OFFICIAL VOICE OF THE COMMUNIST PARTY OF CUBA CENTRAL COMMITTEE
Fidel e il Che aspettano Dorticos il 15 giugno del 1960. Fotocopia:Orlando Cardona (20/12/1988) Supplemento de G.I. 23/1/2000 Fide2719

I processi storici, soprattutto se hanno radici e obiettivi rivoluzionari di carattere socialista, necessitano volti che li incarnino e che simbolizzino le domande e le speranze di maggior significato per la società.
Questo  è il caso di Fidel e del Che nella Rivoluzione Cubana. I due forgiarono  una delle più belle e profonde relazioni d’amicizia della storia contemporanea.
In attesa del 72º anniversario dell’assalto alla Moncada, di Santiago di Cuba, e Carlos Manuel de Céspedes, di Bayamo, del 26 di luglio del 1953, e a poche settimane dal 99º compleanno di Fidel, questi appunti minimi raccolgono il modo in cui il Che ponderò la figura di Fidel e il significato storico del 26 di luglio del 1953, partendo dalla sua prospettiva politica rivoluzionaria di base marxista e umanista. E, com’è inevitabile, come Fidel valutò il Che.

 CONVERGENZA DI GIGANTI

Trascorre il 1954. Il giovane Ernesto Guevara, che approfitta il soggiorno in Guatemala per approfondire le sue letture di filosofia, marxismo e altre materie fondamentali per intendere il mondo e contribuire a cambiarlo, conosce vari emigrati cubani che erano stati assaltanti delle caserme citate.
Tra loro simpatizza, in maniera speciale, con Antonio (Ñico) López. Conosce, per questa vía, quello che è avvenuto  a Santiago de Cuba e a Bayamo, e riceve le prime informazioni su Fidel Castro. Si può dedurre in che termini si approssima a Cuba e a quello che sarà il suo leader storico.
La sconfitta della Rivoluzione Guatemalteca, nel secondo semestre del 1954, partendo dal piano ordido dalla CIA con l’appoggio della OSA e dei governi vassalli dell’America Centrale, anticipa la decisione di Ernesto d’andare in Messico.
Lì, nel giugno del 1955,  incontra di nuovo Ñico López. Poi conosce Raúl Castro e questi gli dà la possibilità, pochi giorni dopo l’arrivo di Fidel nella capitale messicana, di realizzare con lui un intenso dialogo di tre ore, nella casa di Maria Antonia. 
L’incontro terminò con Guevara come uno dei primi membri della spedizione dello yacht  Granma. 
Quel suo primo inocntro con Fidel alla metà di luglio del 1955, Ernesto lo riiflette così: «È un avvenimento politico aver conosciuto Fidel Castro, il rivoluzionario cubano, un uomo giovane, intelligente, molto sicuro di sé e di straordinaria audacia; credo che simpatizzammo reciprocamente …».
Anni dopo, in una nota intervista data a Gianni Miná, Fidel apporta elementi che rivelano come percepì il suo interlocutore dall’inizio:
«Lui aveva già una buona formazione rivoluzionaria,una buona formazione marxista, era molto studioso. Si era laureato in medicina, faceva investigazioni, era molto rigoroso nello studio delle questioni del marxismo».
In quella prima riunione tra Fidel e Ernesto avvenne –visti i fatti successivi– una convergenza con valore storico dei due uomini di vastissima cultura umanista, molto superiore alla media dell’epoca; convinti ugualmente che la guerra rivoluzionaria era 
l’opzione  che le classi dominanti e l’imperialismo avevano lasciato ai popoli, padroni della logica del pensiero che permetteva loro d’anticipare scenari con l’abilità propria degli strateghi, che sanno essere a loro volta efficienti tattici e forse la cosa più importate per tutti i tempi: uomini con un senso accelerato dei valori morali e dei principi etici, così come dell’importanza cruciale della coscienza e del protagonismo del popolo nei processi di cambio rivoluzionario. 
In un momento dei preparativi, una parte dei futuri ribelli del Granma termina in prigione.  Dopo la liberazione del gruppo, resta in carcere quello che era già il Che per i cubani.
Fidel lo visita e ascolta con attenzione le sue proposte, tutte orientate a non essere un ostacolo per la missione maggiore. In quel momento di tensione l’etica fidelista s’impone. Gli dice con decisione «io non ti abbandono».  
Alcuni giorni dopo, il 7 luglio del 1956, il Che scrive /Rapsodia a Fidel/, sintesi d’ammirazione e rispetto, che cresceranno nel tempo, come lui stesso rivelerà in forma ricorrente. 
Questi versi della Rapsodia illustrano ampiamente quanto espresso : Andiamo, / ardente profeta dell’aurora / per reconditi sentieri senza cavi / a liberare il verde caimano che ami tanto.
Il 25 novembre parte il Granma per Cuba. Sarà qui, nel caimano ribelle che lo accolse come un figlio, dove si perfezionerà  come «un rivoluzionario autentico».
Lo sviluppo della guerra rivoluzionaria e il complesso processo politico per  conquistare il potere favoriscono un’identificazione maggiore tra Fidel e il Che. 
Questa identità si moltiplica e si consolida di più nella tappa della Rivoluzione al potere. Il Che si trasforma per il massimo leader cubano in un interlocutore imprescindibile per l’esame dei  temi e delle decisioni di maggior importanza, dalla redazione della Legge di Riforma Agraria  a delicate conversazioni con i sovietici in temi cruciali per l’economia e la difesa del paese, citando solo due esempi tra molti. 

 FIDEL PER IL CHE

Due articoli e una lettera del Che a Fidel condensano come percepiva, già nelle cornici della Rivoluzione al potere, il giovane audace e sicuro di sè stesso che aveva conosciuto in Messico quattro anni prima. 
Nel primo articolo, /L’America dal balcone afroasiatico/, riflette le sue impressioni dopo aver presieduto una delegazione in dieci paesi afroasiatici, membri del Patto di Bandung, un periplo orientato da Fidel per ampliare le relazioni internazionali di Cuba e dare contenuto alla sua precoce vocazione terzo mondista. Qui scrive:
«L’America prende forma e si concreta. L’America, che vuol dire  Cuba; Cuba, che vuol dire  Fidel Castro (un uomo che rappresenta un continente con lui solo pedestallo delle sue barbe guerrigliere)».
Chi inter-relaziona superficialmente queste affermazioni con il contenuto della  Rapsodia a Fidel, potrebbe attribuire al Che un’ammirazione a partire da componenti essenzialmente emotive, ma la sua posizione era determinata da ragionamenti di maggior densità, che non escludevano l’ammirazione abituale per il capo, che considerava eccezionale. Così lo descrive con dettagli eloquenti in Cuba, eccezione  storica o avanguardia della lotta anticolonialista?
«…Ha  le caratteristiche del gran conduttore, che sommate alle sue doti personali d’audacia, forza e valore, e al suo straordinario affanno di auscultare sempre la volontà del popolo, lo hanno portato al luogo d’onore che oggi occupa.
Ma ha altre qualità importanti, come la sua capacità d’assimilare le conoscenze e le esperienze per comprendere tutto il congiunto di una situazione, senza perdere di vista i dettagli, la sua fede immensa nel futuro e la sua ampiezza di visione per prevenire gli avvenimenti e anticipare i fatti, vedendo più lontano e meglio dei suoi compagni …».
La Lettera di Commiato, letta da Fidel il 3 ottobre del 1965, contiene queste affermazioni che non necessitano commenti di sorta:
«Ilmio unico errore abbastanza grave è stato non aver avuto più fiducia in te dai primi momenti della Sierra Maestra e non aver compreso con chiarezza sufficiente le tue qualità di guida e rivoluzionario». (Fidel considerò questa autocritica del Che come «un eccesso di onorabilità»).

 IL 26 DI LUGLIO: SIGNIFICATI CHE INTERPELLANO

Sui fatti del 26 di luglio, il Che esprime due riferimenti principali che ê opportuno evocare. Uno, in /Il socialismo e l’uomo in Cuba. L’altra, /Dalla selva boliviana/.
Nel  primo testo descrive quello che accadde in ambito strettamente militare, ma sottolinea questa idea con un valore simbolico a livello politico: «I sopravvissuti finirono in carcere per iniziare di nuovo, dopo l’amnistia, la lotta rivoluzionaria». 
Questa opzione di rimarcare la decisione della lotta è presente in tutte le sue messe a fuoco, in qualsiasi circostanza e di fronte a  qualsiasi disfatta: un altro punto di sintonia con il pensiero politico di Fidel.
Il 26 di Luglio del 1967, il significato storico di questa data appare così nel suo diario in Bolivia: «Nella notte una piccola chiacchierata sul significato del 26 di Luglio, ribellione contro l’oligarchia e i dogmi rivoluzionari…».
Il Che sintetizza uno dei tratti definitori della massima guida  rivoluzionaria cubana e di Fidel in particolare: la difesa di un pensiero politico proprio e di radice martiana. 
In conseguenza, di «radice nazionale e ampiezza universale», come si afferma in /El Moncada, preludio di una nuova era…/; contrario all’accettazione acritica di esperienze e schemi d’attuazione importati.
Il 26 di Luglio fu per lui, in essenza, una conferma inequivocabile della visione creatrice anti dogmatica e indipendente di Fidel, imprescindibile per il presente cubano: tre attributi che c’interpellano e illuminano per andare avanti e ricreare nuovi assalti contro tutto quanto intorpidisce o debilita il progetto di liberazione piena del nostro popolo e la sua marcia verso il socialismo. (GM/ GRanma Int.)