
Per quindici anni Fidel non perse nemmeno una virgola della più importante epopea scritta da più di 300.000 cubani in suolo angolano: la vita di ogni internazionalista.
Se andammo - di fronte al richiamo di Neto e del suo popolo- ad aiutare a preservare
la giusta indipendenza e il diritto alla vita, come potevamo scordare quella di un solo uomo o donna disposti ad offrirla là?
Raúl era stato molto chiaro: «Dall’Angola riporteremo la profonda amicizia che ci unisce a questa eroica nazione, la gratitudine del suo popolo e i resti mortali degli amati fratelli, morti nel compimento del dovere».
Per quello, quel 7 dicembre Cuba non accolse nel suo tenero grembo dei resti mortali, ma più di 2 000 eroi pieni di vitalità, con volti, nomi, origini, residenza, e genuino marchio di popolo.
Così il 7 dicembre è divenuto una di queste tradizioni che nulla può impedire, né uragani, né pandemia, né avversità, né limiti, né l’odio viscerale di quelli che ci bloccano e pretendono di asfissiarci semplicemente perchè non sopportano la nostra storia, quella che non avranno mai, così limpida e ricca, nel loro territorio.
Con la settima aurora di dicembre la famiglia cubana avanza in una bella processione sino ai pantheon dove giacciono quei resti immortali che non smettono di dare corpo e forma concreta a valori umani molto radicato, la cui durata va mantenuta. Alla storia non si rinuncia, la si rinforza.
Domenica 7 è stata di nuovo espressione di tutto questo; espressione d’amore contro ogni tempo, contra tutto «il possibile» dimenticato.
Lo aveva anticipato Fidel quel giorno, da El Cacahual: «Le centinaia di migliaia di cubani che hanno realizzato missioni internazionaliste militari o civili conteranno sempre con il rispetto delle presenti e future generazioni».
Per questo di nuovo vediamo madri, fratelli, figli padri, nonni e vicini fermarsi davanti alla nicchia del loro caro, offrirgli un fiore o il mazzo più bello del mondo, contemplare l’immagine senza morte, ricordare momenti di molta vita e riaffermare in un sussurro che nessuno sta solo, perchè qui siamo con tutti loro dentro il petto. (GM/Granma Int.)




