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Foto: Granma

AL principio del 1956, l’italiano s’incorporò ufficialmente al Movimento 26 di luglio. Realizzò due viaggi in Messico, portando documenti e denaro a Fidel, nascosti nella fodera della sua giacca, senza che le autorità sospettassero di lui come rivoluzionario.

Quando lo yacht Granma salpò in una fredda mattina dal porto messicano di Tuxpan rotta a Cuba, con 82 uomini a bordo, al comando di Fidel Castro Ruz, per iniziare la lotta armata contro la tirannia batistiana, uno di quei giovani che si stringevano nel poco spazio disponibile era italiano.

Non era casuale che stesse lì: era per il suo pensiero antifascista e come  rivoluzionario internazionalista, con esperienza militare acquisita quando fece parte dei gruppi combattenti di «partigiani» (guerriglieri)

italiani che operavano contro le truppe tedesche nella zona dove risiedeva.

Gino Donè Paro era il nome di quel giovane nato il 18 maggio del 1924, nel Comune di San Biagio di Callalta, in provincia di Treviso, vicino a Venezia; e giunse a Cuba nel decennio del 1950.

Il suo foglio di servizio militare mostra che si arruolò nel settembre del 194r nella regione del Veneto, in piena occupazione tedesca. Fu addestrato al combattimento, nell’uso delle armi, nel maneggio degli esplosivi e nella conduzione di veicoli pesanti.

In un’occasione nel 1945, quando stava realizzando una missione anglo-americana con un gruppo di partigiani militari in un’imbarcazione, fu catturato e inviato in un campo di concentramento dal quale, alcuni mesi dopo, riuscì a fuggire.

Terminata la guerra, nel 1946, la sua condizione di ex partigiano e antifascista, come quella di altri giovani non era ben vista dalle autorità del Veneto, che li consideravano delinquenti.

Inoltre, pur cercando senza sosta, non c’era lavoro dell’Europa devastata dalla guerra, per cui decise d’andare a cercare opportunità nei paesi dell’America Latina.

L’ARRIVO A CUBA

Gino arrivò in nave al porto cubano di Manzanillo, nell’attuale provincia di Granma, nel 1951, e si trasferì a l’Avana.

Tempo dopo, attraverso un amico ingegnere, fu assunto come operatore di veicoli pesanti per lavorare alla costruzione dell’autostrada del Circuito Sud, Cienfuegos -Trinidad, e fissò la sua residenza in quest’ultima città.

Lì conobbe la giovane Norma Turiño, che militava nel Partito Ortodosso, si sposò con lei nel 1953, e si vincolò agli impegni rivoluzionari nella provincia di Las Villas.

In quello stesso anno si trasferì a L’Avana e cominciò a lavorare alle opere di costruzione della Piazza Civica (oggi Piazza della Rivoluzione José Martí). La sua residenza si trovava ai piani alti del Liceo Ortodosso, in Prado 109.

In una visita realizzata nel 1956 a Trinidad dal moncadista Gustavo Arcos Bergnes, il suo amico Carlos Turiño gli presentò la sorella Norma, sposa di un italiano, e da lei seppe che il marito era coinvolto nelle attività rivoluzionarie che si realizzavano nella regione, della sua esperienza militare come partigiano e della fiducia che avevano in lui, e le diede il suo indirizzo perchè lo localizzasse a L’Avana.

IL VINCOLO CON FIDEL

Quell’informazione si trasmise a Fidel in Messico, che valutò l’utilizzo di Gino come messaggero di fiducia per trasferire denaro e documenti, data la sua condizione di straniero e perchè non era conosciuto dalla tirannia batistiana .

Al principio del 1956, l’italiano s’incorporò ufficialmente al Movimento 26 di luglio. Realizzò due viaggi in Messico, portando documenti e denaro a Fidel, nascosti nella fodera della sua giacca, senza che le autorità sospettassero di lui come rivoluzionario.

Nel mese di maggio Fidel sollecita la presenza di Gino in Messico, per incorporarlo ai preparativi della spedizione. Portò denaro, lettere per i compagni e altri documenti occulti nei suoi abiti.

Appena atterrò l’aereo della Cubana de Aviación nella capitale azteca, il giovane italiano prese un taxi e si diresse all’appartamento di Emparan 49, come gli avevano indicato a L’Avana, nel quale fu ricevuto da una giovane.

Dopo poco giunse Raúl, e poi Fidel, che Gino non conosceva.

Diede loro quello che portava e cominciarono una lunga e animata conversazione Alloggiarono Gino nell’appartamento di Insurgentes 5, e lo inserirono negli addestramenti che si realizzavano nella palestra Bucareli, e nel campo di tiro Los Gamitos, durante la sua breve permanenza in Messico.

Dopo pochi giorni l’italiano si trasferì nell’Isola per portare con sicurezza dei documenti che gli affidò Fidel in una grande busta, destinati a varie persone. Dovette, per ragioni di sicurezza, memorizzare l’indirizzo.

Quando giunse a l’Avana, un agente d’Immigazione lo informò che non aveva il permesso d’entrata nel paese. Lui disse d’essere un turista confusionario, ma le autorità lo inviarono all’accampamento de Tiscornia, a Casablanca, dove trattenevano gli stranieri senza documenti.

Preoccupato per la busta che gli aveva affidato Fidel e che custodiva gelosamente, riuscì a telefonare a Trinidad, comunicò con i suoi familiari e li mise al corrente della pericolosa situazione in cui si trovava.

Poche ore dopo suo cognato si presentò con un certificato di matrimonio per accreditare la sua residenza permanente nel paese e ottenere la sua liberazione. In un momento a parte, Gino consegnò a suo fratello politico la busta che gli aveva dato Fidel, gli disse l’indirizzo e che era importante che la consegnasse urgentemente.

Alcuni giorni dopo Immigrazione mise Gino in libertà.

LE ATTIVITÀ IN MESSICO

Al principio del mese di settembre, Faustino Pérez si trasferì a Trinidad per informare al futuro partecipante alla spedizione che, per ordine di Fidel, doveva tornare prima possibile in Messico. Gli consegnò denaro e documenti perché li portasse là, nascosti nella fodera della giacca.

Stavolta entrò in Messico con un volo diretto a Mérida, in Yucatán, e da lì si trasferì in autobus sino al Distretto Federale. Localizzò nel centro della città la casa che gli avevano indicato e poco tempo dopo apparve Fidel e Gino gli consegnò i documenti e il denaro che portava con sé.

Fidel lo accompagnò al hotel Fornos, in via Revillagigedo, dove gli presentò il dominicano Ramón Mejías del Castillo (Pichirilo) e il cubano Rolando Moya, che erano ospiti lì.

I quotidiani messicani informarono il 23 novembre che la polizia aveva sequestrato armi, documenti e munizioni da guerra, in quella che sembrava una cospirazione. C’era stata una spiata e Fidel immediatamente ordinò d’evacuare e trasferire in un luogo sicuro alcuni depositi di armi.

La partenza della spedizione fu anticipata.

Non era sicuro restare più tempo in territorio messicano.

In un’auto, partirono per la città di Poza Rica –punto di Concentrazione dei combattenti –, il dominicano Ramón Mejías del Castillo (Pichirilo) e l’italiano Gino Doné. Nel pomeriggio di quel piovoso sabato, 24 novembre, poco a poco, e in picoli gruppi, gli uomini camminarono in un fangoso sentiero al margine del fiume, sino a quando raggiunsero la casa di Santiago de la Peña, dov’era attraccato lo yacht Granma.

Otto giorni dopo una difficile navigazione per il cattivo tempo, i venti forti e il mare grosso, i ribelli sbarcarono sulla costa sud cubana, in un luogo inospitale chiamato Los Cayuelos, a due chilometri da Las Coloradas.

Il 5 dicembre, i combattenti –tra i quali Gino Doné–, furono sorpresi e si dispersero nei campi di canne da zucchero di Alegría de Pío.

L’esercito batistiano circondava la zona i li cercava affannosamente.

L’italiano riuscì a rompere l’assedio e con l’aiuto dei contadini viaggiò sino città di Santa Clara, dove si dedicò alle attività rivoluzionarie. Nel gennaio del 1957 gli ordinarono dipartire per l’estero, per realizzare altri compiti.

Varie volte viaggiò a Cuba. Nel 2005, in occasione della celebrazione del 52º anniversario dell’assalto alle caserme Moncada e Carlos Manuel de Céspedes, ebbe un fraterno incontro con il Comandante in Capo Fidel

Castro Ruz.

Gino Donè Paro è morto in Italia, il 22 marzo del 2008 e, rispettando le sue ultime volontà, le sue ceneri dal 2 dicembre scorso riposano in Cuba.

Fonte: /La parola impegnata/, di Heberto Norman Acosta.