dirito di assicurare che quest’Isola mi appartiene, a me e a tutti i cubani. Mi h aispirato una dichiarazione di un nipote del gangster Meyer Lansky.

Oggi l’amministrazione della Casa Bianca, presieduta da Donald Trump incita a realizzare reclami di proprietà, molte ottenute con affari sporchi protetti da governi marionetta prima del trionfo della Rivoluzione.

«In questi giorni sono stati fatti reclami di presunti proprietari del porto di Santiago di Cuba. A costoro noi cubani diciamo che non possono reclamare quello che è un bene comune del popolo. Io sono nato e cresciuto in Cuba, a L’Avana, e la mia famiglia, i miei amici e la mia opera culturale è di questa terra e nessuno me la può togliere.

«L’arte ha la qualità di conquistare i sentimenti delle persone con il suo discorso. Posso chiamarlo miscela di sentimenti. Componendo una canzone mi riferisco a un tema che può servire in un altro momento storico, in una circostanza o con differenti gruppi di persone, e per questo penso che questa canzone ha vitalità e vigenza.

-Consideri che Sábanas Blancas, dedicata a L’Avana, e Son los sueños todavía, sono diventate degli inni?

• Guarda, la reazione delle persone con queste canzoni mi commuove molto. Quando giungo ad un’attività con la mia chitarra o con il mio gruppo, dopo 15 minuti il pubblico mi chiede Sábanas Blancas,e io cantando la canzone guardo le persone lì attorno e anche loro mi prestano attenzione.

«Un giorno ho cantato nel Pabellón Cuba e in calle 21, alcuni operai pitturavano un edificio da un impalcatura.

Ho realizzato i primi accordi e ho detto Habana, e quei lavoratori hanno smesso il loro lavoro per ascoltarmi. Questo è un atteggiamento che provocano le melodie icona.

La canzone Son los sueños todavía è nata nel novembre del 1996. Poi ha superato tutti i fatti della storia ed è sopravvissuta nel tempo con l’affetto che le dimostra il popolo. L’8 ottobre del 2017 mi trovavo nel dipartimento di Santa Cruz, in Bolivia, proprio dove uccisero il Che.

Lì c’è una parete piena di slogan e messaggi scritti da chi visita il luogo. In quel giorno un medico legale cubano che aveva diretto le investigazioni per l’identificazione dei resti del Che, Jorge González Pérez, era l’oratore in una manifestazione. Io lo ascoltai e sentii in quell’ambiente che il Che ci stava guardando. Allora chiesi di cantare la mia canzone dedicata a qual grande uomo. Credo che in nessun altro luogo l’ho cantata con l’emozione che ho provato là. Credo che questi siano gli effetti della trascendenza della canzone. Vive una spiritualità difficile da scoprire.»

-Le tue canzoni dicono che morirai in Cuba.Perchè?

• I primi anni del decennio dei ’90 ho viaggiato in Italia. Era un momento di grande incertezza per i cubani, perchè c’era una crisi economica mai sperimentata prima.

Potevo fermarmi a vivere in qualsiasi paese per avere un confort migliore. Ma cantare nelle attività di solidarietà mi ha fatto riaffermare le mie convinzioni. Prima d tutto perchè la stampa e i messaggi delle comunicazioni nelle società capitaliste mentono su Cuba. Inoltre denigrano le nostre conquiste con parole come dittatura, mancanza di libertà e altro, maggiormente presenti in queste società che nella nostra. Quale maggior dittatura di quella del consumo? Il tuo limite è il denaro che puoi avere nelle tue tasche. Ci sono molte merci che danno soluzioni al confort, ma non tutti hanno accesso a queste. In quel giro artistico in Italia decisi che avrei vissuto a Cuba e così è qui che voglio morire.»

-Sei l’uomo che sognavi?

• Ancora no. Ci sono cose che mi sarebbero piaciute e che non ho ottenuto ancora. Mi manca molto da comporre e da dire nelle mie canzoni. Senza dubbio non posso disprezzare quello che la vita mi ha regalato. Una canzone come

Sábanas Blancas è un orgoglio per qualsiasi artista. Colpisce i sentimenti dei cubani dovunque si trovino e di qualsiasi età. Questo è un mio grande privilegio e per questo sono molto contento. Anche se sono un eterno insoddisfatto.•