OFFICIAL VOICE OF THE COMMUNIST PARTY OF CUBA CENTRAL COMMITTEE
Maceo e il Che. Photo: Archivio di Granma

Il calendario, capriccioso, suole avere destinazioni. Ogni 14 giugno, il
popolo  cubano e gran parte di Nuestra America sanno che non si tratta di una coincidenza minore 
 In questa data, separati da 83 anni e molte migliaia di chilometri di distanza, nacquero due uomini che per diritto proprio riposano nel luogo più sacro dell’Altare della Patria.  
Antonio Maceo (1845) e Ernesto Che Guevara (1928) non si sono mai conosciuti. Ma senza dubbio i loro sguardi convergono nello stesso orizzonte: una Cuba libera e sovrana e un’America Latina unita.
Tutti e due provenivano d famiglie  profondamente distinte nel materiale, ma identiche nella formazione del carattere. 
Maceo nacque a San Luis, Santiago di Cuba. 
Suo padre era venezuelano e sua madre cubana, tutti e due piccoli agricoltori che inculcarono nei loro dodici figli il lavoro della terra e l’odio della schiavitù. 

Il  Che invece  nacque a Rosario, in Argentina, nel seno di una
famiglia di classe media benestante, con formazione intellettuale e una gran
biblioteca in casa. Suo padre Ernesto Guevara Lynch, con una profonda coscienza critica,  era un costruttore di idee progressiste,e sua madre, Celia de la Serna, una donna colta che gli insegnò a leggere Marx e Neruda. 
I due divennero leaders per decisione e per azione, non per eredità. Maceo a 23 anni si sommò alla Guerra dei dieci Anni (1868) e, senza gradi militari precedenti, il loro coraggio e la loro intelligenza tattica lo fecero ascendere   rapidamente sino a divenire il luogo tenente di Máximo Gómez. 
Le ferite ricevute in combattimento, la sua famosa Protesta di Baraguá –
il no alla resa patteggiata con la Spagna- lo consacrarono come il «Titano di
Bronzo», un leader che non si arrese mai, sino alla sua morte in combattimento il 7 dicembre del 1896. 
Il Che, medico di professione, forgiò le sue convinzioni più profonde dopo aver visto la miseria dell’America nel suo celebre viaggio in motocicletta con il suo amico  Alberto Granados. 
In Cuba, durante la guerra di liberazione (1956-1959), da medico dello yacht Granma divenne comandante dell’Esercito Ribelle, che conquistò 
 Santa Clara in una battaglia decisiva, epica. Poi la sua lotta s’espanse per altre terre del mondo sino alla sua morte in Bolivia. 

Le similitudini tra Maceo e il Che sono uno specchio attraverso il tempo. 

 Lo  spirito di non arrendersi: Maceo disse: «Non intendo altra parola che non sia quella della libertà . 
E il Che scrisse:« La nostra libertà e il so quotidiano sostegno hanno il colore del sangue e sono gonfi di sacrificio».
La guida dall’esempio, l’internazionalismo, i rifiuto assoluto della mediazione con il nemico, furono punti coincidenti in tempi diversi: i due combattevano in prima linea, senza privilegi, condividendo la fame e le pallottole con i loro soldati. 
Maceo sognava una Cuba libera per poi aiutare a liberare Santo Domingo e Puerto Rico. Il Che portò la lotta in Africa e in Sudamerica convinto che «la patria dell’uomo è l’umanità. 
Il Guerrigliero dell’America gunse a Cuba in uno yacht. Già aveva visto la miseria del continente e compreso che la patria non termina alla frontiera. Divenne cubano per decisione, por dedizione, per il fucile.  
Dal Granma a Santa Clara, del Ministero delle Industrie alla guerriglia del
Ñancahuazú, predicò sempre con l’esempio. 
Non si arrese nemmeno quando gli Stati Uniti facevano pressione, nè quando il fucile nemico lo mirò alla Quebrada del Yuro. «State sereni e puntate bene. Voi state per ammazzare un uomo», disse prima dello sparo che spezzò la sua vita. 
Il suo corpo fu oltraggiato, tagliarono le sue mani, ma la sua immagine – lo sguardo fisso verso l’infinito – si moltiplicò per il mondo. 
Finalmente, tutti e due morirono combattendo: Maceo a  51 anni in San Pedro (1896) e il Che a 39 anni in Bolivia (1967). 
Non morirono arrendendosi, un lo fece col machete nella mano e l’altro con il fucile a tracolla e dimostrarono che la grandezza si misura nelle cause per le quali si è disposti a lottare e  a morire. 
Uno nella manigua redenta del XIX secolo. L’ altro nella selva boliviana.
Oggi, quando il blocco s’indurisce, quando le campagne mediatiche pretendono di trasformare il rivoluzionario in caricatura, quando alcuni vendono l’idea che rassegnarsi è maturità, le figure di Maceo e del Che risorgono come avvertenza e come sperone. (GM/ Granma Int.)

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