ORGANO UFFICIALE DEL COMITATO CENTRALE DEL PARTITO COMUNISTA DI CUBA

(Dal Capitolo 7 del libro “Autobiografia a due voci)

 

MESSICO – L’ INCONTRO CON IL CHE - COMPLICITÀ INTELLETTUALE - PERSONALITÀ E VOLONTÀ - PREPARANDO LA GUERRIGLIA – L’ADDESTRAMENTO - IL GRANMA

Dopo due anni di carcere nell’Isola de Pinos, lei va in esilio in Messico, e quando giunge là incontra per la prima volta Ernesto Che Guevara. Mi piacerebbe sapere in che circostanze lo conobbe.

Fidel: “ A me piace parlare del Che, realmente. È noto il percorso del Che di quando studiava in Argentina; i suoi viaggi in motocicletta all’interno del suo paese, poi in vari paesi latinoamericani, Cile, Perù, Bolivia e altri luoghi. Non va dimenticato che inBolivia nel 1952 si formò dopo il colpo di stato militare del 1951, una forte movimento di operai e contadini che lottarono e che ebbe molta influenza.

È noto il percorso del Che poco prima della laurea in medicina con il suo amico Alberto Granado, quando visitarono distinti ospedali e terminarono in un lebbrosario vicino al Rio (fiume) delle Amazzoni.

Lui aveva visitato molti luoghi dell’America Latina, come le miniere di rame di Chuquicamata, in Cile, dove il lavoro era molto duro; aveva attraversato il deserto di Atacama e visitato le rovine di Machu Picchu in Perù, navigato nel lago Titicaca, conoscendo e interessandosi moto agli indigeni.

Era stato in Colombia e in Venezuela e provava molto interesse per tutti quei temi.

Dall’epoca in cui era studente s’interessava al marxismo e al leninismo. Poi, come si sa, si era trasferito in Guatemala, quando accaddero i fatti di Árbenz.

Il presidente Jacobo Árbenz stava facendo, in quel momento, riforme molto progressiste in Guatemala.

Sì. Là si stava sviluppando un processo importante di riforma agraria, che permise la distribuzione ai contadini di grandi piantagioni di banane, che venivano sfruttate dalle grandi multinazionali nordamericane.

I militari fecero un colpo di stato con l’appoggio degli Stati Uniti e quella riforma agraria fu frustrata rapidamente.

In quell’epoca parlare di riforma agraria era cosa da comunisti, era essere identificato in maniera automatica come un comunista.

In Guatemala ne avevano fatto una e, come dappertutto, i poderosi cominciarono ad opporsi. Anche i vicini del nord

e le loro istituzioni organizzarono immediatamente azioni controrivoluzionarie per rovesciare il presidente eletto,

Jacobo Árbenz, con una spedizione dalla frontiera e la complicità dei capi militari del vecchio esercito.

Quando il nostro movimento attacca la caserma Moncada il 26 luglio del 1953, un numero di compagni riesce a scappare dal paese. Antonio "Ñico" López e altri vanno in Guatemala. Che Guevara era già là soffrendo l’amara esperienza dell’abbattimento di Jacobo Árbenz, conosce i nostri compagni e con loro se ne va in Messico”.

Suo fratello Raúl lo ha conosciuto prima di lei?

Fidel: “Sì, perchè Raúl fu uno dei primi a partire da Cuba per il Messico. Lo stavano già accusando di mettere bombe e io stesso gli avevo detto che doveva partire. L’idea d’organizzare dal Messico il ritorno armato l’avevamo concepita nella prigione. Era una tradizione in Cuba. Raúl va in Messico e là conosce il Che per mezzo dei nostri compagni che stavano già là. Veramente non era ancora il Che, era Ernesto Guevara, ma siccome gli argentini chiamano la gente, Che!, i cubani cominciarono a dirgli Che!, e così è diventato famoso.

Io ritardai un poco la mia partenza perchè non ero in imminente pericolo, ma non potevo continuare l’agitazione in Cuba e giunse il momento che dovetti partire per il Messico. Tra le altre cose si doveva preparare rapidamente il ritorno. Nelle settimane successive all’uscita dalla prigione avevamo svolto un’intensa campagna di divulgazione delle idee e della formazione delle coscienze e avevamo strutturato la nostra stessa organizzazione rivoluzionaria, il Movimento 26 di Luglio, dimostrando l’impossibilità di proseguire la lotta per vie pacifiche e legali”.

Il Che simpatizzava già con le sue idee?

Fidel: “Lui era già marxista. Anche se non militava in nessun partito, in quell’epoca era un marxista convinto.

Là in Messico, era in contatto con Ñico López, uno dei dirigenti del Movimento, buon compagno, modesto, del Partito Ortodosso, molto radicale e valoroso, al quale io avevo parlato molto di marxismo, ed era già convinto. Aveva partecipato all’attacco alla caserma di Bayamo.

La coincidenza di idee fu uno dei fattori che incise di più nella mia affinità con il Che”.

Lei si accorge quando lo conosce per la prima volta che il Che è differente?

Fidel: “Lui attirava la simpatia della gente. Era di quelle persone a cui tutti vogliono bene immediatamente per la sua spontaneità, la sua semplicità, la sua disponibilità e le sue virtù. Era medico e lavorava in un Centro dell’Istituto della Previdenza facendo delle investigazioni, non so se su problemi cardiaci o allergie, perchè lui era allergico”.

Era asmatico.

Fidel: “Era simpatico al nostro gruppetto là in Messico. Raúl aveva già fatto amicizia con lui. Aveva 27 anni.

Lui stesso ha raccontato che il nostro incontro era avvenuto una notte di luglio del 1955 in calle Emparan,nella capitale del Messico, nella casa di una cubana, Maria Antonia González. Non c’era niente di strano nella sua simpatia, dato che aveva viaggiato per tutta l’America del sud, aveva vissuto i fatti del Guatemala ed era stato testimone dell’intervento nordamericano e sapeva della lotta a Cuba, sapeva come pensavamo.

Giungemmo là, conversai con lui e si unì al nostro gruppo.

Lui sapeva che nel nostro movimento c’erano anche dei piccolo borghesi; che andavamo a fare una Rivoluzione di liberazione nazionale, una Rivoluzione antimperialista e che non s’intravedeva ancora una rivoluzione socialista, ma tutto questo non fu un ostacolo e lui si sommò rapido e si arruolò immediatamente.

Che si unisce a noi nell’avventura.

Una sola cosa mi disse: "La sola cosa che desidero è che dopo il trionfo della Rivoluzione a Cuba, voi, per ragioni di Stato, non mi proibiate d’andare in Argentina a lottare per la Rivoluzione”.

Nel suo paese?

Fidel”: Sí, nel suo paese. Così mi disse. Noi già praticavamo un’incipiente ma forte politica internazionalista. Cos’erano altrimenti la nostra posizione verso Bogotà, la lotta contro Trujillo, la difesa dell’indipendenza di Puerto Rico, la restituzione del Canale a Panama, i diritti dell’Argentina sulle Malvine e l’indipendenza delle colonie europee nei Caraibi? Non eravamo dei semplici apprendisti. Il Che aveva completa fiducia in noi. Io gli dissi – D’accordo - e non ci fu la necessità di parlare di quello mai più!”

Lui cominciò ad addestrarsi militarmente con voi?

Fidel: “Partecipava a un corso di tattica impartito da un generale spagnolo, Alberto Bayo, nato in Camagüey, a Cuba, nel 1892, prima dell’indipendenza. Negli anni ‘20 aveva lottato in Marocco, nell’Esercito dell’Aria e poi come ufficiale repubblicano aveva combattuto nella Guerra Civile Spagnola. Quindi era andato in esilio in Messico. Il Che partecipava a tutte quelle lezioni di tattica.

Bayo diceva che era il suo miglior alunno.

I due giocavano a scacchi e là nell’accampamento dove restammo mesi prima dell’arresto, giocavano tutte le notti.

Bayo ci insegnava come deve attuare una guerriglia per rompere un accerchiamento, partendo dall’esperienza di tutte le volte che i guerriglieri marocchini di Abdelkrim, nella guerra del Rif, avevano rotto gli accerchiamenti degli spagnoli. Lui non elaborava una strategia e non immaginava nemmeno che una guerriglia si potesse trasformare in un esercito e che quell’esercito potesse sconfiggerne un altro, mentre quella era la nostra idea essenziale”.

Era quello che voi volevate realizzare?

Fidel : “Quando parlo di esercito, parlo di sviluppare una forza in grado di sconfiggere un altro esercito. Era la nostra idea essenziale quando partimmo per il Messico. Le prodezze della nostra piccola forza nei mesi iniziali della lotta sulla Sierra Maestra rafforzarono quell’idea”.

La sua idea era trasformare una guerriglia in esercito e sferrare una forma di guerra di nuovo tipo?

Fidel: “Ci sono due tipi di guerra: una guerra irregolare e una guerra regolare convenzionale. Noi avevamo elaborato una formula per affrontare l’esercito di Batista, che disponeva di aerei, carri armati,cannoni e comunicazioni. Noi non avevamo nè denaro nè armi.

Dovemmo cercare la forma di sconfiggere la tirannia e fare la Rivoluzione a Cuba. Il successo ha coronato la nostra idea. Non voglio dire che furono tutti i meriti e l’azzardo ha avuto un ruolo importante.

Uno può commettere errori o può fare le cose perfettamente, ma ci sono sempre altre cose che non si possono prevedere, come morire o vivere per una semplice questione di dettagli, per aver ricevuto o meno un’informazione opportuna. Ricordi il dolore con cui le ho parlato dei fattori casuali che determinarono la frustrazione dei nostri piani di prendere la caserma Moncada, dopo tanto sforzo organizzativo. Parleremo anche della sorpresa tonta di cui fummo vittime nello sbarco del Granma. Quante vite preziose si potevano salvare in uno e nell’altro caso?

In Messico, con Bayo si addestrarono numerosi compagni. Io avevo la responsabilità dell’organizzazione e dell’acquisto delle armi e preparavo il personale nei campi di tiro. Mi dovevo muovere molto ed era molto difficile per me partecipare ai corsi di Bayo”.

Il Che seguiva i corsi assiduamente?

Fidel: “Sì: i corsi teorici, le pratiche di tiro ed era un eccellente tiratore. Là in Messico ci addestravamo a sparare in un campo vicino alla città che era di proprietà di un vecchio compagno di Pancho Villa, e lo avevamo in affitto. Allo sbarco disponevamo di 55 fucili con mirino telescopico.

Ci addestravamo con questi fucili, sparando a bersagli in movimenti lanciati a 200 metri dal tiratore. Potevamo rompere un piatto a 600 metri. La nostra gente tirava molto bene. Mettevamo un uomo a 200 metri e al suo fianco una bottiglia. Puntavamo con il mirino telescopico che offre una grande precisione. Sparavamo centinaia di colpi.

Uno dei volontari era Il Coreano. Ponevamo una bottiglia a un piede di distanza; io sparai alla bottiglia molte volte e mai la pallottola colpi lo spazio tra la persona e la bottiglia. Avevo il fucile ben appoggiato ovviamente. Non lo si può fare nell’aria, perchè per la più lieve variante rischi di colpire il compagno. Questa pratica ci diede una grande fiducia in quel che si poteva fare con quelle armi”.

Il Che non aveva esperienze militari di sorta quando giunse lì?

Fidel: “No, nessuna, non ne aveva”.

Imparò lì quindi?

Fidel: “Studiava e praticava sì, ma lui era con noi come medico della truppa; si dimostrò un buon medico e curava tutti i compagni. Posso parlare d’una qualità che lo distingueva, una di quelle che io apprezzavo di più tra le molte che avevo osservato in lui.

Vicino alla capitale messicana si trova un vulcano, il Po-pocatépetl, e lui tutti i fine settimana cercava di scalarlo. Preparava il suo equipaggiamento - la montagna è alta più di 5.000 metri, con neve perenne e iniziava la salita, faceva un enorme sforzo e non giungeva mai alla cima.

L’asma ostacolava il suo tentativo. La settimana seguente tentava di nuovo di raggiungere la cima del "Popo" —come lo chiamava — e non ci riusciva. Non riuscì mai a raggiungere la cima del Popocatépetl. Ma continuava

a farlo, e avrebbe passato la vita cercando di scalare sino alla cima il Popocatépetl. Realizzava uno sforzo eroico, anche se non scalò mai quella montagna sino alla cima. In questo si può apprezzare il suo carattere. Questo rende l’idea della sua forza spirituale e della sua costanza”.

Una gran volontà...

Fidel: “Quando eravamo ancora un gruppo molto ridotto, ogni volta che era necessario un volontario per un compito, il primo ad offrirsi era sempre il Che.

Un’altra sua caratteristica, senza dubbio, era quella previsione profetica che aveva dimostrato, chiedendomi che non gli si proibisse per ragioni di Stato, d’andare dopo nella sua terra natale a lottare per la Rivoluzione”.

Che voleva andare in Argentina?

Fidel: “Sí. E dopo, nella nostra guerra, dovetti fare uno sforzo per preservarlo, perchè se gli avessi permesso di fare tutto quello che pensava, non sarebbe sopravvissuto.

Sin dai primi momenti si fece notare. Ogni volta che mancava un volontario per una missione difficile, per fare una sorpresa, recuperare delle armi riscattandole prima che il nemico le prendesse, il primo volontario era il Che”.

Era volontario per realizzare le missioni più pericolose?

Fidel: “Era il primo volontario per qualsiasi missione difficile; dimostrava una straordinaria audacia, un assoluto disprezzo del pericolo e inoltre a volte proponeva di fare cose molto difficili e rischiose e io gli dicevo: No".

Perchè correva troppi rischi?

Fidel: “Guardi, lei manda un uomo in una prima imboscata, poi una seconda e poi una terza, la quarta, la quinta o la sesta, ed è come fare a testa o croce: in un combattimento molto vicino e a livello di squadra o di plotone, si muore come muoiono quelli che praticano l’avventura della roulette russa”.

Non dava problema il fatto che non fosse cubano?

Fidel:”Sì, in Messico gli avevamo dato la responsabilità di un accampamento, ma ci furono alcuni che si resero conto che era argentino e si lamentarono, ricevendo una mia sfuriata. Non faccio nomi adesso, perchè dopo tutto andò bene. Anche là nell’accampamento in Messico. Qui nella guerra era il medico, ma per il suo coraggio e le sue condizioni lo nominammo capo di una colonna e lui si fece notare per le sue grandi qualità. Nessuno si permise una critica”.

Umane, politiche, militari?

Fidel: “Umane e politiche. Come uomo, come essere umano straordinario. Era, inoltre, una persona di cultura elevata e di grande intelligenza. E aveva anche qualità militari. Il Che fu un medico che si trasformò in soldato senza smettere d’essere medico nemmeno un minuto.

Combattemmo insieme in molte occasioni. Io riunivo a volte le truppe delle due colonne e facevamo un operativo di maggiore o minore complessità, con le imboscate e i prevedibili movimenti delle forze nemiche.

Noi rivoluzionari apprendemmo lottando l’arte della guerra e scoprimmo che il nemico era forte nelle sue posizioni e debole nei suoi movimenti. Un colonna di 300 uomini ha la forza di una o due squadre, quelle che vanno all’avanguardia; gli altri non sparano nei combattimenti o realizzano solo spari in aria per fare rumore, perchè non vedono e non possono vedere coloro che stanno sparando sulla loro avanguardia.

Quello che usammo fu un principio elementare; attaccare il nemico quando era più debole e vulnerabile. Se attaccavano le sue posizioni, perdevamo uomini, usavamo troppe pallottole e non sempre conquistavamo l’obiettivo. Il nemico, in cambio, era trincerato e combatteva con maggiori informazioni e sicurezza Sviluppammo le tattiche. Non parlerò di questo, ma apprendemmo a combattere contro un avversario forte e la Colonna 1 fu il nostro apprendistato”.

Un giorno, mentre vi stavate addestrando in Messico, vi arrestano. Lei si ricorda quei fatti?

Fidel:“Sì. Questo ha la sua storia. Ci arrestarono.

Io fui detenuto quasi casualmente. La polizia messicana scoprì solo un foglietto qui o là con qualche indirizzo o telefono nelle tasche degli arrestati, perchè nessuno diede la minima informazione.

Fummo fortunati: era la Polizia Federale di Sicurezza che ci aveva arrestato e non la Polizia Segreta. La dirigeva un ufficiale dell’esercito. Inizialmente pensarono che eravamo contrabbandieri e o qualcosa di simile, perchè ci sospettavano per determinate misure di protezione contro piani di sequestro da parte degli agenti di Batista.

I nostri movimenti apparivano strani. Miracolosamente non ci uccisero nell’incidente che poi accadde.

Batista aveva influenza e appoggio tra la Polizia Segreta che pagava, ed esistevano dei piani per sequestraci in Messico. Noi eravamo obbliga¡ti a prendere le nostre misure e un giorno, nel tardo pomeriggio, mentre ci trasferivamo da una casa a un’altra in una situazione rischiosa, vari agenti della Polizia Federale che stavano guardando i nostri movimenti decisero d’arrestarci. Si mossero con abilità. Io stavo camminando a piedi, dato che avevo osservato uno strano movimento di macchine, e vedo a 30 o 4 metri dietro a me Ramirito che camminava sul marciapiede sinistro.

Avanzo sullo stesso marciapiede sino al prossimo angolo. Era una zona con poche case, ma lì c’era un edificio in costruzione. Improvvisamente, giungendo nella stessa strada, una macchina frena di colpo vicino all’angolo e scende un gruppo di uomini. Mi getto dietro una colonna della costruzione e cerco di afferrare la pistola automatica spagnola a 25 colpi. In quell’istante qualcuno mi colloca con forza la canna di una pistola alla nuca. Era un uomo della Polizia Federale. Avevano catturato Ramiro e per noi cominciava una lunga odissea in Messico.

Cos’era accaduto? Quando io credevo d’avere Ramirito e Universo Sánchez come retroguardia, in realtà loro erano già stati catturati e nell’istante in cui io mi stavo per difendere, m’immobilizzarono da dietro. Se sparavo un colpo si può immaginare quanti secondi potevo sopravvivere! In quello stesso momento in cui cercavo d’afferrare l’arma, mi arrestarono. Credevano d’aver arrestato dei contrabbandieri o qualcosa di simile. In quei tempi quasi non esisteva il problema della droga e l’attenzione delle autorità andava soprattutto al contrabbando. Ci portarono negli uffici centrali. Quello che ci sollevò è che cominciarono subito a parlare con noi. Era gente dura e con un atteggiamento abbastanza energico. Furono realmente abili nell’azione della cattura e nelle investigazione, perchè con un foglietto qualsiasi seguivano minuziosamente il filo.

Mi angosciai molto perchè mi ricordai che Cándido González - uno dei compagni che mi accompagnava sempre - mi aveva messo nella tasca il numero di telefono della casa dove tenevamo un lotto delle nostre armi migliori. Un telefono che solo io e un altro compagno conoscevamo.

Io mi ero dimenticato di quel foglietto. Per fortuna gli agenti che seguivano le piste non gli fecero caso più di tanto. Sarebbe stato il colpo più forte, ma comunque ci sequestrarono una buona quantità di armi, seguendo altre piste. Uno poteva valutare però che più ci conoscevano, più ci rispettavano”.

Il Che non era con lei in quel momento. Quando lo arrestarono?

Fidel: “No. Il Che lo arrestarono in quell’accampamento dove si addestravano, nella fattoria Santa Rosa, a Chalco, situata ai limiti della città.

Gli agenti cercavano quel luogo, avevano indizi e s’impegnarono a trovarlo. Un giorno il capo mi dice – Sappiamo già dov’è il punto dell’addestramento- era come un gioco o una sfida. Ci misero un certo tempo cercando e non so come giunsero ad una pista reale; ci fu la versione di qualcuno che aveva detto che a Chalco c’era un movimento di cubani. Mi dissero il luogo esatto dov’era il campo. Io sapevo che c’erano almeno 20 compagni e che c’erano anche le armi. Di fronte al carattere preciso delle informazione dissi al capo della Polizia Federale: ‘Voglio chiederle una cosa. Mi permetta d’andare con lei per evitare uno scontro’. Lui fu d’accordo. Andammo e giungemmo là: io chiesi a quelli della Federale che mi lasciassero solo ed entrai dal portone e mi affacciai. I compagni, vedendomi, manifestarono molta allegria perchè credevano che mi avessero liberato. Io dissi che no, state buoni e non muovetevi e spiegai quello che stava accadendo.

È là dove arrestarono il Che. Alcuni che erano fuori dalla casa, occupati in altre cose, si salvarono dall’arresto.

Bayo fu uno di quelli. Non lo arrestarono perchè non era là. Come dato curioso le racconto alcune settimane prima aveva digiunato per 20 giorni per provare l’esercizio della volontà. Era spartano. Aveva guidato durante la guerra civile spagnola una spedizione alle Baleari, ma non aveva potuto liberarle dai franchismi.

Bayo sempre, dopo ogni avventura di lotta armata e il suo immancabile fallimento, scriveva un libro e stava già scrivendone uno mentre eravamo detenuti. La mia frustrata spedizione a Cuba.

Fu genio e gran personalità quello spagnolo nato a Cuba e vissuto nelle Canarie”.

Lui non lo arrestarono?

Fidel: “No. Bayo non fu arrestato. Lui non era là in quel momento, ma sequestrarono varie decine di armi, quelle che tenevamo al campo e che i compagni usavano per addestrarsi, che non erano certo le più sofisticate e nemmeno le più precise. Quei fucili non avevano mirino telescopico. Nella fattoria si producevano latte e formaggio di capra con l’amministrazione di alcuni vicini amici e quella era la facciata che occultava il centro d’addestramento.

Ma la polizia investigando accuratamente, come ho spiegato, aveva scoperto degli indizi e quindi il luogo.

Lì arrestarono il Che”.

Eravate insieme nella prigione?

Fidel : “Sì, siamo stati insieme quasi due mesi nella prigione. Quando ci diede dei problemi?

Quando lo interrogarono e gli chiesero ‘Lei è comunista ?’, e lui, ‘Sì, sono comunista, rispose e i giornali, lì in Messico scrissero che si trattava di comunisti che stavano cospirando per ‘liquidare la democrazia’ nel continente e un mucchio di altre cose.

Il Che lo portarono davanti a un giudice e mentre lo stavano interrogando si mise persino a discutere del culto della personalità e della critica a Stalin. Immagini il Che coinvolto in un discussione concettuale con la polizia, il giudice e le autorità dell’immigrazione sugli errori di Stalin. Questo accadeva nel luglio del 1956 e nel febbraio dello stesso anno c’era stata la critica di Jruschov a Stalin. Si accoglieva ovviamente la versione ufficiale del Congresso del Partito sovietico. Che disse: ‘Sì, hanno commesso errori in questo e quest’altro’ difendendo la sua teoria e le sue idee comuniste. Figuratevi! Lui che era argentino, in quel momento correva maggiori rischi. Credo sinceramente che in una situazione come quella in cui tutto il progetto poteva fallire, la cosa più conveniente era disinformare il nemico. Però non si poteva rimproverare il Che, fortemente influenzato dall’epica della letteratura comunista per quell’errore tattico che non gli impedì di viaggiare con noi a Cuba. Praticamente gli ultimi due ad uscire di prigione fummo proprio lui ed io. Credo che io uscii alcuni giorni prima. Nella faccenda dei cubani intervenne Lázaro Cárdenas, e la preoccupazione che dimostrò contribuì molto alla nostra liberazione. Il suo nome era venerato dal popolo e la sua autorità morale era capace di aprire le porte di quella prigione.

Si dice che il Che aveva piuttosto simpatie trotskiste. Lei lo aveva percepito allora?

No, no. Mi lasci dire com’èra realmente il Che. Lui aveva già, come ho detto, una cultura politica. Aveva letto, naturalmente, un buon numero di libri sulle teorie di Marx, di Engels e di Lenin. Era marxista. Non l’ho mai sentito parlare di Trotski. Lui difendeva Marx, difendeva Lenin, e criticava Stalin. D’accordo, allora criticava il culto alla personalità, gli errori di Stalin; ma non l’ho mai sentito parlare realmente di Trotski. Lui era leninista, e, in una certa forma riconosceva anche alcuni meriti di Stalin.

Cioè l’industrializzazione e alcune altre cose.

Intimamente io ero più critico verso Stalin per alcuni dei suoi errori. Era sua la responsabilità, a mio giudizio, della invasione del paese, avvenuta nel 1941 da parte della poderosa macchina da guerra di Hitler, senza che le forze sovietiche avessero ricevuto l’ordine d’allarme di combattimento.

Stalin inoltre commise altri gravi errori: è noto il suo abuso del potere con altre arbitrarietà. Ebbe anche dei meriti, però. L’industrializzazione della URSS e il trasferimento e lo sviluppo dell’industria militare in Siberia furono fattori decisivi in quella lotta del mondo contro il nazismo.

Io, quando lo analizzo, valuto i suoi meriti e anche i suoi grande errori e uno fu quando purgò l’Esercito Rosso in virtù di un intrigo dei nazisti, azione che debilitò militarmente la URSS, poco prima della zampata fascista”.

Lui stesso si disarmò.

Fidel : “Si disarmò, si debilitò, e firmò quel nefasto patto tedesco-sovietico Ribbentrop-Molotov e altri. Ho già parlato di questo e non aggiungerò altro”.