OFFICIAL VOICE OF THE COMMUNIST PARTY OF CUBA CENTRAL COMMITTEE
Fidel scelse il camino più duro e nello stesso tempo il più degno per un essere umano: quello della dedizione agli altri, di combattere senza tregua per la giustizia e la liberazione delle persone. Foto: Susana Besteiro Fornet. 

Fidel non era destinato a essere Fidel. Poteva diventare un avvocato di successo con una vita comoda, tranquilla e gradevole. O poteva conquistare un’importante posizione nella politica tradizionale repubblicana, che gli avrebbe garantito prestigio, privilegi e benefici.
Aveva tutte le condizioni e possibilità per questo, non solo la provenienza da una famiglia ricca, ma anche l’unione di una serie di valori e caratteristiche personali che gli auguravano un futuro brillante in qualsiasi carriera che avesse scelto, come osservò acutamente un suo professore. Aveva varie sedie che lo invitavano ad accomodarsi.
Ma scelse il cammino più duro, e il più degno per un essere umano:
quello del servizio, di dedicarsi agli altri, di combattere senza tregua per la giustizia e la liberazione delle persone.
Ossia scelse il cammino della Rivoluzione e le offerse la sua esistenza.
Fu un ribelle inveterato e impenitente. Anche prima di diventare un rivoluzionario, martiano e marxista, aveva già forgiato dalla sua infanzia e adolescenza un carattere forte che si esprimeva con energia di fronte alle ingiustizie e le arbitrarietà.
Fu una condizione che non lo abbandonò mai. Non solo si ribellò contro la dittatura e l’imperialismo statunitense, ma anche contro dogmi che decretavano l’impossibilità di una rivoluzione in Cuba, contro la geopolitica che assegnava un ruolo subordinato e irrilevante nell’arena internazionale a una piccola isola sotto sviluppata come Cuba, o contro il «senso comune» che normalizza discriminazioni e dominio.
Lo spirito ribelle di Fidel s’incontrò nell’Università de L’Avana  con le idee più avanzate e radicali del suo tempo, e lì iniziò un processo d’apprendimento politico e di sviluppo della sua coscienza rivoluzionaria. La componente essenziale nella sua formazione politica derivò dalla tradizione ribelle del popolo cubano, del legato delle sue lotte per la tradizione nazionale e la giustizia sociale.
Fidel si nutrì dell’accumulato di una cultura politica radicale preponderante nel pensiero e nell’azione dei rivoluzionari cubani, che ebbe in Martí il suo principale maestro e l’esponente più brillante, che provvide al
paese una rivoluzione popolare d’indipendenza e una lunga successione di combattimenti e idee per la giustizia e la libertà.
La Rivoluzione Cubana è stata l’erede che, guidata da Fidel, non solo rovesciò completamente l’ordine sociale imperante in Cuba, ma trasgredì  i ruoli che quello schema teorico assegnava alle realtà e alle ribellioni dei popoli e distrusse tutti i calcoli e i pronostici del possibile nell’ equilibrio  geopolitico tra le grandi potenze.
Dimostrò che era fattibile, partendo dalle condizioni concrete di un paese con una struttura di dominio neocoloniale come Cuba, e chiamando alla forza, l’organizzazione e la mobilitazione dei più umili, realizzare un’insurrezione popolare vittoriosa che si proponeva  obiettivi trascendenti di liberazione nazionale e di giustizia sociale.
Il leader ribelle che, nel giugno del 1958, in piena Sierra Maestra, resistendo a un’offensiva militare della dittatura, aveva avvertito che il suo vero destino sarebbe stato lottare contro l’imperialismo statunitense,
insegnò e apprese, con il suo popolo, che “solo con il socialismo potremo liberarci dal dominio straniero e costruire una società d’uguaglianza e libertà piene.
E ci ha insegnato che come lezione eterna d’incalcolabile valore, per una rivoluzione la cosa più sensata e raccomandabile, ossia il meglio, sarà sempre lottare per l’impossibile.
Quello di Fidel è il pensiero di un rivoluzionario che tenta di trasformare il mondo, e per realizzarlo deve tentare di conoscerlo con tutte le sue contraddizioni e la sua complessa realtà.
È un pensiero con un’enorme dimensione, di una totalità straordinaria e nello stesso tempo con una formidabile capacità dialettica. Non si attiene a  ricette nè a stampi stabiliti, ma combina alla perfezione due facce essenziali nel lavoro di un rivoluzionario: una fermezza inflessibile nei principi, che non sono trattabili e un’ampia flessibilità tattica.
Fidel parte conoscendo bene le realtà, le circostanze, ma non per adeguarsi a queste, ma per superarle, per trasformarle, facendo appello soprattutto alle fibre più intime dei rivoluzionari.
Ci ha insegnato che l’arma principale di resistenza della Rivoluzione è la mobilitazione e la coscienza dei rivoluzionari.
Questa lezione è di un’attualità vitale per Cuba, che attraversa uno dei momenti più complessi della sua storia, nella quale il suo pensiero dev’essere costantemente una guida in tutte le nostre attuazioni.
È nostra responsabilità, un impegno enorme di tutti i cubani, che Fidel continui a vincere anche dopo morto.
E il miglior modo di mantenerlo invitto è che la Rivoluzione avanzi, e assumere il suo legato come una cosa viva, in movimento, para arricchirlo e approfondirlo.
Mella diceva che siamo utili anche dopo morti.
Perchè Fidel rimanga utile  sarà necessari intendere le coordenate e le chiavi del suo pensiero e interpretarlo in forma creatrice, in accordo con le circostanze che ci corrisponde affrontare.
Per questo impegno necessiteremo che Fidel non divenga mai tra di noi un freddo reperto di museo o un oggetto di vuota adorazione, ma che continui al nostro fianco nelle nostre battaglie.
Deve continuare ad essere il compagno che ci stimola, che continua a convocarci come nella vigilia di Girón, a occupare i nostri posti di combattimenti nella difesa dell’opera di giustizia più bella mai conosciuta dall’umanità, con l’eterna convinzione della vittoria e che «morire per la Patria è vivere». ( GM/ Granma Int.)