(Versione stenografica della Presidenza della Repubblica)
Eccellenze;
Distinti delegati e invitati:

Siete tutti benvenuti con calore in Cuba, la terra di José Martí, al quale dobbiamo la bella idea che patria è umanità.
Grazie per aver accettato l’invito che oggi ci unisce in difesa del futuro delle grandi maggioranze che formano la parte più grande di questo concetto unificatore che è umanità.
Come ha annunciato il Cancelliere cubano ieri, questo è un Vertice austero e spero che scuseranno le carenze nelle quali potranno inciampare. Cuba è letteralmente assediata da un blocco di sei decenni e da tutte le difficoltà che derivano da questo assedio, ora rinforzato.
Ovviamente affrontiamo anche le colossali sfide che sono conseguenze dell’ingiusto ordine internazionale vigente, ma non siamo i soli. Quasi 60 anni fa la comunione delle difficoltà e la speranza che uniti potevamo affrontarle e vincerle, ci fece nascere come gruppo Siamo i 77 più Cina!
E siamo di più!
Come apprezzerete in questi giorni, manchiamo di molte cose, ma abbiamo infiniti sentimenti: d’amicizia, di solidarietà e di fraternità.
E abbiamo tuta la volontà per far sentire tutti voi come in famiglia. Tutti siete a casa!
Contate anche con la garanzia che faremo di tutto per far sì che le nostre delibere conducano a risultati tangibili nel clima di solidarietà e collaborazione, che rendano possibile anche la missione collettiva.
Il Gruppo dei 77 più Cina ha l’enorme responsabilità di rappresentare nella scena internazionale gli interessi della maggioranza delle nazioni del pianeta. Per ragioni storiche e d’identità conserviamo il nome originale, ma siamo di più, molti più dei 77 paesi.
Oggi siamo 134 e questo equivale a più dei due terzi degli Stati membri dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), dove vive l’80 % della popolazione mondiale.
Riunirci a livello di Vertice ci offre l’opportunità di deliberare in collettivo e al più alto livello politico per unire gli sforzi in difesa degli interessi di queste maggioranze. Ci aiuta a conciliare posizioni di fronte alle sfide attuali per lo sviluppo e il benessere dei nostri popoli. Ma c’impone anche discussioni.
Dopo quasi 60 anni di battaglie diplomatiche nel difficile e, sino ad oggi, infruttuoso tentativo di trasformare le regole ingiuste e anacronistiche che dirigono le relazioni economiche internazionali, vale la pena ricordare i richiami dei nostri leaders storici di democratizzare l’Organizzazione delle Nazioni Unite, le avvertenze di Fidel Castro che «Domani sarà troppo tardi», e una frase indimenticabile del Comandante Hugo Chávez, quando disse che: «I presidenti andiamo di vertice in vertice e i popoli di abisso in abisso».
Il leader bolivariano incitava a riunioni realmente utili, dalle quali potessero emergere benefici concreti per i popoli che aspettano soluzioni, al bordo dell’abisso in cui ci ha sommato l’egoismo di coloro che da secoli tagliano la torta e ci lasciano le briciole.
Questo Vertice avviene in momenti in cui l’umanità ha conquistato un potenziale scientifico-tecnico, inimmaginabile sino a due decenni fa, con una capacità straordinaria per generare ricchezza e benessere che, in condizioni di maggior uguaglianza, equità e giustizia, potrebbe assicurare livelli di vita degni, confortevoli e sostenibili per quasi tutti gli abitanti del pianeta.
Si coloriamo lo spazio che occupano le nazioni membri del Gruppo in
un mappamondo, vedremo due forze che nessuno supera: Siamo mdi più e siamo più diversi! Anche il Sud esiste, dicono i versi del poeta uruguaiano Mario Benedetti. Per tutto il tempo in cui il Nord ha accomodato il mondo ai suoi interessi per il male del resto, già tocca al Sud cambiare le regole del gioco.
«È l’ora dei forni, in cui non si deve vedere altro che la luce», disse José Martí. Con il diritto che ci assiste per essere –la gran maggioranza dei membri del Gruppo dei 77– le vittime principali dell’attuale crisi multi dimensionale che soffre il mondo, delle discordanze cicliche del
commercio e le finanze internazionali, dell’abusivo scambio diseguale, della breccia scientifica, tecnologica e della conoscenza; degli effetti del cambio climatico e del pericolo di distruzione progressiva, l’esaurimento delle risorse naturali dalle quali dipende la vita nel pianeta, esigiamo già la democratizzazione pendente del sistema delle relazioni internazionali.
Sono i popoli dei sud quelli che soffrono maggiormente la povertà, la fame, la miseria, la morte per malattie curabili, l’analfabetismo, lo sfollamento umano e altre conseguenze del sotto sviluppo.
Molte delle nostre nazioni sono chiamate povere, ma in realtà le si dovrebbe chiamare impoverite, ed è necessario rovesciare questa condizione nella quale ci hanno sommato secoli di dipendenza coloniale e neocoloniale, perchè non è giusto e perchè il Sud non sopporta già il peso morto di tutte le disgrazie.
Quelli che hanno costruito città bellissime con le risorse, il sudore e il sangue delle nazioni del Sud, soffrono già e soffriranno di più d’ora in avanti, le conseguenze degli squilibri economici e sociali propiziate dal saccheggio, perchè viaggiamo sulla stessa nave, anche se alcuni sono passeggeri VIP e altri i loro servitori.
L‘unico cammino valido per far sì che questa nave-mondo non termini come il Titanic è quello della cooperazione, la solidarietà, la filosofia africana del Ubuntu, che intende il progresso umano senza esclusioni, dove il dolore e la speranza d’ognuno sono il dolore e la speranza di tutti.
Eccellenze:
Abbiamo proposto come tema di questo Vertice il ruolo della scienza, la tecnologia e l’innovazione, come componenti essenziali del dibattito politico associato allo sviluppo.
Lo facciamo convinti che le conquiste e i passi avanti in questo campo sono quelli che diranno al dessert se è possibile e quando la realizzazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile relazionati con la fine della povertà; la fame zero nel mondo; la salute e il benessere; l’educazione di qualità;
l’uguaglianza di genere; l’acqua pulita e le fognature; la soluzione ai problemi dell’energia, il lavoro, la crescita economica, l’industrializzazione e la giustizia sociale.
Ho l’assoluta convinzione che non sarà possibile avanzare verso un modo di vita sostenibile in armonia con le condizioni naturali che garantiscono la vita nel pianeta senza queste premesse.
Ed è ovvio che il processo trasformatore verso la riuscita di questi obiettivi contempla in una forma o in un’altra il ruolo della conoscenza come generatore di scienza, tecnologia e innovazione.
È già necessario abbattere le barriere internazionali che hanno ostacolato l’accesso alla conoscenza ai paesi in via di sviluppo, approfittando da parte loro di fattori tanto decisivi per l’avanzata economica e sociale.
Parlo di barriere associate a un ordine economico internazionale ingiusto e insostenibile, che perpetua condizioni di privilegio per i paesi sviluppati e relega in condizioni di sotto sviluppo una parte maggioritaria dell’umanità.
Senza attendere questi temi non si potrà raggiungere in nessun modo lo sviluppo sostenibile a cui tutti abbiamo diritto, per quante mete si pongano.
Non si potrà restringere l’immensa breccia che separa le condizioni di
vita privilegiate di un segmento ridotto della popolazione del pianeta, nè il sotto sviluppo che si approfondisce tra le grandi maggioranze.
Non si potrà nemmeno sperare che riusciremo ad ottenere un mondo di pace, nel quale scompaiano le guerre e i conflitti armati di ogni tipo.
La scienza, la tecnologia e l’innovazione disimpegnano un ruolo trascendentale nella promozione della produttività, l’efficienza, la creazione di valore aggiunto, l’umanizzazione delle condizioni di lavoro, l’impulso del benessere e la garanzia dello sviluppo umano.
Ci troviamo di fronte alla maggior rivoluzione scientifico-tecnica che ha mai conosciuto l’umanità.
La scienza ha modificato lo stesso corso della vita. L’essere umano è stato capace di conoscere lo spazio siderale e ingegnare complicate macchine che automatizzano anche i processi più elementari associati alla sua esistenza.
Internet ha cancellato i limiti spaziali e temporali. Lo sviluppo tecnologico ha permesso di connettere il mondo e d’eliminare migliaia di chilometri con un clic. Ha moltiplicato le capacità d’insegnamento e apprendimento, ha accelerato i processi investigativi e dotato il genere umano di capacità insospettate per migliorare le sue condizioni di vita.
Ma queste possibilità non sono alla portata di tutti.
Al rispetto, la ONUDI ha risaltato che la creazione e diffusione delle
tecnologie di produzione digitale d’avanzata (PDA) è sempre concentrata a livello mondiale, con uno sviluppo molto debole nella maggioranza delle economie del Sud. Solo dieci economie –le prime in tecnologie di PDA–
sono responsabili del 90 % di tutti i brevetti mondiali e del 70 % del totale delle esportazioni direttamente relazionate con le stesse.
Lontano dal divenire strumenti per chiudere la braccia dello sviluppo e contribuire a superare le ingiustizie che minacciano lo stesso destino dell’umanità, tendono a divenire armi per approfondire questa braccia, piegare la volontà di molti governi e proteggere il sistema di sfruttamento e saccheggio che per vari secoli ha alimentato la ricchezza delle antiche potenze coloniali e relegato alle nostre nazioni un ruolo subalterno.
Questo spiega come nel mezzo del più colossale sviluppo scientifico-tecnico di tutti i tempi, il mondo vede una retrocessione di tre decenni in materia di riduzione della povertà estrema e si registrano livelli di carestia che non si vedevano dal 2005.
Spiega che nel Sud più di 84 milioni di bambini non vanno a scuola e più di 600 milioni di persone vivono senza elettricità; che solo il 36 % della popolazione utilizza Internet nei paesi meno avanzati e nelle nazioni in via di sviluppo senza litorale, di fronte al 92 % con accesso nei paesi sviluppati.
Il costo medio di un telefono intelligente rappresenta appena il 2 % delle entrate mensili pro capite in America del nord, mentre questa cifra tocca il 53 % nel sud dell’Asia e il 39 % nell’Africa Subsahariana. Non si può parlare seriamente di passi avanti tecnologici o di accesso equo alle comunicazioni di fronte a questa realtà.
La transizione energetica trascorre anche in condizioni di una profonda disuguaglianza che tende a perpetuarsi. La sproporzione nel consumo energetico tra i paesi sviluppati –167,9 gigajulio per persona l’anno–e in via di sviluppo –56,2 gigajulio per persona l’anno– è conseguenza della breccia economica e sociale esistente e anche provoca che questa breccia continui a crescere. Il consumo di elettricità pro capite nei paesi della OCDE è 2,38 volte maggiore della media mondiale e 16 volte maggiore di quella dell’ Africa Subsahariana.
Una parte sostanziale delle malattie, più prevalenti nei paesi in via di sviluppo, sono quelle che sono prevenibili e/o trattabili. L’Organizzazione Mondiale della Salute ha dichiarato nel suo rapporto sulla salute mondiale che si stima che 8 milioni di persone muoiono prematuramente, ogni anno, per malattie e disturbi che si possono curare. Queste morti sono approssimatamente un terzo di tutte le morti umane nel mondo ogni anno.
Abbiamo il dovere di cercare di cambiare le regole del gioco e lo otterremo solo mobilitandoci in un’azione congiunta.
Tutti o quasi tutti cerchiamo d’attrarre investimenti stranieri diretti come componenti necessarie per il nostro sviluppo e il maneggio delle nostre economie. In occasioni realizziamo l’obiettivo che questa azione venga accompagnata da certi trasferimenti di tecnologia.
Ma sappiamo che è più frequente che non si accompagni il trasferimento delle conoscenze e dell’aiuto per la creazione di capacità.
Questa assenza conduce a che i paesi in via di sviluppo si ubichino ai gradini più bassi delle catene globali di valore e che le investigazioni in salute, alimenti, ambiente e altro, risultano molto limitate o soffrono di svalutazione sistematica.
Questo fenomeno avviene con il drenaggio dei talenti o quello che comunemente si chiama “furto dei cervelli”, ossia la pratica dei paesi più sviluppati di beneficarsi della preparazione e della conoscenza professionale che i paesi in via di sviluppo formano con molto sforzo, regolarmente senza alcun supporto delle nazioni più ricche.
I paesi in via di sviluppo fanno un drenaggio massivo e danno un apporto finanziario notevole ai ricchi, sula base di un flusso migratoio che è devastante per i paesi sotto sviluppati.
Un’altra realtà è la tendenza a brevettare tutto. Questa è una pratica che che le arche delle grandi imprese multi nazionali nei paesi più poderosi e rende più fragili le restanti economie. In questo modo il galoppante processo di privatizzazione della conoscenza contribuisce ad ampliare la breccia e limita così l’accesso allo sviluppo.
Si fanno pressioni ai paesi in via di sviluppo per far sì che introducano leggi di protezione dei diritti di proprietà intellettuale e si dimentica con tutti i propositi che molti paesi industrializzati si sono sviluppati precisamente pirateando prodotti e tecnologie al di fuori delle loro frontiere.
Le richieste di brevetto hanno continuato ad aumentare del 1,5% anche nel mezzo della pandemia nel 2020 e nel 2021 sono aumentate del 3,6%.
Le tecnologie relazionate alla salute hanno registrato in continuazione la crescita più rapida tra tutti i settori. Nel 2021 le richieste di marca hanno raggiunto i 3,4 milioni a livello mondiale, aumentando del 5,5% rispetto al 2020. Senza dubbio è stato disuguale per regioni: l’Asia ha ricevuto i due terzi, il 67,6 %, di tutte le richieste presentate fomentate principalmente dalla crescita in Cina; l’America del Nord, l’ 18,5 %.
L’Europa con il 10,5 %, l’Africa con il 0,6 %, l’America Latina e i Caraibi il 1,6 % e l’Oceania il 0,6 % hanno rappresentato le percentuale più basse del totale delle richieste.
La breccia di genere nell’innovazione persiste. Il personale dedicato all’investigazione è aumentato a un ritmo tre volte più rapido, il 13,7 %, della crescita della popolazione mondiale, il 4,6 %, nel periodo.
Solo un terzo degli investigatori sono donne.
L’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale indica che gli uomini continuano a rappresentare una gran maggioranza delle persone associate alle invenzioni patentate nel mondo.
Solo il 17 % delle persone designate come inventori nelle sollecitudini internazionali di brevetti erano donne nel 2021.
La privatizzazione della conoscenza pone limiti alla circolazione e ricombinazione della stessa. Pianifica limiti al progresso e alle soluzioni scientífiche dei problemi. Costituisce una barriera significativa per lo sviluppo e il ruolo che in lui devono disimpegnare la scienza, la tecnologia e l’innovazione. Aggrava le condizioni socio economiche nei paesi in via di sviluppo.
Basta segnalare che nel mezzo della maggior pandemia che ha conosciuto l’umanità, solo dieci fabbricanti hanno concentrato il 70 % della produzione di vaccini contro la COVID-19
La pandemia ha posto in evidenza con crudo realismo il costo dell’esclusione scientifica e digitale, che ha preso vite e ampliato le distanze tra il Nord e il Sud.
Come risultato, i paesi in via di sviluppo sono riusciti a disporre solo di 24 dosi di vaccino per cada 100 abitanti, mentre i più ricchi disponevano di quasi 150 dosi per ogni 100 persone.
Di fronte al richiamo di moltiplicare la solidarietà e tralasciare i disaccordi, il mondo è ora assurdamente più egoista.
L’Organizzazione Mondiale della Salute ha formulato la nota sindrome 90/10, secondo la quale il 90% delle risorse dell’investigazione nella salute si dedica alle malattie che producono il 10% della mortalità e la morbilità, mentre quelle che generano il 90 % di queste dispongono solo del 10 % delle risorse.
Dopo la pandemia i nostri paesi hanno dovuto attraversare circostanze sommamente complesse, nelle quali combattono duramente per risalire.
Le nazioni del Sud, accudendo ai mercati finanziari, hanno affrontato tassi d’interesse sino a otto volte superiori a quelli dei paesi sviluppati.
Circa una quinta parte delle economie in sviluppo hanno liquidato più del 15 % delle loro riserve internazionali di divise per ammortizzare la pressione sulle monete nazionali.
Nel 2022, 25 nazioni in via di sviluppo hanno dovuto dedicare più di una quinta parte delle loro entrate totali al servizio del debito estero pubblico, che equivale a una nuova forma di sfruttamento.
La spesa mondiale in investigazione e sviluppo tra il 2014 e il 2018 è aumentata del 19,2 %, superando il ritmo di crescita dell’economia mondiale del 14,6 %. Senza dubbi continua altamente concentrato, perchè il 93 % lo apportano i paesi integranti del G20.
Le recursos necessarie per la soluzione di fondo di questi problemi
esistono. Solo nel 2022, la spesa militare mondiale ha raggiunto la cifra record di 2,24 bilioni, ossia milioni di milioni di dollari.
Quanto si potrebbe fare con queste risorse a beneficio del Sud?
Ottenere la partecipazione universale e inclusiva nell’economia digitale necessiterà investimenti dei nostri paesi, come minimo 428 000 milioni di dollari per il 2030.
Il Sud sembrerebbe destinato a vivere delle briciole che l’attuale sistema ha riservato per lui.
L’appoggio finanziario del Fondo Monetario Internazionale ai paesi meno avanzati e ad altri con basse entrate dal 2020 alla fine di novembre del 2022, non supera l’equivalente a quello che ha speso l’impresa Coca-Cola solo nella pubblicità della sua marca negli ultimi otto anni.
Intanto meno del 2 % del già insufficiente Aiuto Ufficiale allo Sviluppo è stato dedicato alle capacità della scienza, la tecnologia e l’innovazione. Stime realizzate indicano che il 9 % della spesa militare mondiale potrebbe finanziare in dieci anni l’adattamento al cambio climatico e il 7 % sarebbe sufficiente per coprire la spesa delle vaccinazioni universali contro la pandemia.
Un’ architettura finanziaria internazionale che perpetua simili disparità e obbliga il Sud a immobilizzare risorse finanziarie e a indebitarsi per proteggersi dall’instabilità che lo stesso sistema genera, che allarga le tasche dei ricchi a spese delle riserve del 80% più povere, è un’architettura ostile al progresso delle nostre nazioni. Va demolita se si aspira a coltivare lo sviluppo della gran massa di nazioni qui riunite.
Eccellenze:
Dev’essere un impegno prioritario abbattere una volta per tutte i paradigmi d’investigazione che si limiatno agli ambienti culturali e alle prospettive del Nord, e che privano la comunità scientific internazionale di un capitale intellettuale considerevole.
Questa tendenza pianifica una premessa per le nostre nazioni: l’urgenza di riscattare la fiducia nell’elemento più dinamizzante delle nostre società: l’essere umano e la sua attività creativa.
In questo impegno, la creazione di capacità è chiave per fare realtà le promesse che la scienza, la tecnologia e l’innovazione apportano per lo sviluppo sostenibile.
Riconosciamo in questo senso il merito dell’Iniziativa per lo Sviluppo Globale fomentata dal presidente della Repubblica Popolare della Cina, Xi Jinping. È una proposta inclusiva e coerente con la necessità di un nuovo ordine internazionale giusto ed equo, che colloca lo sviluppo basato nella conoscenza dove corrisponde, nel centro
delle priorità del sistema internazionale.
Pue essendo un paese in via di sviluppo che affronta grandi difficoltà economiche, Cuba conta con capacità scientifiche che non vanno sottovalutate e che sono parte del legato del leader storico della Rivoluzione Cubana, il Comandante in Capo Fidel Castro Ruz, che, con una visione del futuro aveva identificato in questo campo una fonte per potenziare lo sviluppo.
Disponiamo di un sistema di gestione di governo basato in scienza e innovazione, che è divenuto una forza importante per la preservazione della nostra sovranità, con la sua miglior espressione nella creazione delle nostre vaccinazioni contro la COVID-19.
Nonostante questo, per Cuba, vincolare la conoscenza con la soluzione dei problemi dello sviluppo è un impegno da giganti, perchè questi sforzi devono trascorrere nel mezzo di un ferreo blocco economico, commerciale e finanziario che risulta nei notevoli limiti delle risorse.
Per citare solo un esempio, per decisione politica del Governo degli Stati Uniti, molti siti della rete dedicati alla conoscenza e alla scienza sono precisamente bloccati per gli investigatori cubani.
Non è questo lo scenario per estendermi sull’impatto che il criminale blocco economico degli Stati Uniti esercita sulla nostra economia, sul nostro progresso scientifico-tecnico e il nostro sviluppo, con un costo umanitario che si fa visibile. Ma devo identificarlo come un ostacolo fondamentale, nonostante il quale e sulla base di una ferrea volontà politica, Cuba ha avuto la capacita d’ottenere risultati indiscutibili nella scienza e l’innovazione.
Invito tutti voi a discutere in questi giorni sulle sfide dello sviluppo delle nostre nazioni, delle ingiustizie che ci separano dal progresso globale, ma anche sul valore della nostra unità e di tutta la nostra ricca portata della conoscenza.
Dirigiamo le nostre riflessioni alla ricerca di consensi, strategie, tattiche e forme di coordinamento. Mettiamo sul tavolo tutto il nostro patrimonio e potenziamo le sinergie. Mostriamo il valore e la competenza del Sud, di fronte a quelli che pretendono di presentarci come una massa amorfa in cerca di carità e assistenzialismo.
Ricordiamo che molte delle singole nazioni che il Gruppo dei 77 più Cina rappresenta, hanno scritto impressionanti pagine di creatività e di eroismo nella storia dell’umanità, prima che la colonizzazione e il saccheggio impoverissero i destini di una parte di loro.
Recupereremo questo spirito di lotta, la conoscenza tradizionale, il pensiero creativo e la sapienza collettiva. Lotteremo per il nostro diritto allo sviluppo, che è anche il diritto d’esistere come specie.
Solo così así saremo in condizioni di partecipare alla rivoluzione scientifico-tecnica da uguali.
Solo così saremo capaci d’occupare il luogo ci appartiene in questo mondo dove pretendono di relegarci nella condizione di docili portatori di ricchezza per le minoranze.
Realizziamo insieme l’onorevole missione di completarlo, migliorarlo, farlo più giusto e razionale, senza che pesi sui nostri sogni la minaccia permanente di scomparire.
Eccellenze:
Il leader storico della Rivoluzione Cubana, Fidel Castro, 23 anni fa, in una riunione come questa affermò:
«Per il Gruppo dei 77 l’ora attuale non può essere di preghiere ai paesi sviluppati, né di sottomissione, fallimento o divisioni interne, ma di riscatto del nostro spirito di lotta, dell’unità e coesione attorno alle nostre domande.
«Ci hanno promesso, cinquanta anni fa, che un giorno non ci sarebbe più stato un abisso tra i paesi sviluppati e i sottosviluppati; ci avevano promesso pane e giustizia e oggi ci sono sempre meno pane e meno giustizia.
La vigenza di quelle parole si potrebbe interpretare come una disfatta di quello che questo Gruppo pretendeva e non è riuscito ad ottenere.
Io chiedo che la prendano come una conferma del lungo cammino che abbiamo percorso uniti e di tutti i diritti che ci assistono per esigere i cambiamenti pendenti.
In omaggio a coloro che hanno creduto e fondato, in nome dei popoli che rappresentiamo, facciamo rispettare le loro voci e i loro reclami!
Siamo di piu!
E vinceremo!
Molte grazie! (Applausi/ GM/ Granma Int.)




