ORGANO UFFICIALE DEL COMITATO CENTRALE DEL PARTITO COMUNISTA DI CUBA

Da diversi giorni la cullo e le custodisco il sonno, da quando mani amorose l’hanno inviata con la posta elettronica…

La storia, nuda nella sua innocenza, atterrisce. Non so come si chiama, che età ha, in che città è stata scattata la foto e nemmeno chi l’ha scattata o chi ha scritto il breve testo che l’accompagna. C’è lei, una bambina irachena orfana di padre e madre e anche di fratelli, cugini, zii e nonni. Sul pavimento di un orfanatrofio, con un pezzetto di gesso, ha disegnato la figura di sua mamma.

Poi con molta cura si è levata le scarpe come quando si visita un luogo sacro ed è entrata nel corpo assente, per accucciarsi e forse dormire nel ventre nutrice, nel ventre protettore, al riparo delle bombe e dei crolli, dei saccheggi, le violazioni, le mutilazioni, al riparo di tutti gli orrori della guerra. E da lì sembra che voglia non solo dormire, ma restare per l’eternità.

Era il 1996 e ricordo, parola per parola una brutale dichiarazione detta con totale disprezzo dall’allora ambasciatrice statunitense presso la ONU, Madeleine Albright: “È una scelta difficile, ma crediamo che valga la pena pagare questo prezzo” e si riferiva alla morte di mezzo milione di bambini iracheni, vittime del blocco genocida decretato dal suo paese all’Iraq.

In questi anni il professor Magne Raundalen, del Centre for Crisis Studies, a Bergen, Norvegia ha segnalato : Si tratta della popolazione infantile più traumatizzata della terra ed ha puntualizzato. L’inquinamento dell’aria, dell’acqua e il cibo provocato in maniera praticamente indefinita, condanna le generazioni future di coloro che non sono nati, dei neonatai e dei bambini che stanno crescendo in Iraq e nella regione, un legato avvelenato di cancri e deformità per generazioni. Un crimine di guerra senza paragoni nella storia. Poi c’è stata l’invasione con bombardamenti selvaggi e il martirologio, tra gli altri, a Faluya decimata dall’ uranio impoverito che mostrava al mondo la nascita di bambini mostri …

I bambini e la guerra, quella totale decisa dall’impero assecondato dai suoi seguaci europei in 60 e più oscuri angoli del mondo.

Una notizia di questi giorni è stata che il detto Stato Islamico ha sequestrato 127 bambini iracheni per unirli alle sue forze.

Poi, nei titoli, la foto del bambino siriano affogato in una spiaggia della Turchia, fatto che ha meritato il seguente commento del molto inglese Peter Bucklitsch, deputato del partito eurofobo UKIP: “Il bambino della Siria era ben vestito e ben nutrito. È morto perchè i genitori desideravano una vita migliore in Europa. Sono i prezzi di chi vuole emigrare”. Due giorni prima aveva scritto: “Migliaia di palestinesi piangono la morte della madre del neonato assassinato, morta dopo più di un mese in stato grave per le ustioni provocate nell’aggressione.”

L’orrore non finisce mai, non dà tregua. Immagini che si sommano nello schermo, nelle copertine delle riviste e nei titoli dei giornali e che ci parlano di un mondo che non solo gira al rovescio, direbbe Eduardo Galeano, ma di una crudeltà senza limite, difficile persino da immaginare.

Il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia ha dichiarato il 2014 come un anno devastante per l’infanzia, con 15 milioni di bambini coinvolti nei conflitti armati. Presentando il bilancio degli ultimi 12 mesi, il direttore esecutivo di UNICEF, Anthony Lake, ha assicurato che mai nella storia recente tanti bambini erano stati esposti a tanta brutalità. Migliaia di bambini sono stati assassinati mentre dormivano o studiavano, sono rimasti orfani, sono stati sequestrati, torturati, reclutati, violati e anche venduti come schiavi.

In totale UNICEF calcola che 230 milioni di bambini vivono in paesi e in aree colpite da conflitti armati.

Intanto l’Europa, che non è solidale e che ha dimenticato i suoi vecchi - e non tanto vecchi - crimini in Africa, Asia e Medio Oriente, un’Europa in totale decadenza, costruisce muraglie e sbarramenti, muri e muri e come una rispettabile dama oltraggiata si rigira per il ribrezzo e cerca in ogni modo di togliersi di dosso le migliaia e migliaia di “schifosi” che la molestano…

Usando le parole come “danni collaterali”, “austerità” e tante altre, la stampa capitalista e mercenaria parla di crisi migratoria e non di esodo dello sbandamento di popolazioni intere che fuggono dalla guerra, dalle bombe e dalla morte incapsulata. E che dire dei Centri detti d’Accoglienza degli Stranieri – CIES- nel più puro stile della concentrazione, disseminati nella bella e colta Europa?

In un articolo pubblicato di recente in Rebelión, Alejandra Loucau scrive che alcuni mesi fa c’è stato un grande dibattito attorno a una proposta del governo tedesco sul riutilizzo in alcune città di vecchi campi di concentramento dell’epoca del nazismo, cioè delle infrastrutture, per accogliere gli immigranti appena giunti nel paese.

Condivido, dice l’autrice, parte della cinica dichiarazione della presidentessa tedesca Angela Merkel che ha esclamato sorpresa alle reazioni sul tema: “Non è possibile che tutti gli edifici continuino ad essere tabù 70 anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Vale la pena aggiungere anche una sola parola?

Voglio terminare con questa breve e bella poesia di Virgilio López Lemus, scritta sotto la dolorosa emozione provocata dalla foto della bambina nell’orfanatrofio.

BAMBINA IRACHENA

La bomba è caduta sul pavimento,
la madre sta sul pavimento,
disegnata sul pavimento.

La bambina dorme sognando,
sveglia continua a sognare
la bomba è sul pavimento.

La bambina cerca nel suolo
la stella viva del suolo,
la madre è sul pavimento.
La bomba, la madre e il sogno. (Traduzione Gioia Minuti)