ORGANO UFFICIALE DEL COMITATO CENTRALE DEL PARTITO COMUNISTA DI CUBA

La sua famiglia era spagnola. Nacque a Madrid e venne a Cuba a due anni. Sua madre si chiamava Angelina de Juan.

Suo padre, Gustavo Laffita, era ingegnere, di idee socialiste, e fu assassinato dalle orde del dittatore Gerardo Machado, nella città di Cienfuegos.

Quella bambina divenne una scrittrice feconda, fu fondatrice e Membro Emerito dell'UNEAC (Unione Artisti Cubani), combattente nella clandestinità e Internazionalista di Prima Classe.

Fu tra i fondatori del Partito Comunista di Cuba. La pratica delle sue idee solidali la collocano tra le "Cittadine del Mondo".

Martiana e marxista, rischiò la vita più di una volta per salvare la vita di altri. Di lei non si può dire tutto in una pagina, e nemmeno in due. Quelli che la conobbero da giovane, parlano del suo essere ribelle, della sua partecipazione alla lotta clandestina e della sua magistrale influenza nell'incorporare le donne nella Milizia Universitaria e nella Rivoluzione in tutti i suoi fronti.

Nella sua casa si recò due volte il Comandante Ernesto Guevara, ma vi andarono anche Roque Dalton, Miguel Ángel Asturias, Carlos Fonseca, Haydee Tamara Bunke, Fabricio Ojeda e altre importanti personalità della storia e della cultura. La conobbi quando davanti ai suoi occhi passavano solo immagini opache. Era quasi cieca, ma vedeva con il cuore e riconosceva a distanza la presenza dei compagni e delle compagne che le facevano visita. Sollecitava la visita di coloro che le donavano amore. Parlava di qualunque argomento attuale o del passato perché si teneva informata sugli avvenimenti nazionali e internazionali. Era energica e allegra. L'entusiasmo e il desiderio di servire, di essere utile, le faceva dimenticare i suoi mali. Contagiava gli altri con il suo desiderio di trasmettere conoscenza, di rendere perpetuo l'esempio degli Eroi e le imprese di altri tempi, che furono suoi. Non smise mai di essere insegnante: maestra. Era una madre attenta e una moglie piena d’abnegazione, e le piaceva farlo sapere nelle narrazioni della sua vita politica e delle lotte rivoluzionarie.

Aveva sempre presente suo marito, il combattente internazionalista Pedro Vizcaíno Urquiaga, membro di "La Giovane Cuba", insieme ad Antonio Guiteras. Lei diceva che continuava a essere come una fidanzata che ogni sera resta in attesa. Nella sua casa restavano come prima, come sempre, il suo piano, i suoi libri, la sua sedia a dondolo, e una foto della ragazza con gli occhi azzurri innamorata di lui e della vita. Andammo a casa sua, Froilán e io, per conversare su Julio Antonio Mella e sull'esecuzione di José Magriñat; ma scoprimmo che lei era la storia vivente: l'unica cubana ancora in vita che aveva partecipato alla Guerra Civile Spagnola, combattente del V Reggimento, membro del Soccorso Rosso Internazionale.

Lei, l'unica cubana, amica e compagna dell'italiana internazionalista Tina Modotti. Quel giorno ci parlò ampiamente di Julio e Tina, con informazioni inedite.

Da allora avemmo l'onore di ricevere il suo affetto e la sua amorevolezza, che furono reciproci. Conoscemmo i suoi ex alunni dell'Università dell'Avana e decidemmo tutti insieme, accordandoci segretamente con suo figlio, anche lui combattente nella lotta clandestina, Roberto Vizcaíno, di farle una serenata il giorno del suo compleanno.

Quella notte c'erano i mariachis cubani che cantarono sotto la sua finestra.

C'era l'abitudine di riunirsi in quella data, e partecipavano anche i suoi compagni dell'Associazione dei Combattenti. Innumerevoli volte cantammo insieme a lei l'inno dei "Manicatos" e "Quiéreme mucho" di Gonzalo Roig. Ricordava molto bene i testi delle canzoni. Acconsentiva sempre alle interviste e agli incontri con gli universitari.

María Luisa fu una "Cubana Leggendaria" per quegli uomini e quelle donne progressisti che, arrivati dalla Spagna o dall'Italia e dagli Stati uniti, sapevano della sua esistenza. Tutti chiedevano di andare a salutarla. L'ultima e duratura lezione, la ricevemmo il giorno in cui, invitati dall'Associazione dei Combattenti di Centro Habana, festeggiammo con lei i suoi 94 anni. Qualcuno doveva pronunciare il discorso sulla sua vita. C'erano indecisioni sul fatto che dovesse farlo uno dei suoi ex alunni o un'altra delle persone presenti. Lei, tranquilla, sembrava che rimanesse in attesa, ma ascoltava attentamente. Ci fu un momento di silenzio, poi, con sorpresa di tutti, alzò la sua voce tremula ma ben impostata e incominciò a cantare "Abelachao" ("Bella ciao"), canzone di combattimento e di attestazione.

La seguimmo in coro. La sua volontà testamentaria era nel testo. Sono comunista, tutta la vita (Oh bella ciao). Sono comunista tutta la vita e comunista devo morire, e comunista devo morire. E se io muoio in combattimento (Oh bella ciao). E se io muoio in combattimento prendi nelle tue mani il mio fucile.