OFFICIAL VOICE OF THE COMMUNIST PARTY OF CUBA CENTRAL COMMITTEE
Cuba, le GAE et les États-Unis : anatomie d’une calomnie d’État Photo: Archivio di Granma

I tavolacci avevano perso la ruvidezza rustica e conservavano la fresca umidità del monte.
Fu quello che pensò quando reclinò la testa sulla tavola per alcuni minuti, solo in apparenza interminabili. I suoi pensieri andavano e venivano come un torrente lontano nel mare della memoria, fluivano e rifluivano come maree indocili nel sonno: sentiva l’odore dei fiori d’arancio dell’aranceto al fondo della casa di Birán. Ascoltò di nuovo risuonare sulle tavole del pavimento il bastone del vecchio, augurio della vicinanza della sua utorità; sentì il rombo nel cammino verso la scuola in una mattina di cielo nuvoloso, pieno di lampi e il fischio del treno che entrava a Santiago. Il sussurro delle sottane passando per i corridoi dei collegi religiosi, i fragorosi passi della folla scendendo in gruppo la scalinata di La Colina, il rumore secco degli Springfield, gli spari dei Winchester 44 davanti alla Moncada. Il colpo, il colpo forte dell’acqua contro le tavole e il legno crepitando sull’oscuro e insondabile; poi la mitraglia e il sibilo degli aerei, ma era la molestia che seguiva il combattimento di Alegría de Pío o dell’assedio degli aerei che accompagnò la sua colonna quando si allontanava da Pinares de Mayarí per addentrarsi nel territorio del Secondo Fronte? Non riusciva a precisarlo nel sopore nel quale naufragavano i suoi sensi. Gli occhi gli si chiudevano per la fatica e la tensione e alla fine si concesse una fermata fugace per recuperare la lucidità. Si svegliò immediatamente, alzò lo sguardo e riprese a scrivere. 
Durante le ultime ore, lo aveva fatto senza stancarsi, con gli avambracci appogiati sulla superficie, nel mezzo delle sollecitazioni della guerra, dopo aver vissuto lunghe giornate di marcia, imboscate, esplorazioni combattimenti e bombardamenti. 
In un breve riassunto assicurava nella sua lettera che dopo le sconfitte inflitte da Fidel all’offensiva dell’esercito batistiano nella Sierra Maestra, con l’impatto tremendo che produsse l’arresto di cittadini nordamericani nel Secondo Fronte e con le diserzioni sempre più forti, con la demoralizzazione crescente del truppe della dittatura, queste si vedevano obbligate a fare qualcosa per sollevare il morale dei loro soldati e potersi sostenere un poco di più nel potere. 
Probabilmente avrebbero tentato un’offensiva alla ricerca di un «trionfo» fosse anche parziale. Il II Fronte era il peggio armato e in accordo con la concentrazione delle forze nemiche, puntava ad essere il bersaglio scelto. 
Non poteva permettersi il riposo. Disponeva tutto per la difesa di quel territorio prezioso dove i contadini si erano sommati alla ribellione come fucilieri e le donne, gli anziani e i bambini appoggiavano la guerriglia con una silenziosa somma di complicità commoventi e impegni notturni. 
Tutto quello che era stato fatto in quella zona era un anticipo della  Rivoluzione. Lui non avrebbe mai abbandonato la lotta per l’ideale sognato di una Patria migliore, più felice. 
Dalla Sierra aveva insistito nella ricerca di libri e cartelle, per illustrare  quelli che lo ferivano  nella sua stessa pelle. Molti combattenti non sapevano leggere neanche l’orologio e questa era una sola delle amarezze che si dovevano eliminare dall’Isola. 
Non si concedeva il tempo per il riposo profondo per alcune ore, non si lasciava vincere, non andava a riposare all’ombra dei copales o gli almácigos, non poteva perdere il tempo de resistenza e scriveva:
«se ci invieranno 159 Sprienfield e gli M-2 che ci sono là potremmo fare molte cose, perlomeno evitare che perforino le nostre linee. Devono inviarli qui con urgenza. Ho dovuto dormire un poco accostato sula stessa tavola da dove scrivo per poter terminare questa 
Vilma si trova nelle stesse condizioni scrivendo a lato e perdonate che questa non sia amplia come desidererebbe, ma comunque è meglio così per   Uds, dato che la sola cosa che facciamo è chiedere armi!!...»
Con la fine della lettera andava un forte abbraccio ai compagni del Movimento 26 di Luglio e la sua firma al piede.  
Il  5 luglio del 1958 le forze del Secondo Fronte Orientale Frank País avevano respinto una prima offensiva nemica e si apprestavano a sferrare nuovi definitivi combattimenti cruciali per la vittoria che giunse poi il Primo gennaio del 1959. 
Già allora la storia del giovane dai lunghi capelli legati a coda di cavallo, del  Comandante Raúl Castro, era ben nota al popolo, ma nel suo caso le ragioni e i passaggi di vita che motivavano l’affetto popolare erano molto speciali. 
Aveva solo 27 anni quando scese dalle colline. Nacque il 3 giugno del 1931 alle 13 del pomeriggio, con il soffocante calore pieno di presagi delle ore del mezzogiorno come soglia di vita, era il quarto figlio del matrimonio Castro Ruz, il terzo più giovane dei maschi della casa, che don Ángel, il padre, riconobbe come «il mio vitellino». Un ragazzino allegro, discolo, disponibile e familiare. Così lo vedavano nel villaggio di Birán e nella casa grande. 
Abbandonato il Collegio di Belén,  perché non sopportava il rigore disciplinare, l’obbligo della preghiera e delle confessioni, Raúl
quasi perdeva il tempo nella tenuta di suo padre. 
 Fu in quell’epoca che Fidel riuscì a entusiasmarlo con gli studi universitari, perché si laureasse in Diritto o Amministrazione pubblica. 
Raúl s’iscrisse il 1º aprile del 1950. In realtà, andando nella capitale intraprese un viaggio definitivo alla storia. Fidel pose nelle sue
mani i libri marxisti e la loro lettura fu tutta una rivelzaione .
Raúl siguió las ideas sin perder nunca el camino, con una precisión de br jula y la vehemencia de un joven apasionado y justo, con acciones temerarias como aquella del Palacio de Justicia, en el asalto al Moncada cuando, detenido por los guardias, repentinamente los desarmó, salvó la vida del pequeño grupo de combatientes y de hecho lo lideró acertadamente.
A partir de aquel día la presencia de Raúl sería siempre la certeza de que los imposibles son posibles. Seguramente fue ese hecho el que Fidel recordó pocos años después, tras el desembarco del Granma y la dispersión de todo el contingente revolucionario en el combate de Alegría de Pío, luego de vivir la pérdida de compañeros muy queridos, cuando les cercaban la adversidad y la muerte. Al comprobar que Raúl, al verlo de nuevo, Fidel expresó con una frase rotunda toda suconfianza y optimismo: «¡Ahora sí ganamos la gu erra!»
Todo formaba parte del recuento asombroso que el pueblo hacía al hablar del Comandante Raúl. Se mencionaban su temperamento rebelde, sus ocurrencias maravillosas, sencillez cercana, severidad y rectitud, vocación austera y estampa jovial, pero sobre todo se le identificaba con la lealtad a toda prueba y el valor singular de ser el segundo líder de la Revolución por mérito propio. Haberse ganado la confianza de Fidel, ser junto a Che y Celia su brazo derecho, raigal y firme, era la confirmación más contundente de sus virtudes y cualidades, preludio desu empeño tenaz en la obra revolucionaria al desarrollar las fuerzas armadas y participar en la vida política y social del país. Siempre acompañado de la guerrillera Vilma Espín, protagonizaba también unahermosa historia de amor revolucionario que le develaba ante las muchedumbres la sensibilidad y la ternura.
 
Y ahora en este junio lluvioso y cálido, transcurridos casi cincuenta años desde la Revolución de Enero, confirmamos que Raúl sigue siendo el mismo. Nos acompaña con sus audacias y sencillez, su perenne confianza
en la juventud, su desprendimiento total y su espíritu inquieto, cuestionador, locuaz, alegre y profundo. Afirmó que sí se podía y le dio un plazo a la vida y la vida lo demostró con creces. Firme como nunca en
sus convicciones y en su ideal, alienta la fidelidad constante y maravillosa que le ha ganado el respeto y el cariño de todos. El pueblo intuyó su madurez en lo épico vivido y auguró su perdurable estatura de eterno hermano combatiente. Fidel acude a él para conferenciar, confiar estrategias y realizar sueños, algo que con el viento y el tiempo los
unió en la leyenda generosa, fundadora e imbatible de la Revolución Cubana. 

* Artículo publicado por Granma el 3 de enero de 2006