
Quando Fidel Castro Ruz giunse nelle strade de l’Avana Galiano e San Lázaro, durante il momento più rovente dei disturbi manifestati il 5 agosto del 1994, il segno di quella giornata violenta cambiò e si ritornò alla pace abituale.
La figura del Comandante in Capo sembrava quasi leggendaria, all’altezza del guerriero che apparteneva a racconto di Julio Cortázar Tema per un arazzo, capace di spaventare con la sua presenza un esercito di migliaia.
In contrasto con il breve racconto, lontano dal battagliare da solo, il leader della Rivoluzione contava con un immenso appoggio.
Reynaldo Herrera, meccanico di refrigerazione disse in quel giorno: «Nessun presidente del mondo può fare quello che ha fatto ieri Fidel (…) che ha sempre avuto l’appoggio del suo popolo. Tutto è molto chiaro, non c’è paura».
Quel giorno, come raccontò Eusebio Leal in una delle interviste pubblicate nel libro / Si debe credere in Cuba /, «nel mezzo di quella battaglia, quando la folla patriottica rabbiosa e infiammata contro quello che stava accadendo circondò Fidel, lui si voltò e mi disse: «Che fare adesso? gli risposi: Seguiamo l’impulso». E lui affermò: L’impulso è questo… andiamo là, e così raggiungemmo il Malecón».
Nonostante le angustie, il dirigente disse che era una buona giornata e un’opportunità per riaffermare principi, una battaglia risolta con le armi della morale e con la convinzione di lottare per una causa corretta.
Nella genesi dei disordini, la Avenida del Puerto divenne testimone di un’inusuale concentrazione di elementi antisociali, attratti dai rumori di un’emittente ubicata negli Stati Uniti sulla possibilità d’emigrare via mare senza necessità di documentazioni.
Allora abbondavano i sequestri d’imbarcazioni per raggiungere il «sogno americano», traversata divenuta tante volte un vero incubo.
Il 3 agosto presero La Coubre, e nella giornata successiva, durante un tentativo
simile, assassinarono il sottufficiale della Polizia Nazionale Rivoluzionaria, Gabriel Lamoth Caballero, di soli 19 anni.
Dopo 24 ore solamente cercarono di riappropriarsi dello yachit Baraguá, già rubato il 26 di luglio e recuperato più tardi.
Questa volta glielo impedirono e scatenarono la loro ira nei municipi de L’Avana Vecchia e Centro Habana, con vetrine rotte, saccheggio dei negozi e aggressioni fisiche anche della Polizia.
«Noi non abbiamo avuto una Sierra nè una Girón (…) Questo è il nostro tempo e la nostra battaglia», disse una funzionaria dell’Unione dei Giovani Comunisti, che sintetizzò il sentire dei suoi compagni mobilitati dal Comitato Nazionale dell’organizzazione per affrontare gli atteggiamenti delinquenziali.
«Io non ero l’unica donna», aveva precisato.
I residenti delle zone vicine espressero simili mostre di fermezza.
I lavoratori del Hotel Deauville –punto dell’unione popolare per la controffensiva–, l’Ospedale Hermanos Ameijeiras e il Contingente Blas Roca gridavano: «Questa strada è di Fidel».
Dalla nove di mattina un’avanzata di 300 membri di quest’ultima forza interruppe il lavoro -stavano costruendo l’hotel Meliá Cohíba- per rispondere all’urgenza.
Alcune ore dopo raddoppiarono i partecipanti dipsosti salpunto dipartenza del motoscafo di Casablanca sino a 23 e Malecón. Tra i probemi dell’attacco un muratore perse un occhio e altri soffersero fratture del cranio.
«Io volevo ricevere la mia quota di pietre (…) uno vuole stare lì dove sta lottando il popolo (…); e inoltre provavo un interesse speciale di conversare con la nostra gente, per esortarla a tenere la calma, pazienza e sangue freddo».
Così disse Fidel stando al centro delle agitazioni ordinando di abbassare le armi da fuoco. La minaccia scomparve e solo s’intonò il coro del suo nome.
Dopo la tormenta restarono grandi lezioni, riportate dal giornalista Julio García Luis nel quotidiano Trabajadores, che segnalò
i complici della controrivoluzione nei gruppi marginali interni.
«Aver visto il volto della barbarie è un’esperienza che non si cancellerà (…) solo il lavoro ha un futuro, come perseverare nel nostro cammino. Il resto è un abisso, il caos e la morte», scrisse.
Il 5 agosto dell’anno dopo le strade si riempirono di nuovo, ma di un’energia diversa, grazie alla Marcia giovanile contro il Blocco. Di fronte al ricordo dell’orrore recente, il giornalista di Granma Alberto Núñez sostenne: «Il Malecón sarà sempre un luogo
d’amore e di vittoria». ( GM/ Granma Int.)




