ORGANO UFFICIALE DEL COMITATO CENTRALE DEL PARTITO COMUNISTA DI CUBA
Patricia Villegas durante il dialogo con Miguel Díaz-Canel Bermúdez, Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri della Repubblica di Cuba. Photo: Rolando Segura.

Patricia Villegas.- Dal Palazzo della Rivoluzione in città de l’Avana in Cuba, salutiamo il Presidente di questo paese.
Molte grazie, Presidente Miguel Díaz-Canel, per aver accettato questo invito di  Telesur. Siamo in simultanea in Telesur, in spagnolo e in Telesur in inglese.
Lei realizza esercizio del governo da quattro mesi. Come definisce questi mesi? Cos’hanno significato per lei?
Miguel M. Díaz-Canel.- Patricia, prima di tutto un saluto a Telesur, agli spettatori di  Telesur, canale che svolge un ruolo tanto importante nella generazione di contenuti esaltanti che Nuestra America necessita. Credo che siano stati mesi di molta esperienza e anche mesi che hanno provocato molta riflessione.  
Dopo il termine dell’Assemblea di Costituzione della Nona Legislatura dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, nella quale è stato pronunciato un discorso programmatico da parte del Generale d’Esercito Raúl Castro Ruz, Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito, abbiamo cominciato a studiare e a riflettere sulle direttive che questo discorso indicava ed abbiamo realizzato un esercizio collettivo nel Comitato Esecutivo del Consiglio dei Ministri e poi con tutto il Consiglio dei Ministri, per vedere come avremmo lo portato al lavoro del governo, ed abbiamo tratto varie conclusioni che sono quelle che cerchiamo d’implementare.
Prima di tutto, rispondere a questo concetto che sia un governo del popolo, per il popolo, che è lo stesso d’essere un governo per la Rivoluzione, e abbiamo pianificato quattro elementi fondamentali nei quadri e li abbiamo condivisi con i quadri stessi: uno è che oltre all’esempio i quadri devono avere la capacità e l’atteggiamento di rendere contro della loro gestione in differenti istanze del governo e soprattutto di fronte al popolo.
Un secondo elemento ha a che vedere con il vincolo, il dibattito e il dialogo permanente con la popolazione e che si stia dove appaiono i temi più complessi, nei luoghi dove ci sono più complicazioni.
Un terzo elemento è che i quadri, i dirigenti in Cuba, siano capaci d’usare come un’arma fondamentale, come uno strumento di lavoro la comunicazione sociale.
Patricia Villegas.- Ci sarà un cambio trascendentale nella Rivoluzione?
Miguel M. Díaz-Canel.- Ora stiamo nel mezzo di un’implementazione della politica di comunicazione sociale approvata e credo che si attualizzerà tutto il nostro sistema di media, ma anche, più che i media o solo il giornalismo, la cultura della comunicazione che il nostro paese necessita.
Patricia Villegas.- L’offerta della comunicazione in generale?
Miguel M. Díaz-Canel.- L’offerta della comunicazione nell’interattività tra il popolo e il governo, attraverso i media di comunicazione delle reti sociali.
Aspiriamo a poter dichiarare una prima tappa di presenza nel governo elettronico del paese, che si basa abbondantemente su tutte le piattaforme digitali che dal governo permettono l’interattività con la popolazione e quindi la partecipazione della popolazione attraverso queste piattaforme, quando si  prendono le decisioni.
Patricia Villegas.- La popolazione in molti momenti è stata super critica con la Rivoluzione nella sua forma di comunicare. Questo cambierà? Questo si trasformerà?
Miguel M. Díaz-Canel.-  Io credo che prima di tutto la stampa cubana, nelle condizioni in cui ha dovuto affrontare gli impegni della comunicazione della Rivoluzione, è stata una stampa che ha difeso la Rivolzione con molta professionalità e direi con efficienza. Abbiamo però avuto manifestazioni forse di troppa apologia in occasioni; in altre occasioni non siamo stati capaci di riflettere  alcuni temi dell’agenda pubblica. Ossia, credo che dobbiamo tuttavia far coincidere l’agenda pubblica con l’agenda mediatica.  
Ma è importante tutto il ruolo in materia di generazione dei contenuti. Oggi nel mondo  prevalgono contenuti che smobilitano, perversi, delle piattaforme di restauro coloniale che cercano d’imporci. E io dico sempre: se abbiamo un pubblico fondamentalmente giovane i cui codici di comunicazione non sono i media di comunicazione tradizionali, ma sono le reti sociali, e queste reti sociali sono piene di contenuti che tergiversano la realtà dei nostri popoli, che travisano anche l’identità e la cultura dei nostri popoli, è necessario essere capaci dalle nostre piattaforme di comunicazione d’inondare con i contenuti esaltanti dei nostri popoli.
Patricia Villegas.- È una sua preoccupazione la comunicazione con i settori più giovani della società cubana? In qualche maniera lei sente che non sono…?
Miguel M. Díaz-Canel.- Credo che sia una necessità della Rivoluzione. Fidel è stato portabandiera di questo. Fidel andava nelle università quando voleva discutere qualche problema. Sono famosi gli incontri in Piazza Cadenas nell’ Università de L’Avana, nei primi anni della Rivoluzione.
Per me è stata una necessità, da quando ero dirigente della gioventù, da quando fui nominato segretario del Partito in due province e quando ero impegnato come ministro d’Educazione Superiore, questo andare dai giovani che sempre ti apportano tanto, ti rinfrescano tanto, e conoscere le loro aspirazioni e anche la loro disposizione a partecipare e proporre.
Quindi questa comunicazione è un terzo elemento che dev’essere presente nell’esercizio dei quadri.
I quarto punto è che noi dirigenti si tenga sempre presente che le soluzioni dei problemi che abbiamo di fronte sono molto complesse, per cui non possiamo parlare di un’alternativa, ma dobbiamo sempre affrontare ogni complessità con varie alternative. Fidel aveva postulato questo concetto, e l’unica maniera per renderlo efficace è ricorrere all’investigazione scientifica, all’innovazione, perchè molte volte investighiamo, ma senza risultati concreti. E che l’investigazione scientifica trasformata in innovazione, e l’informatizzazione della società usate come strumenti per la soluzione dei problemi, siano uno
degli elementi che ogni dirigente difende nel suo modo d’agire e nel suo modo di fare.
Patricia Villegas.- La sua decisione d’andare nelle province, d’andare a incontrare la gente nelle strade, fa parte di questi elementi di base? Ho visto immagini delle ultime re di un suo percorso in una provincia cubana, con la gente che la saluta, le consegna lettere, le chiede la soluzione di problemi ed anche, Presidente, ho ascoltato qualcosa che non è abituale sentir dire dai mandatari alla gente che svolge funzioni di governo. Cioè: « Ci sono problemi che non possiamo risolvere», un’espressione di sincerità assoluta, riconoscendo i problemi che sono straripanti. Come lo spiega?
Miguel M. Díaz-Canel.- Tutto questo ha molto a che vedere con le riflessioni che, come  ti ho detto, abbiamo fatto sul discorso  del Generale d’Esercito.
Ci siamo resi conto che esiste un anello che va rinforzato nella gestione del governo, che è l’interazione, cioè come cercare una maggior interazione del governo centrale con i governi dei territori, con i governi locali, con i governi provinciali.
Patricia Villegas.- Ha a che vedere con il fatto che lei proviene dalla provincia.
Miguel M. Díaz-Canel.- Io credo che sia molto positivo che qualsiasi dirigente cubano che giunge a un anello di direzione nazionale, abbia fatto esperienza nelle province, esperienze nei territori.
Perchè in un territorio  si difendono nello stesso tempo i programmi nazionali, i programmi fondamentali per la Rivoluzione, ma si devono anche difendere, sviluppare e creare, in funzione dei problemi delle comunità, dei problemi delle località, e questo è un elemento che oggi ha molto peso, l’autonomia che vogliamo dare ai governi locali, nel testo del Progetto di Costituzione che si sta dibattendo.
E allora ho detto: riflettiamo sul tema di rinforzare la relazione governo centrale -  governi territoriali e locali; diamo facoltà al Primo  Vicepresidente dei  Consigli di Stato e dei Ministri per far sì che possa seguire direttamente con una struttura formale la relazione del governo centrale con i territori. Per questo i governi di questi territori sanno già che possono rivolgersi direttamente
all’ufficio del  Primo Vicepresidente o al mio ufficio, per cercare una soluzione o per farci conoscere problematiche che superano i limiti di quello che possono  ottenere.
E per complementare questa relazione, abbiamo stabilito tra i vari meccanismi, questo sistema di visite. Stiamo cercando di realizzare le visite assieme al Consiglio dei Ministri, in accordo con il  Consiglio dei Ministri, come minimo due visite nelle province ogni mese, in maniera tale di percorrere due volte ogni anno la stessa provincia.
A questo si aggiunge che l’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, con le sue  commissioni di lavoro, visita con sistematicità i territori. Tutto questo ci dà
un bagaglio, ci presenta un gruppo di problemi da risolvere, ed anche una visione dello spettro di qual’è  il pensiero, la disposizione, quali sono gli stati d’animo, e ci permette di parlare con la gente di tutto questo.
E all’ora di dare una soluzione ai problemi, io dico sempre: prima di tutto,  la costruzione di questo dialogo dev’essere onesta, dev’essere realizzata sulla base della verità, sula base dell’argomentazione.
Patricia Villegas.- Questi percorsi per le province le hanno fatto cambiare la percezione di quali erano i problemi delle province o hanno confermato, diciamo, i problemi centrali di Cuba ?
Miguel M. Díaz-Canel.- Io credo che se si confermano i problemi centrali, possiamo seguire le particolarità, ma soprattutto possiamo sbloccarle, possiamo rendere  più dinamiche la soluzione.
E dico che ci sono problemi che sono così grandi che non hanno una soluzione immediata nella loro totalità, ma che se tutti i giorni li seguiamo bene, possiamo smussarli un pochino per la loro soluzione e quindi non far crescere il problema, ma ridurlo, togliendo pezzi e questa azione costante può generare una sinergia  per affrontarlo e dare una soluzione e non ti fermi, ma avanzi.
Ci sono altri problemi che si possono risolvere immediatamente, perchè li blocca una decisione burocratica, li blocca la mancanza d’attenzione e di sensibilità per una problematica, e questo ce lo comunica  la gente in questo dialogo e in questi incontri, e ci sono problemi che onestamente, e lo dobbiamo spiegare alla gente, superano le possibilità del paese in questo momento.
Patricia Villegas.- Perchè superano le possibilità del paese?
Miguel M. Díaz-Canel.- Io credo che l’ostacolo principale per lo
sviluppo del paese, la cosa che colpisce di più la vita quotidiana dei cubani e delle cubane ed anche la vita economica e sociale, è il blocco. Il blocco imposto dagli Stati Uniti, che è una pratica brutale, io direi che è un fatto di lesa umanità, che attenta contro un popolo, che è un popolo condannato a morire di fame di necessità; il blocco viola anche il territoriale, impone norme nelle relazioni del mondo verso Cuba, che sono totalmente extraterritoriali e che si sono indurite maggiormente in questi momenti, quando impera inoltre un’enorme persecuzione finanziaria.
E allora il flusso dei capitali, il flusso degli investimenti verso Cuba, costa molto lavoro per coloro che hanno la maggiore volontà, perché si fanno molte pressioni da parte del governo degli Stati Uniti per questo, ed è un blocco che ci trasciniamo da 60 anni.
Uno dice, bene, la mia generazione, noi che siamo nati nei primi anni della Rivoluzione, solo per essere nati in Cuba, è una generazione bloccata.
I nostri figli, i nostri nipoti, sono generazioni nate in condizioni di blocco, che implicano condizioni di resistenza.
E credo che ci sia anche un riconoscimento all’eroicità di come un
piccolo popolo, bloccato non da una qualsiasi, ma dalla nazione più poderosa del pianeta, sia stato capace di resistere, sia stato capace di costruire la sua piattaforma emancipatrice che esalta molto e credo che in questo ci sia un’espressione non solo di resistenza, ma di vittoria.
Patricia Villegas.- Secondo lei, che percentuale ha questa costruzione, diciamo, di soluzioni ai problemi che la gente presenta nelle province e nella capitale, adesso e prima, il blocco e quello che il Comandante Raúl Castro chiamava «sciogliere i nodi»? Ci sono molti nodi interni?
Miguel M. Díaz-Canel.- Io credo che il blocco danneggi molto,
perché, guarda, ogni volta che tu analizzi una relazione o un aspetto della vita economica e sociale del paese e cominci a cercare di capire quali sono gli imbrogli, vedi che molti di questi sono direttamente associati al blocco; e altre manipolazioni che sono  soggettive, quelle che possono essere di condotta, del modo di fare, molte volte sono state condizionate dalla mancanza di fiducia che il blocco crea e da questa insistenza con la quale ti obbliga ad agire come in difesa costante, analizzando molto bene che cosa fare perchè non ti possano distruggere.
Allora questo genera, a volte, un rallentamento nelle prese delle decisioni e nella maniera d’affrontare le cose. La gente assume fortemente l’impegno che qualsiasi cosa fa non danneggi il paese, non lo debiliti, e alla fine in tutto c’è una spiegazione con il blocco.
No, io credo che quelli che sono stati ossessionati per bloccarci sono i governi nordamericani. Noi vogliamo vivere nelle condizioni normali di un paese. Noi non siamo una minaccia per nessuno.
Qullo che noi abbiamo è volontà e una vocazione per la giustizia sociale, per costruire un mondo migliore, per costruire un paese migliore.
Ed anche, questa vocazione per la giustizia sociale che abbiamo sempre avuto, adesso, nelle condizioni attuali, la vogliamo accompagnare con una società che abbia prosperità e il principale ostacolo per questo è il blocco.
Patricia Villegas.-  Parliamo del Progetto di riforma della Costituzione.
Se un’azione fondamentale per non conquistare questa prosperità alla quale il popolo cubano aspira e la comunica a lei sia in provincia che nella capitale è il blocco, allora perchè state discutendo una nuova Carta Magna? Perchè rivedere da dentro, se un effetto fondamentale viene da fuori?  
Miguel M. Díaz-Canel.- La domanda è interessante e relaziona molti elementi della nostra realtà.
Bene, che eliminino il blocco non dipende da noi, dipende dal Governo degli Stati Uniti. Pertanto, noi non possiamo subordinare la nostra ansia di realizzazioni, la nostra ansia di giustizia sociale, di prosperità, a quello che può esercitare come politica un governo straniero.
Noi siamo coscienti che dipendiamo dalla nostra stessa forza, dal nostro impegno, dalla nostra volontà e dal nostro sforzo.
Negli ultimi anni abbiamo realizzato un dibattito molto intenso dal Sesto Congresso del Partito, poi potenziato nel Settimo Congresso del Partito sulle problematiche dell’economia e la società ed siamo giunti alla conclusione molto importante che dobbiamo attualizzare il nostro Modello Economico e Sociale, considerando lo scenario del blocco.
Tutto sarebbe molto favorevole senza il blocco, per cui noi ci prepariamo e cerchiamo di fare meglio le cose nel peggiore degli scenari: cioè nello scenario del blocco, e abbiamo stabilito un gruppo di decisioni che attualizzano il Modello Economico e Sociale: abbiamo concepito e riconosciuto un settore non statale dell’ economia…
Patricia Villegas.-Che cresce molto.
Miguel M. Díaz-Canel.- Che cresce, che è un complemento dell’economia statale e non è, diciamo, il settore privato del neoliberalismo; è un settore non statale, un settore privato che complementa quello che si fa dall’impresa statale, che ha relazione con l’impresa statale o con lo Stato, che si trova nel Piano dell’Economia e nella nostra pianificazione, con quanto apporta al Prodotto Interno Lordo, e quanto si deve investire in questo settore per far sì che abbia facilità di produrre o dare servizi, quanto rappresenta nella percentuale della forza lavoro nel paese.
Pertanto, è implicito nella nostra programmazione economica e in tutte le nostre proiezioni ed è un settore che, io direi, è impegnato con la Rivoluzione nella sua maggioranza.
E siamo andati più avanti e non solo abbiamo riconosciuto  proprietà privata e l’esistenza di questo settore privato, ma siamo andati avanti nella gestione da alcune parti della proprietà statale per forme non statali; ossia c’è una proprietà statale che si concede senza cedere la proprietà, per far sì che possa essere gestita in forme non statali, cioè da lavoratori privati o cooperative.
In questi tempi abbiamo ampliato la nostra visione sui diritti civili, i diritti umani. Lo stiamo facendo perchè abbiamo firmato, e ci sentiamo impegnati, differenti accordi a livello internazionale che non erano veramente espressi nella nostra Costituzione, ed anche il modo di pensare dei cubani su temi che prima erano tabù o erano argomenti che si affrontavano da altre posizioni, oggi si vedono con un’altar messa a fuoco, soprattutto dalla popolazione giovane.  
E questo già ci portava e stavamo già entrando non in una totale contraddizione, ma sì in una limitazione…
Patricia Villegas.-  È un crocevia?
Miguel M. Díaz-Canel.-  È un crocevia tra quello che è istituzionale con le cose che stiamo cercando di sperimentare, in cui stiamo cercando d’avanzare.
Pertanto, era necessaria la riforma costituzionale.  E questa riforma costituzionale, prima di tutto, rinforza un gruppo dei nostri postulati, delle nostre convinzioni, mantenendo la proprietà statale come priorità fondamentale, anche se combina altre forme di proprietà. Si amplia tutto un gruppo di diritti e si continua a riconoscere ovviamente il ruolo del Partito come forza dirigente della nostra società. E cerchiamo anche, per ottenere una maggiore autonomia dei governi municipali, di risolvere questi problemi di funzionamento del governo centrale, con una struttura più coerente nelle forme di governo.
Patricia Villegas.- È uno sguardo più pragmatico sul paese, sulla sua realtà?
Miguel M. Díaz-Canel.-  Credo che sia uno degli elementi più rinnovatori espressi nelle Linee approvate nel Sesto Congresso, ratificato con una maggiore ampiezza nel Settimo Congresso, e molto ben redatto nella Concettualizzazione del Modello Economico e Sociale Cubano e che adesso
ha, diciamo, un appoggio legale dal Progetto di Costituzione che è l’autonomia  ai municipi. Se diamo autonomia ai municipi, necessitiamo che non ci sia una struttura provinciale rappresentativa che limiti quello che può fare come esercizio nello sviluppo locale la rappresentatività municipale, e per questo stiamo pianificando di modificare e lasciare a livello di provincia un coordinamento di governo, un coordinamento d’amministrazione e quello che c’è di rappresentativo in questo municipio.  
Patricia Villegas.- Questa è diciamo una visione dell’amministrazione dello Stato, ma non necessariamente sono i temi che generano un maggior dibattito nella popolazione cubana di fronte a questo nuovo progetto di Costituzione.
Miguel M. Díaz-Canel.-  Credo che la gente lo intenda già, lo assuma come una necessità, non lo veda come un passo indietro, ma al contrario. E se il dibattito su questi temi in qualche momento si basa sul fatto che la parola di governatore o di intendente è adeguata  o meno, ha a che vedere con ragioni storiche.
Patricia Villegas.- E anche con un’altra parola: se il paese continuerà ad essere comunista. La società cubana ha rinunciato ad essere una società comunista?
 Miguel M. Díaz-Canel.-  Quí credo che si debbano vincolare elementi di convinzione, elementi di filosofia e di scienza, elementi della teoria che non possiamo negare e anche elementi obiettivi. Io non voglio entrare in questo, non sono uno specialista di questo, ma per quello che uno ha studiato e in quello che uno cerca di spiegare, se uno va al marxismo classico, il modo di produzione al quale aspiriamo è quello del comunismo, per  cui comunismo e socialismo sono intimamente relazionati se tu vuoi costruire il socialismo è perchè vuoi arrivare al comunismo e se parli di costruzione comunista, stai intendendo che devi transitare per il socialismo.
Patricia Villegas.- Quindi lei allora non lo intende come una rinuncia.
Miguel M. Díaz-Canel.-  Non lo intendo come una rinuncia. Io intendo che uno qualsiasi dei due termini implica l’altro. Ora sì stima, cercando una Costituzione che sia più vicina a quello che oggi obiettivamente è possibile, oggi siamo più vicini ed è il proposito immediato della costruzione socialista che non smette d’essere una costruzione complessa e ampia.
Per aspirare al comunismo dovremmo aspirare a una costruzione che non dipende da un solo paese, che dipende da una costruzione internazionale, da una costruzione mondiale. Ma, guarda bene, di fatto ho l’esperienza d’aver partecipato a varie assemblee di dibattito popolare quando siamo andati nelle ultime visite nei territori – c’è tanto sapere nel nostro popolo, tanta responsabilità in come la gente partecipa a questo dibattito, che mi ratifica qualcosa che mi ha detto un amico poeta: Nessuno di noi sa più di tutti noi insieme. E una volta, in un’occasione mi ha detto: Non si può sbagliare così tanta gente.
Credo che il testo, che oggi è un buon testo e che la agente riconosce come  un buon testo costituzionale, debba essere irrobustito con l’inclusione degli aspetti che sta già apportando questo dibattito popolare, e l’ultima parola la valuteremo partendo da quello che il popolo propone.
Patricia Villegas.- Nella votazione del mese di febbraio. Ma uno si chiede anche, Presidente, perchè se la Rivoluzione è capace anche di rivedere la sua aspirazione della costruzione di una società comunista o socialista, non si rivedono anche altri temi che sono ugualmente polemici, come per esempio la guida di un solo Partito, in questo caso il Partito Comunista. Perchè questo non entra nel dibattito? O è entrato e non lo sappiamo?
Miguel M. Díaz-Canel.- Patricia, qui c’è una cosa interessante che a volte scherzando fa anche ridere uno. Quali che si preoccupa nodi più se si va ad essere socialismo o comunismo non è il popolo cubano sono quelli che ci diffamano da fuori. Ora c’è gente che ha più aspirazioni di comunismo o di socialismo di noi stessi, quando per tutta la vita hanno litigato con questo, e dimostrano la doppia facciata, la doppia morale che esiste a volte quando si tratta d’analizzare la realtà cubana e non si vedono queste particolarità storiche.
Penso che tutti i temi della Costituzione sono in dibattito, alcuni più accettati in maggioranza e altri sui quali una minoranza non è d’accordo e altri ancora per i quali si costruiscono i consensi perchè ci sono diversità di opinioni.
Il tema del ruolo dirigente del Partito Comunista nella nostra società, al quale non rinunciamo e che è appoggiato dalla maggioranza del popolo, ha a che vedere con ragioni di fondamenta storiche e a volte non si capisce questa realtà cubana, perchè  sempre si cerca di vedere la posizione del Partito o il ruolo che disimpegna il Partito Comunista di Cuba nella nostra società come un partito elettorale, ma nelle condizioni storiche di  Cuba il Partito non è elettorale, ha a che vedere con radici storiche.
Martí fonda il Partito Rivoluzionario Cubano, che è la base di quello che oggi è il Partito Comunista di Cuba dal punto di vista storico, non per cercare un partito per le elezioni.
Martí cerca un partito per affrontare e sviluppare la Rivoluzione che avrebbe dato l’indipendenza e la sovranità al paese, sulla base dell’unità, un partito che fosse totalmente aperto e democratico, per includere gli interessi della maggioranza in funzione dell’indipendenza e della sovranità e che non desse possibilità di una divisione.
Nella nostra storia è molto marcato il tema dell’unità, la necessaria unità.
Quando uno percorre la nostra storia, quando abbiamo avuto brecce nell’unità, quando si è fratturata l’unità, abbiamo avuto dei rovesci, abbiamo sofferto dei rovesci. La prima Guerra d’Indipendenza, fu la Guerra dei Dieci Anni, una guerra lunga, e il suo inizio lo commemoreremo in ottobre, il150º anniversario.   Nel centenario dell’inizio di questa guerra, Fidel definì una cosa sommamente importante:  la Rivoluzione in Cuba è stata una sola. Per questo l’elemento di continuità è lì, ben concettualizzato, e quelle gesta non solo marcarono l’inizio delle guerre d’indipendenza, ma anche l’inizio delle lotte del popolo cubano ed è stata una sola lotta in tutti questi anni.
Quella lotta, quella Guerra dei Dieci Anni, che fu una guerra lunga ed eroica non terminò con una vittoria precisamente per la divisione che ci fu alla fine e terminò con un patto con la Spagna
Poi si ricorse ad un’altra campagna d’indipendenza e a una guerra che si chiamò Guerra Piccola, che non divenne un guerra grande sempre per la divisione
Dopo le gesta indipendentiste come quelle del 1895, quando esisteva già il concetto del pensiero politico di José Martí, con la partecipazione
del Partito Rivoluzionario Cubano come asse, come guida di quella
guerra, terminò con un intervento nordamericano, con una repubblica
a metà, precisamente per la mancanza di unità. Nel mezzo della repubblica a metà si generò un movimento rivoluzionario progressista, con profonde convinzioni, che raggruppava il meglio dell’intellettualità e della gioventù cubana negli anni ’30, e si conobbe come la Rivoluzione del ’33, e c’è un detto popolare su quei tempi che dice: La Rivoluzione del ‘33 svanì nell’aria. Bene, svanì anche perché mancò l’unità.
La Rivoluzione trionfa con la convergenza di differenti forze, Fidel unisce queste forze, le porta a un processo lungo nei primi anni della Rivoluzione, all’unità del Partito Comunista di Cuba, e il Partito Comunista di Cuba quindi non è un partito di elezioni, è un partito di rivoluzione, è un partito del popolo,è un partito
per ottenere l’unità.
Sono convinto che il nemico della Rivoluzione Cubana sa che il suo principale   impegno per distruggere la Rivoluzione dev’essere frammentare la nostra unità e dirige in questo senso le sue principali proposte di sovversione. E dove sono indirizzate, verso che settore della popolazione in particolare?  
Verso i giovani. Perchè?  Perchè oggi abbiamo una generazione nella quale c’è una differenza temporale di più di 60 anni dal momento storico del trionfo della Rivoluzione. Per questo è una generazione che ha già fatto proprie le conquiste dela Rivoluzione come diritti.
Patricia Villegas.- Le vedono naturali.
Miguel M. Díaz-Canel.- Le vedono molto naturali, non hanno vissuto i primi anni della Rivoluzione, ossia la mia generazione è una generazione che ha vissuto i primi anni della Rivoluzione, che ha visto la durezza d quegli anni, visto come il paese avanzava con la politica della Rivoluzione, come trascorse, diciamo, una tappa molto stabile negli anni ’80 e come dopo, partendo dal crollo del socialismo, cademmo nel periodo speciale. Ma l’attuale generazione di giovani, i nostri figli, i nostri nipoti  sono nati in periodo speciale ed hanno vissuto il periodo speciale.Noi dobbiamo far sì che questa separazione…
Patricia Villegas.- E questa generazione, Presidente, non sta giustamente aspirando ad una maggior diversità, altri partiti politici, altri mezzi di comunicazione, ad altre offerte elettorali, a comunicare e collegarsi con la globalità?
Miguel M. Díaz-Canel.- Questa generazione ha molte aspirazioni, ha molte aspirazinio soprattutto centrate nel fatto che il paese si sviluppi più rapidamente, perchè è una generazione educata con la Rivoluzione, che ha ricevuto i benefici dell’educazione generale e dell’educazione universitaria, che ha avuto la possibilità di far propria la cultura, ossia una generazione, io lo dico, educata e che ha aspirazioni; è una generazione attiva, è una generazione che partecipa. Io credo che l’aspirazione principale di questa generazione non sia andare contro il Partito né contro la Rivoluzione e una parte importante, la maggioranza di questa generazione s’identifica con la Rivoluzione e con il Partito e questo non è il suo tema: il suo tema è assumere, e che la si tenga in considerazione in come partecipare, come apportare di più. I giovani hanno anche aspirazioni di sviluppo tecnologico, hanno aspirazioni sullo sviluppo dell’informatizzazione. È una generazione molto acuta verso la comunicazione sociale e verso la maniera in cui noi…
Patricia Villegas.- Non aspira maggiormente?, io lo dicevo in questo senso,
Presidente.
 Miguel M. Díaz-Canel.- È una generazione che ha anche elementi di diversità, ma è una generazione cosciente che perderà tutto il benefici che le ha dato la Rivoluzione come generazione se perdessimo l’unità.  
Insomma è una generazione che ha fermezza, è una generazione che non ha divisioni, è una generazione che non offre spazi per rompere con la Rivoluzione, ed è una generazione che non è annessionista. Una generazione che difende l’indipendenza, che difende la sovranità e la vuole consolidare e credo che sia una generazione che darà continuità alla Rivoluzione.
Patricia Villegas.- Tra i molti temi che porterebbe la Costituzione cubana, ce ne sono due che generano contraddizioni politiche, soprattutto sul fatto che fuori si parla molto, ci sono molti titoli, e uno di questi a che vedere con il limite della proprietà e il limite della ricchezza. Qual’è la sua posizione di fronte a questo?
Miguel M. Díaz-Canel.- Io non voglio giudicare in anticipo il dibattito che stiamo realizzando a livello popolare con un’opinione personale, anche perchè faccio parte della Commissione che, guidata dal  Generale d’Esercito, ha ricevuto la responsabilità dall’Assemblea Nazionale d’elaborare il Progetto di Costituzione, per cui sono d’accordo con tutto quello che c’è in questo progetto, e ti dico anche che sono d’accordo, sono aperto a tutto quello che possiamo migliorare in questo progetto di costituzione, partendo dall’incorporazione di quello che apporta il popolo. Ora per esempio - e questo ha una forte relazione con le cose su cui abbiamo conversato prima - in questa gioventù e anche nel resto della popolazione c’è una pressione molto importante in difesa dei concetti di giustizia sociale e di uguaglianza costruiti dalla Rivoluzione. Per questo la gente, legíttimamente – io credo che sia una posizione legittima –, si preoccupa molto che ci sia una concentrazione della proprietà e che ci siano concentrazioni di ricchezza.
Patricia Villegas.- Ci sono in Cuba? È successo questo con l’implementazione del Modello Economico?
Miguel M. Díaz-Canel.- Qui credo che non ci sia uno spazio favorevole perchè ci sia una concentrazione di proprietà e di ricchezza partendo dalle norme e da quanto stabilito e il modo in cui funzioniamo.
Quello che accade è che in mezzo alla situazione economica che abbiamo in cui il salario ha perso un poco il suo ruolo e dove abbiamo relazioni di salario – prezzo, che sono complesse – e tutto questo torna al tema, tra le altre cose, del blocco –  ci sono persone che ricevono determinate entrate non precisamente associate al lavoro, che per noi è un aspetto che inorgoglisce, ed è la via principale per la quale gli individui si distinguono in dipendenza dall’apporto e di quel che ricevono in funzione del apporto. Allora la gente, con tutta questa vocazione, con tutta questa aspirazione legittima difende che non ci sia concentrazione della proprietà e che non ci sia concentrazione della ricchezza.
Che succede? Che in un articolo si spiega esplicitamente che non si permetterà la concentrazione della proprietà. Quando abbiamo redatto questo articolo abbiamo sempre concepito che non lasciando concentrare la proprietà non si concentrava nemmeno la ricchezza. Ossia abbiamo i meccanismi per mantenere il controllo della proprietà e della ricchezza nella legge che la Costituzione appoggerà in questo aspetto.
Nel dibattito popolare la gente non sta dicendo di togliere l’articolo. La gente sta dicendo di sottolineare che non ci sia concentrazione della proprietà e che inoltre si aggiunga esplicitamente che non ci sia concentrazione della ricchezza.
Io dico sempre che nel dibattito della Costituzione non solo le persone stanno apportando elementi per il testo, ma che le persone stanno apportando elementi che andranno considerati dopo su come implementeremo la Costituzione con le leggi.
Si dovrà realizzare un ampio esercizio legislativo per il quale ci stiamo già preparando per redigere e sottoporre ad approvazione le leggi che devono appoggiare la Costituzione, perchè non siano vuoti legali.
Così siamo qui nel dibattito, intendendo quello che la gente sta proponendo, quello che deve stare in un testo costituzionale che è una legge, diciamo dei minimi, ossia le massime aspirazioni espresse però nei minimi, per far sì che le altre cose siano più ampie nelle leggi e nei procedimenti che appoggiano le leggi.
Credo che al finale, dove va la discussione… Chiaro che alla discussione che ci sta occupando da un mese più o meno, manca anche l’apporto di settori molto importanti, come quello studentesco, il settore giovanile, il settore accademico, il settore scientifico, perchè il corso è appena cominciato; ma credo che questo indubbiamente sia un articolo sul quale ci dovremo fermare per incontrare le formule.  Perché guarda bene, non è un articolo sul quale abbiamo contraddizioni nel contenuto, ossia la maggioranza è d’accordo che si deve limitare la concentrazione della proprietà e della ricchezza; la discussione è sul piano di quel che ci dev’essere nella Costituzione e che deve stare nelle leggi e nei procedimenti. E lì, come in tutti, credo che il dibattito e la sapienza popolare saranno quelli che diranno l’ultima parola.     
 Patricia Villegas.- Lei si è immaginato, Presidente, la reazione dei settori conservatori in Cuba, sul tema se apparirà nella nuova Costituzione il riconoscimento con diritti civili dei matrimoni o unioni di persone dello stesso sesso?
Miguel M. Díaz-Canel.- Questo è un dibattito molto presente negli ultimi anni, perchè il paese è cambiato, i concetti stanno cambiando, il paese progredisce, noi non stiamo in una campana di vetro e inoltre viviamo le realtà.   
La stessa volontà emancipatrice della Rivoluzione apre anche prospettive di pensiero. C’è una vocazione umanista nel senso del comportamento della Rivoluzione e quindi ti dirò che in questi anni che abbiamo vissuto c’è stata una tremenda evoluzione nel pensiero, sono stati spezzati molti tabù che prima erano cose molto stabilite e credo che ci sia una gioventù che spinge molto in questo, perchè vede in maniera diversa determinati problemi sociali.
Guarda, io prima ti dicevo che con questi criteri che sto dando su articoli specifici,  non voglio pregiudicare il dibattito perchè inoltre…
Patricia Villegas.- No, ma le chiese hanno dato la loro opinione pubblicamente su questo articolo. È valido conoscere quello che pensa il Presidente.
 Miguel M. Díaz-Canel.- Uno ha le sue idee, uno ha le sue convinzioni, ma uno è anche aperto a quello che apporta questo dialogo popolare, perchè non lo abbiamo proposto come un esercizio artistico o per costruire uno scenario fittizio o teatrale: lo abbiamo proposto per convinzione, perchè nella storia della Rivoluzione ogni volta che abbiamao portato cose al dibattito popolare, abbiamo irrobustito l’azione rivoluzionaria.
Patricia Villegas.- Lei è d’accordo?
 Miguel M. Díaz-Canel.-  Io sono d’accordo. E credo che soprattutto la messa a fuoco di riconoscere il matrimonio tra persone, senza limiti, risponde al problema dell’eliminazione di qualsiasi tipo di discriminazione nella società, per non dare spazio a nessun tipo di discriminazione sociale.
Che succede?  Che con questa volontà la gente vede altri elementi che girano attorno al riconoscimento di questo tipo d’unione; prima difendono il tema da un punto di vista semantico, da un punto di vista orirginario, dato che la parola matrimonio deriva da matrice e matrice viene da madre, èd è un concetto molto valido per alcuni, che va rispettato; altri allora  lo vedono con preoccupazione partendo da elementi che sarebbero associati poi all’adozione di bambini, alla responsabilità di questo matrimonio, alla responsabilità familiare.
 Patricia Villegas.- E ai diritti civili.
 Miguel M. Díaz-Canel.- E ai diritti civili.
Per le persone ci sono altre posizioni che marcano alcuni elementi della cultura,  propri della tradizione E io direi con questa onestà che allora escono le differenti posizioni.
Io alla fine difendo che non ci sia alcun tipo di discriminazione e questo è uno dei tipi di discriminazione che a volte sono stati presenti nella condotta della nostra società, anche se si è avanzato molto in questi tempi e ci sono persone e istituzioni che hanno svolto ruoli fondamentali per far aprire questi orizzonti in relazione alla comprensione di questi problemi sociali che sono problemi della concezione umanista nel mondo.
Ma ti dico che l’ultima parola la dirà il dibattito popolare, la sapienza con cui il nostro popolo costruisce il consenso adeguato in questo aspetto.
Patricia Villegas.- La controrivoluzione sta chiamando a votare contro il Progetto di Costituzione.
 Miguel M. Díaz-Canel.- Sì! E io chiamo a che l’opinione in un esercizio cittadino tanto responsabile come questo, l’opinione che uno può avere, più favorevole su un articolo o un altro, non può toglierci la responsabilità che come insieme di Costituzione dobbiamo far nostra, perchè se uno chiama al dialogo, e il dialogo è tra diversi, almeno due persone, uno deve dire . Io ho le mie idee, ma ci sono altri che possono dare altre idee, però alla fine io mi subordino a quello che il paese necessita, a quello che il paese vuole costruire e a non dire per un’imposizione, superbia o caparbietà: No, se non includono questo che è un elemento dei più importanti, che non è compreso, io non voterò a favore della Costituzione o condannerò l’approvazione della Costituzione per questa posizione. Credo che tutti dobbiamo rivedere errori che come cittadini responsabili ci corrispondono inoltre quando tutti abbiamo avuto la possibilità di dare le nostre opinioni.
Patricia Villegas.- Lei ha fiducia che si voterà positivamente la nuova Costituzione nel febbraio prossimo?

 Miguel M. Díaz-Canel.-Io credo che la maggioranza l’approverà, perché il dibattito non è una convinzione imposta, il dibattito sta conducendo a questo. Tu mi parlavi della controrivoluzione. Ti ricordo che la controrivoluzione cubana, quella minoranza che è contro la Rivoluzione in Cuba, non risponde a un progetto nazionale, non risponde a un desiderio di migliorare il paese da una posizione di sovranità e indipendenza. Questa controrivoluzione è prima di tutto annessionista, è uno sciame annessionista; questa controrivoluzione è pagata e finanziata dal governo degli Stati Uniti in forma più coperta o in forme più scoperte, ed ha davvero poco.. anche se possono partecipare, possono stare li nelle assemblee, sono cittadini uguali a tutti, anche se molti preferiscono stare fuori da Cuba. La controrivoluzione non è riconosciuta e non ha appoggio sociale.
Generalmente, quando esprimono un’idea  pungente contro il popolo, contro la Rivoluzione, la gente esprime il suo punto di vista contrario a queste posizioni.
Io ho partecipato a sei riunioni di dibattito. Una parte della stampa straniera, che è sempre molto incisiva verso la realtà cubana, quando siamo giunti al Progetto di Costituzione, ha cominciato a seminare la matrice che in Cuba e soprattutto nei giovani c’era apatia verso la Costituzione e che questo non interessava la gente.
Ma cosa vede uno adesso? Abbiamo stampato tre edizioni del Tabloide della riforma costituzionale e sono terminate. Anche nei luoghi più lontani, nelle comunità isolate e tra le montagne, la gente ti chiede che giungano altre copie del Tabloide.
Tu partecipi a queste assemblee e tutto il mondo porta il tabloide, la gente con scarabocchi, nel miglior senso, ossia simboli e segni che fa uno.
Patricia Villegas.- Con il testo studiato.
Miguel M. Díaz-Canel.- Il testo studiato, sottolineato; ci sono altri che, come ho dovuto fare io, fanno diagrammi in blocco con una pensiero da ingenere, per cercare inetr relazioni.
E la gente partecipa in maniera molto serena, molto serie, molto impegnata in questo dibattito.
Io dico: se a qualcuno questo non interessa, se qualcuno è apatico a questo, perchè  la gente in maggioranza vuole il Tabloide?
Patricia Villegas.- Lei pensa che effettivamente è un dibattito strutturale, oggi, nella società cubana.
Miguel M. Díaz-Canel.- Sì!
Un altro elemento del dibattito: molte persone, soprattutto con più anni, vedono l’importanza della Costituzione non solo per l’oggi del paese, ma per il futuro  e sono molto preoccupate anche per come la Costituzione darà spazi necessari alla gioventù cubana e questo dimostra che esiste un impegno con la continuità e, d’altra parte, come partecipano i giovani.
I giovani apportano idee molto interessanti e inoltre in molte assemblee ho visto che uno dei primi interventi è quello di un giovane che esprime più di quello che dice il testo della Costituzione e che esprime il suo appoggio alla Costituzione dalla posizione dei giovani.
Patricia Villegas.- Vedremo  cosa succederà di fronte a questo, Presidente, nel
mese di febbraio prossimo, quando la gente andrà a votare, no?
 Miguel M. Díaz-Canel.- Chiaramente.
 Patricia, c’è un aneddoto che mi riguarda, dovuto a un elemento d’attuazione sincera, senza cercare d’imporre niente in un’assemblea, che ha avuto, dopo, una certa ripercussione, positiva dico, tra la gente.  
Sono in un centro operaio e c’è un compagno che propone l’inclusione, l’ampliamento di un articolo e alla fine io, perché non ci fosse confusione, perché inoltre è stato rispettato il suo criterio, ovviamente, gli ho detto: «Guarda la sola cosa che ti chiedo è di osservare che c’è un altro articolo in cui si parla e mi pare s’include quello che tu stai proponendo, che ha tutta la legittimità perchè si consideri se lasciarlo nell’altro articolo, se tu credi che deve andare in questo o che si mantengano i due, come credi; è per avvisarti, perchè tu ti renda conto e osservi che in qualche modo è già compreso». Lui ha controllato il Tabloide rapido e ha detto: «Sono d’accordo con quello che mi ha detto il Presidente e ritiro la mia proposta».
Io gli ho risposto: «No, non la ritirare»; e l’ho fatto per convinzione, perchè questo è il modo in cui stiamo costruendo questo dibattito.
«Proponilo, perchè già avere un dubbio e dare un avviso su una cosa che ci fa pensare, e anche se le cose devono essere maggiormente presenti in più di un articolo, deve far pensare dove inserirlo, qui o lì ».
Il giorno dopo- io guardo sempre la mattina soprattutto Cubadebate- ma anche altri media, e controllo in Cubadebate i commenti – un’operaia di quel centro di lavoro mi ha scritto: «Che grande esercizio di democrazia sta vivendo il mio paese, quando un operaio propone una cosa, un Presidente gli risponde, l’operaio ritira la proposta e il presidente gli dice di non farlo». Guarda, non lo sto facendo come un atteggiamento personale, perchè non sono il solo che agisce così, perchè così agisce tutta la nostra gente, e si crea un ambiente di discussione onesto, franco, di rispetto e credo che questo ci porta al consenso che al volte qualcuno che non conosce la realtà cubana non si spiega, come e perchè la Rivoluzione nel mezzo di tante difficoltà mantiene l’appoggio della maggioranza e mantiene questo consenso politico che continua ad essere un impegno del futuro
Patricia Villegas.- Presidente, mi sono soffermata in buona parte del nostro dialogo a parlare giustamente della realtà interna e dei dibattiti interni, perchè sai dentro che fuori da Cuba c’è una tremenda aspettativa, intrigante e inquieta sul destino della Rivoluzione, ma ovviamente il destino della Rivoluzione ha tutto a che vedere con le sue relazioni internazionali.
C’è molta aspettativa con la sua partecipazione nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in questo mese, che lei calpesti il territorio statunitense. Le relazioni tanto strutturali tra Cuba e gli Stati Uniti erano cambiate, si erano trasformate con l’amministrazione di Obama; l’arrivo di Trump ha modificato la situazione, la relazione. Quanto l’ha modificata? Qual’è lo stato attuale di queste relazioni?
Miguel M. Díaz-Canel.- Lo stesso Fidel diceva che nella storia c’erano le risposte al nostro impegno, alla nostra sfida, alla nostra realtà.
Guarda, io credo che dagli inizi della Rivoluzione Cubana si è aperta una possibilità di dialogo con il governo degli Stati Uniti e noi abbiamo sempre stabilito molto bene, o lo ha stabilito Fidel e il popolo lo  ha fatto proprio, che il nostro problema non è con il popolo nordamericano.
Noi rispettiamo il popolo nordamericano, lo ammiriamo e lo amiamo,come amiamo i popoli latino americani. Il nostro conflitto, le nostre differenze non sono con il popolo  nordamericano, sono precisamente con i governi
 nordamericani per la maniera in cui hanno agito verso la Rivoluzione.
Nel 1959, il primo anno della Rivoluzione, quando Fidel fa la sua prima visita negli Stati Uniti dopo il trionfo rivoluzionario, ci va con una volontà di dialogo con il governo degli USA, ma il governo degli Stati Uniti, immediatamente, al trionfo della Rivoluzione ha negato questo dialogo e lo ha negato nel modo più nefasto, lo ha negato persino approvando un’invasione a Cuba che fu una sconfitta, che è stata poi definita la prima grande sconfitta dell’imperialismo in America Latina.
Il fattio è che il dialogo si costruisce in due o più, per cui anche il dialogo ha le sue regole. Non si può aspirare a un dialogo tra disuguali; non si può aspirare a un dialogo dove da una parte ci sono prepotenza, egemonismo e pressioni; non si può aspirare a un dialogo in cui una parte pone condizioni all’altra, de devi rinunciare alla tua sovranità, se devi rinunciare alla tua indipendenza; non si può stabilire un dialogo quando una parte esige  che tu ti sottometta ai suoi disegni.
 Patricia Villegas.-  Queste sono le exigenze di Trump?
 Miguel M. Díaz-Canel.- E queste sono le esigenze che durante tutti questi anni sono state presenti nella pratica della politica nordamericana.
 Quando si è aperto uno spazio differente? Bene, nell’ultima tappa del governo del presidente Obama, e attraverso un lungo processo di conversazioni e di dialoghi, io direi che un dialogo rispettoso aveva aperto uno spazio per il ristabilimento delle relazioni. Un processo che, lo abbiamo sempre considerato, sarebbe stato lungo perchè il modo in cui si era agito aveva creato una forte mancanza di fiducia.
Inoltre c’è stato un processo d’inizio del ristabilimento delle relazioni, sempre con il blocco; il blocco esisteva nonostante quel ristabilimento.
Patricia Villegas.- Ma cuba aveva delle aspettative di maggiori investimenti statunitensi nell’Isola.
 Miguel M. Díaz-Canel.- Ti farò un commento. In quel momento abbiamo stabilito le relazioni e abbiamo cominciato a incamminarci in un processo che sapevamo sarebbe stato la tappa più lunga di quel ristabilimento delle relazioni di normalizzazione, e le normalizzazioni dovevano portare prima di tutto, tra le altre cose, all’eliminazione del blocco.
In quella prima tappa di ristabilimento delle relazioni, abbiamo fatto dei passi avanti e siamo riusciti a dialogare, conversare, mantenere sistematicità di contatti in un gruppo di temi con il governo degli Stati Uniti.
Abbiamo aperto le ambasciate nei due paesi e abbiamo cominciato a muoverci in qualcosa che Raúl aveva definito in maniera magistrale, secondo me, cioè che potevamo avere una relazione civile indipendentemente dalle differenze ideologiche.
Differenze ideologiche che sappiamo che non possono salvare, perchè noi abbiamo posizioni ideologiche totalmente contrarie a quelle che difende il governo degli Stati Uniti; ma abbiamo potuto conversare e abbiamo collaborato in vari temi.
D’altra parte c’è un importate settore delle imprese degli Stati Uniti che vuole avere relazioni con Cuba  e che vuole investire in Cuba.
C’è un importante settore agricolo e dell’allevamento negli Stati Uniti, che vuole questo tipo di relazioni con Cuba. C’è un importante settore accademico e scientifico che vuole avere relazioni con Cuba e, di fatto ci sono determinati scambi.  
Patricia Villegas.- Ma quanto pesano questi settori per poter sbilanciare la posizione dell’amministrazione Trump di fronte a Cuba?
Miguel M. Díaz-Canel.- Chi ha la facoltà di disapprovare la pratica del blocco imposto a Cuba è il Congresso degli Stati Uniti, non è nemmeno il Presidente.
Chiaro, Obama aveva una posizione molto più aperta e molto più riconciliatrice verso questo tema, del Presidente attuale degli Stati Uniti.
 Cosa ha fatto ll Presidente attuale degli Stati Uniti mentre stavamo avanzando in questa relazione? Bene, nel novembre scorso ha dettato misure che sono totalmente inaccettabili nella relazione con Cuba. Queste misure
Secondo noi le ha dettate per fare bella figura, per obbedire a determinati impegni con una mafia anticubana che vive, soprattutto a Miami e tutti conosciamo qual’è stata la sua posizione storica sulla nostra Rivoluzione.  
Ma le misure dettate da Trump vanno contro quello che desidera la maggioranza del popolo nordamericano
Nelle ultime inchieste realizzate negli Stati Uniti sulla loro posizione verso Cuba e a proposito della relazione con il blocco, la gente si dichiara contraria al blocco. Va contro le possibilità dei cittadini nordamericani, limita i cittadini nordamericani, li limita nelle visite a Cuba. I cittadini nordamericani vengono avvisati quando vanno a visitare Cuba, di non venire in questo paese e si raccontano storie sul nostro paese che lo sfavoriscono; si limitano gli imprenditori nordamericani e le persone nordamericane a investire o a sviluppare le relazioni commerciali o finanziarie con un elenco delle imprese cubane che hanno diffuso; limitano i cittadini nordamericani nelle visite al paese e gli incontri delle famiglie cubane.
Patricia Villegas.- E  la prospettiva è che questo non cambierà, Presidente?  Diciamo, nell’era di Trump non si potrà vivere nuovamente un avvicinamento o una normalizzazione?
 Miguel M. Díaz-Canel.- Bene, limita anche i viaggi dei cubani negli Stati Uniti. È stata limitata la presenza del personale cubano nella nostra ambasciata, è stato limitato il personale nordamericano nell’ambasciata.
 Patricia Villegas.- Vi accusano di attacchi sonici. Voi avete indirizzato attacchi sonici contro gli statunitensi?
Miguel M. Díaz-Canel.- Parliamo di questo. Hanno incluso alcuni permessi per i visti che sono quasi attraverso terzi paesi, che complicano tutto e lo complicano. Sono tornati alle minacce e all’imposizione, e nel mezzo di tutto questo hanno creato una grande menzogna e tutta una storia con presunti incidenti acustici che loro hanno chiamato, per peggiorare la cosa, attacchi acustici, termine con il quale noi non siamo d’accordo perchè non abbiamo attaccato nessuno e qui non si violano i diritti di nessun diplomatico. Io credo che se in un luogo si rispettano e si proteggono i diritti dei cittadini stranieri e in particolare dei diplomatici, è a Cuba.
Hanno scalato, cominciando con una storia, e gli scienziati cubani e quelli statunitensi hanno distrutto la storia .   
Patricia Villegas.- Il suo governo ha chiesto aiuto ai russi per attaccare i diplomatici statunitensi?
Miguel M. Díaz-Canel.- Questo è impossibile. Noi abbiamo molta etica per chiedere a qualcuno d’attaccare un altro. Noi non partiamo da un’espressione d’attacco. Noi soprattutto ci difendiamo dagli attacchi. Noi siamo stati attaccati molte volte.  
Noi siamo stati vittime di attacchi di terroristi. Noi siamo stati e siamo vittime del blocco, che è un attacco. Noi siamo stati vittime di campagne diffamatorie su Cuba. Hanno cercato d’eliminare i nostri dirigenti con attentati terroristici. Cuba non attacca. Cuba difende. Cuba condivide. Cuba è solidale. Cuba ha una vocazione per contribuire a che un mondo migliore sia possibile. Indubbiamente va riconosciuto che le relazioni oggi hanno fatto un passo indietro.  
Tuttavia manteniamo canli di dialogo. E qual è la nostra posizione? Credo che questo sia molto interessante.
Noi non neghiamo in nessun momento le possibilità del dialogo. Noi vogliamo un dialogo, ma dev’essere un dialogo tra uguali, dev’essere un dialogo nel quale ci rispettano, e dev’essere un dialogo nel quale non s’impongono condizioni alla nostra sovranità, la nostra indipendenza, né le nostre relazioni con i paesi amici del mondo, perché noi non accettiamo imposizioni e non simao disposti a fare concessioni di sorta di principi e tantomeno nelle relazioni con gli Stati Uniti.     
Patricia Villegas.- La prospettiva allora è che non ci sarà  una comunicazione diretta con  Donald Trump.
 Miguel M. Díaz-Canel.- Se il governo degli Stati Uniti mantiene questo aberrante atteggiamento verso Cuba, non ci sarà dialogo, perchè inoltre il dialogo va visto dalle due parti. Si dovrebbe chiedere a loro se vogliono mantenere questo dialogo con noi. Si dovrebbe chiedere al Presidente degli Stati Uniti se vuole dialogare con Cuba e se vuole dialogare con Cuba non può essere da una posizione prepotente.
Patricia Villegas.- Presidente, voglio proseguire i dialoghi per qualche minuto perchè ci sono temi strutturali che mi pare che lo meritano.
La relazione di Cuba con il Venezuela: Cuba è stata uno dei primi paesi che hanno reagito dopo il tentativo d’assassinio contro il presidente Maduro. Qual’è  la sua visione su quello che avverrà per il Venezuela dopo quest’aggressione nella figura dello stesso mandatario?
Miguel M. Díaz-Canel.- Vediamo, tu lo sai bene che amiamo il Venezuela e io credo che ogni volta che uno fa un’analisi sulla situazione venezuelana e sulle prospettive della sua situazione, il primo sentimento che affiora per noi, oltre a questo amore per il Venezuela, per il suo popolo, per la sua storia, per i suoi leaders, è anche il riconoscimento,  l’ammirazione per quello che il Venezuela ha fatto.
Il Venezuela, per primo, con Chávez ha cambiato la tradizione dipendente di un paese che è chiamato a disimpegnare un ruolo importante in in America Latina, per la sua condizione di paese con una ricchezza naturale e risorse enormi, e per la sua storia; Chávez allora aperse gli orizzonti di un nuovo Venezuela.
Chávez, con la su amicizia con Fidel, con la sua relazione con Fidel, che inoltre per i cubani fu una relazione unica e non per caso per Fidel, e il popolo lo considera così, il miglior amico, e sono stati superati non solo un progetto del Venezuela e un progetto cubano, ma anche un progetto d’integrazione latinoamericano, che è stato concretato in vari ambiti: nell’ambito Celac, nell’ambito Unasur e nell’ambito dell’ALBA.
Patricia Villegas.- Presidente, questi meccanismi sono feriti a morte?
Miguel M. Díaz-Canel.- Patricia, tu mi fai le domande più rapidamente di quanto velocemente io ti possa rispondere. Dai, resta attiva, è uno scherzo, sei molto professionale nel tuo lavoro.
Patricia Villegas.- Molte grazie, Presidente.
Miguel M. Díaz-Canel.- Allora paragoniamo il Venezuela prima di  Chávez e il Venezuela con Chávez. Io credo che il popolo bolivariano, il popolo  venezuelano,abbia ricevuto una quantità di benefici e di conquiste delle quali è divenuto anche partecipe e queste conquiste allora sono state trasferite e condivise con il resto dei paesi latinoamericani in questi meccanismi d’integrazione che inoltre comprendono impegni e sfide, come quelli che mi chiedevi.
Gli Stati Uniti hanno sempre trattato con tutti i mezzi di far cadere il governo di  Chávez, usando, persino le pratiche  perverse.
Ricorda che si tentò di sferrare un colpo di Stato a Chávez, che cercarono d’assassinarlo; Chávez sopravvisse a quel colpo di Stato e continuò ad essere un leader importantissimo per il Venezuela, per l’America Latina e per il mondo.
Chávez fu un leader eletto legittimamente come presidente in varie elezioni, riconosciute dalla comunità internazionale come processi molto onesti e molto limpidi.
Muore Chávez e viene Maduro, un presidente operaio. Cosa ha pensato l’imperialismo? Che il presidente operaio non avrebbe sopportato le pressioni, non sarebbe stato capace di mantenere la continuità del legato di Chávez ed hanno sbattuto contro la porta. Io credo che Maduro sia un leader molto conseguente con un impegno tremendo, con il legato di Chávez. Adesso uno lo analizza alla luce di questi giorni e uno si rende conto che Chávez non si sbagliava quando propose Maduro.
E Maduro, l’unione civico militare, il governo venezuelano, la Rivoluzione Bolvariana, il popolo che è stato aggredito, io direi, con l’espressione più alta della guerra non convenzionale utilizzando campagne mediatiche propriamente, diffamatorie, alienanti, seminando sfiducia, pagando la violenza e provocando la violenza dentro la società venezuelana per destabilizzarla, utilizzando blocchi; anche se non è ufficiale, c’è un blocco imposto al Venezuela, c’è un blocco economico in Venezuela, un blocco finanziario contro il Venezuela.
Ci sono un’oligarchia e una destra venezuelane che non vogliono che si continuino a condividere con il popolo i benefici di queste conquiste.
Che cosa ha fatto Maduro, cosa ha fatto il governo e cosa ha fatto l’unione civico militare?  Hanno resistito a tutte le aggressioni.
 Patricia Villegas.- Resisterà, resisterà.
 Miguel M. Díaz-Canel.- Resisteranno e vinceranno e io credo che stiano resistendo e inoltre stiano vincendo e costantemente sono stati capaci d’incontrate prospettive per saltare gli ostacoli. Io credo che allora questo ha  prima di tutto dislocato la destra venezuelana, che oggi non ha alternative; hanno dislocato l’oligarchia venezuelana ed hanno dislocato anche il governo degli Stati Uniti, con la loro posizione verso il Venezuela. Cosa lo denuncia? Il tentativo di attentato, il tentativo d’assasinare  Maduro. Se uno analizza questo fatto, uno dice: qui sono presenti due cose. Prima di tutto l’andare alla ricerca dell’assassinio è espressione d’impotenza di fronte al trionfo della Rivoluzione
Bolivariana, e, d’altra parte, il silenzio sul crimine dimostra che esiste una complicità.
Patricia Villegas.- Cosa avviene in un paese dopo un tentativo d’ assassinio del presidente.
Miguel M. Díaz-Canel.- Credo che cercheranno di continuare a fare pressione, d’intensificare le pressioni; cercano una rottura in America Latina per far sì che altri si sommino a queste pressioni; vanno a porre condizioni ai paesi latinoamericani e sappiamo che ci sono stati vari percorsi di persone che occupano importanti incarichi nel governo dell’amministrazione Trump in America Latina, facendo pressioni ai popoli latinoamericani e dei Caraibi e cercando una posizione contraria al Venezuela; quel che c’è però è che i popoli latinoamericani sono degni e molti governi sono degni, nella loro maggioranza  riconoscono tutto quello che ha fatto il Venezuela e riconoscono il ruolo del Venezuela.
E allora - e questo ha a che vedere con le altre domande che mi hai fatto - hanno anche cercato di dividere, di fratturare l’unità nei meccanismi d’integrazione.
 Patricia Villegas.- Se l’Ecuador esce  dall’ALBA, se la Colombia esce da Unasur. Per questo le ho domandato, Presidente, della cornice, dato che ovviamente il Venezuela è un riferimento in questi meccanismi d’integrazione, se sono feriti a morte.
Miguel M. Díaz-Canel.- Tutto questo che sta avvenendo, Patricia, secondo me, è la manifestazione di una piattaforma di restauro capitalista, coloniale, neocoloniale, neoliberale, che il governo degli Stati Uniti sta cercando d’imporre in tutta l’America Latina, perchè non si sono rassegnati alle conquiste dei popoli latino americani in un decennio nel quale è affiorato un gruppo di processi sociali e di processi rivoluzionari.
Patricia Villegas.- Non si rinforzarono a sufficienza, Presidente?
Miguel M. Díaz-Canel.- Io credo che si sono indeboliti. Anche i processi rivoluzionari presentano complessità soprattutto quando si tratta di cambiare la base economica del capitalismo nelle circostanze attuali.
I nordamericani non vogliono che Cuba si ripeta in nessun luogo dell’
America Latina. Ricorda che nei primi anni l’oligarchia cubana andò negli Stati Uniti e sferrò dagli Stati Uniti la sua guerra sporca. In Venezuela l’oligarchia e la contro rivoluzione stanno nello stesso paese, appoggiate e stimolate da tutti i punti di vista dall’amministrazione nordamericana.
Ora che succede? Cos’ha significato l’ALBA-TCP? Io direi che nessun processo  integrazionista, di qualsiasi tipo, a livello regionale e in così poco tempo ha mai avuto più successo dell’ALBA. Ricordiamo che con l’ALBA, immediatamente, in pochi anni, quattro paesi sono riusciti ad eliminare l’analfabetismo, con il metodo Io sì posso, ch modestamente abbiamo apportato noi cubani. E io direi: quello che si è ottenuto con l’ALBA in quattro paesi è ancora oggi una chimera per molti popoli e paesi del mondo.
E penso sempre: Cuba, al trionfo della Rivoluzione, nei primi anni si è dichiarata  territorio libero dal’analfabetismo. Hanno dovuto passare più di 50 anni per far sì che altri paesi latinoamericani potessero liberarsi dalla sequela dell’analfabetismo. E come ci si è riusciti? Con l’integrazione, con la collaborazione, con la cooperazione, ma una collaborazione solidale.
Questa solidarietà che vogliamo è che cambi la maniera in cui il mondo oggi si globalizza; non vogliamo una globalizzazione egemonica, vogliamo una globalizzazione solidale, e questa globalizzazione solidale ha permesso  tutto questo.
 Patricia Villegas.- Ma se tutto questo è così positivo, Presidente, perchè L’Ecuador esce dall’ALBA e perchè la Colombia esce da Unasur?
 Miguel M. Díaz-Canel.- Questa espressione solidale che vogliamo per la globalizzazione, ha fatto sì che con l’ALBA -TCP milioni di persone, in maniera gratuita, hanno riacquistato la vista. E io direi: che ingiustizia condannare una persona a non vedere in tutta la vita per una cataratta, quando questa è un’operazione che si esegue in pochi minuti!
Così siamo avanzati nei programmi di salute, nei programmi d’educazione, nei programmi sociali.
Petrocaribe, che è una piattaforma energetica per dare sostenibilità e sicurezza energetica ai popoli dei Caraibi, con una posizione altamente altruista da parte del Venezuela di condividere una delle risorse che nel mondo provoca guerre, che nessuno condivide e che per appropriarsi di una di queste risorse si forma la guerra. Il Venezuela le divide con la comunità dei Caraibi. Così l’ALBA-TCP ha molto valore dalla sua fondazione per romperla e credo che siamo in molti ad essre impegnati a mantenere l’ALBA –TCP
Patricia Villegas.- Anche con l’uscita dell’Ecuador?
 Miguel M. Díaz-Canel.- Anche con l’uscita dell’Ecuador.
 Patricia Villegas.- E è lo stesso con Unasur, Presidente?
 Miguel M. Díaz-Canel.- Lo stesso con Unasur. Credo che le rotture che sono state provocate sono parte di questa strategia d’instaurazione del neocolonialismo. Coloro che non sono all’altezza di questo tempo si sottometteranno all’impero e riceveranno le conseguenze di sottomettersi all’impero. La storia darà ragione a noi che difendiamo per convinzione l’integrazione latinoamericana e caraibica, l’unità  latinoamericana e caraibica,
coscienti che possiamo essere la regione dove si vive con la pace maggiore e la maggior prosperità nel mondo. Si dovrà vedere al passaggio della storia e credo che si sia già dimostrato, sono già una costruzione reale i benefici che apporta questo tipo di collaborazione, questo tipo di solidarietà che non parte dall’egoismo, che non parte da banalità, ma parte da vocazioni molto umaniste .
La Celac ha apportato che è possibile l’unità nella diversità e la Celac per questa posizione d’unità nella diversità, ha potuto costruire un Proclama di Pace per tutta l’America Latina e i Caraibi, pace che ora è minacciata, quando ci sono paesi che vogliono instaurare basi militari nordamericane nel loro suolo,  quando ci sono alcuni che cercano di provocare dalla frontiera situazioni complesse per la Rivoluzione Bolivariana.
Ma io credo che supereremo tutto questo nella storia.
In un’edizione del Forum di Sao Paulo realizzata a Cuba nel mese di luglio scorso c’è stata una riflessione molto importate su questi temi della sinistra latinoamericana. Considero che la sinistra  latinoamericana è molto cosciente degli impegni e delle sfide che abbiamo nel presente e avremo nel futuro e che dobbiamo integrarci maggiormente, dobbiamo unirci.
Solo se saremo divisi daremo l’opportunità di distruggere queste costruzioni sociali e politiche.
Patricia Villegas.- Lei mi ha parlato di pace e ovviamente non posso tralasciare di chiederle il ruolo di Cuba nel processo di dialogo in Colombia. Si mantengono sempre i dialoghi con il ELN nel momento in cui lei ed io stiamo qui conversando nelle piattaforme di Telesur, ma ci sono serie preoccupazioni sul compimento degli accordi da parte dello Stato colombiano ed anche di alcuni ex comandanti della guerriglia delle FARC, su quanto pattuito a L’Avana e poi  pattuito nuovamente a Bogotá.
Qual’è la sua prospettiva di fronte alla pace in Colombia e la posizione del suo governo è di continuare o meno ad accompagnare i dialoghi del ELN?
Miguel M. Díaz-Canel.- La pace è un processo necessario per la Colombia e il nostro modesto contributo a questo processo è per convinzione, per principio: per noi difendere la pace in qualsiasi luogo del mondo è un principio, aspiriamo a una pace universale che possa facilitare un ordine economico internazionale differente.
Noi ci prestiamo sempre come garanti per la pace, offriamo  il nostro territorio, le nostre possibilità per far sviluppare i dialoghi anche per un problema etico e per un problema di principi. Quello che facilitiamo è perche le parti possano conversare, possano risolvere i loro problemi.
I problemi dei colombiani li devono risolvere i colombiani senza ingerenze, come i problemi del Venezuela li deve risolvere il popolo venezuelano e per questo noi dobbiamo appoggiare la lotta per la pace in Colombia.
 Patricia Villegas.- Le due ultime domande, anche se ne sono restate moltissime nei miei fogli pieni di scarabocchi, come lei ha detto in una parte del dialogo. Il significato che lei attribuisce alla vittoria di López Obrador in
Messico, in questo forse nuovo momento d’integrazione, di revisione di meccanismi in tutta la regione. Che valore assegna alla vittoria di López Obrador?
 Miguel M. Díaz-Canel.- Il Messico è un paese molto importante nella regione.
Il Messico è un paese molto caro per Cuba e ci sono molte relazioni storiche congiunturali. Non è per caso che la Generazione del Centenario trovò uno spazio in Messico, quando uscì di prigione, per prepararsi per le gesta rivoluzionarie, e dal Messico partì il Granma.
Il Messico con Cuba ha sempre avuto una posizione. Quando tutti ruppero, il Messico mantenne le relazioni con Cuba.
 Patricia Villegas.- Ma poi ci fu un episodio di «mangia e vattene».
 Miguel M. Díaz-Canel.- D’accordo, ma di governo. Il popolo cubano e il popolo messicano sono sempre stati molto uniti, si vogliono molto bene e queste cose nessuno le può rompere.
López Obrador è una speranza per il Messico ed è una speranza per L’America Latina e i Caraibi. Un governo di sinistra come quello di Obrador, con una personalità come Obrador alla guida di questo governo, bilancia i problemi in materia di correlazione di forze sofferte  negli ultimi anni in America Latina López Obrador ha già precisato la sua posizione in relazione al Gruppo di Lima.
López Obrador, oltre che un impegno tremendo per il rinnovo del Messico, con lo sviluppo del suo paese, continuando a lavorare perchè i messicani soffrano meno disuguaglianza, vuole operare molto e assime per l’America Latina e i Caraibi.
Patricia Villegas.- Cuba è disposta ad aiutare.
Miguel M. Díaz-Canel.- Certo che sì, lui ha convocato e Cuba parteciperà, appoggerà, ed abbiamo ricevuto con molta soddisfazione la notizia della  vittoria di López Obrador, in Messico.
Patricia Villegas.- Quando abbiamo iniziato questo dialogo io le ho chiesto che cosa hanno significato questi quattro mesi di governo e lei mi ha parlato della gestione, della visione che ha e lì ci siamo addentrati, diciamo, nei dibattiti intensi che si stanno realizzando nella società cubana.
Ma quest’ultima domanda è per l’uomo, il nonno, il padre, il marito.
Che padre ha potuto essere in questi quattro mesi, che nonno è stato in questi quattro mesi, che musica ha potuto ascoltare in questi quattro mesi? E un’altra domanda, questa che è l’ultima: quante volte ha parlato con Raúl in questi quattro mesi di governo?
Miguel M. Díaz-Canel.- Bene cominciamo dall’ultima. Io lo ho espresso in un intervento che ho fatto nella sessione di Chiusura dell’Assemblea Nazionale che si è svolta nel mese di luglio scorso, e credo che non ci sia nessuno più privilegiato di me come Presidente, che conta con l’appoggio del Generale d’Esercito, del nostro primo segretario del Partito, con tutta questa storia che lui ha come leader della Rivoluzione Cubana.
Con Raúl parliamo praticamente tutti i giorni. Raúl segue con attenzione con quale intensità lavoro, segue tutto quello che si fa, chiede informazioni sulle cose che stiamo proponendo, partecipa alle riunioni e ai dibattiti, consiglia in maniera molto sincera e con modestia, senza vanità e senza cercare d’imporre qualcosa o limitarci in qualcosa, e in questa relazione – è un sentimento molto personale – a volte … a volte no, sempre, sento che è come un padre che mi sta guidando, e che nello stesso tempo mi lascia camminare, e questo non lo rifletto solo come un elemento personale – lui ci sta lasciando camminare, ci sta lasciando fare  senza tralasciare di svolgere le sue funzioni e la sua gerarchia di Segretario del Partito. Io credo che questo dia molta fiducia al popolo.
Così come diede molta fiducia al popolo che, quando Fidel si ammalò e dopositò la responsabilità in Raúl, Fidel era presente – come disse Raúl – e Raúl aveva sottolineato che stava sempre consultando Fidel sui problemi fondamentali della nazione, e il popolo è molto cosciente che Raúl è presente, è attivo ed è sempre informato su tutto quello che stiamo facendo.  
Per questo credo che in tutto quello che si fa c’è una comunità di impegni del Partito, del Governo, della nazione con il popolo, e io mi sento più sicuro allora, e con i compagni del Consiglio dei Ministri, del governo, ci sentiamo più sicuri avendo questa guida, questa conduzione e per la maniera in cui lui educa e fa le cose.
Quando Raúl conversò con me prima, quando mi propose di diventare Primo Vicepresidente, io, ovviamente non avevo mai aspirato, nè pensavo d’essere la persona che doveva occupare quell’incarico, ma lui me lo spiegò in una maniera molto paterna e nello stesso tempo così esigente, dando fiducia, e inoltre con la convinzione di chi deve preparare la continuità, perchè lui sì che era totalmete cosciente che quando gli toccherà, dovrà dare il passo a un’altra generazione Ossia questo era nella sua convinzione e lui in questo non ha fatto mai nessuna concessione.  
Patricia Villegas.- Calzare queste scarpe...
 Miguel M. Díaz Canel.- Il popolo gli ha chiesto di continuare, di andare avanti e lui ha risposto che si doveva partire dall’esempio, perchè lui non sta pensando solo nel momento attuale, lui sta anche pensando alla continuità della Rivoluzione, al futuro della Rivoluzione, quando nessuna generazione, nè la mia, né le future, avranno il merito storico che ottennero Fidel, Raúl e la generazione che loro hanno guidato, e staranno conducendo il paese.
Pertanto, questa è un’esperienza che ha anche una bellezza rivoluzionaria e io credo che sia un’esperienza che dà un forte esempio e nello stesso tempo ti sottopone a un forte impegno. Uno sta transitando, facendo passi nel cammino che loro hanno aperto.
Ossia, è come se uno stesse facendo modesti passi dietro a due giganti, due giganti morali, due giganti etici, di due giganti rivoluzionari;e allora io mi guardo intorno e dico: non li faccio io solo, li stiamo facendo tutti e per questo ogni volta parliamo di più di una direzione collettiva, di una direzione dove oltre all’impegno c’è un attuazione in funzione del grande e del piccolo, della strategia ma anche del dettaglio e queste sono convinzioni che Fidel e Raúl hanno impregnato in noi.
Quando uno percorre le province apprezza che in mezzo a tante difficoltà ci sia un popolo valoroso, un popolo dedicato, un popolo colto, un popolo molto impegnato, un popolo attualmente investito, e a volte tu ti stupisci per le soluzioni che incontra per affrontare le avversità. Un popolo che trasmette molto affetto, molta fiducia.
Devo dirti che personalmente faccio uno sforzo tremendo per le cose che sono pubbliche. In generale io sono riservato, diciamo che sono timido. Quando partecipo a questi percorsi e vedo a volte che c’è una folla nella strada, questo mi emoziona, ma mi dico sempre, vado a parlare con la gente e vado verso la moltitudine e comincio a conversare, chiedo, parlo delle cose che stiamo facendo, di quello che abbiamo visto, perché la gente vuole sempre sapere se uno conosce davvero i problemi che ci sono. Alcuni presentano problemi, insoddisfazioni e noi spieghiamo, diciamo quello che stiamo progettando, ma la gente viene con un sentimento io dire d’appoggio, non per la persona che in quel momento sta conversando con la gente, ma per quello che vedono come un’estensione d’appoggio alla continuità. E le prime sono queste frasi: Non deludere Fidel e Raúl, Viva Fidel!, Viva Raúl!».
Così questo ti appoggia molto, ma nello stesso tempo t’impegna molto e uno dice: Che legato ha uno da difendere, che enorme responsabilità, ma allora non ti puoi far schiacciare da questo affetto e da questo impegno, al contrario si deve acquistare forza e dire: « Andiamo avanti in marcia, perchè non siamo soli, stiamo con questo popolo e dobbiamo lavorare insieme e dobbiamo dare una partecipazione a questo popolo, come ha sempre fatto la Rivoluzione!».
In un’occasione, in un recente Consiglio dei Ministri, ho condiviso con le mie compagne e i miei compagni di governo dicendo loro: «Di fronte a un popolo così eroico e così impegnato, la ragione delle nostre vite, l’unica ragione che possono avere le nostre vite e la dedizione totale operando, creando, lavorando senza stancarsi e con fedeltà a questo popolo, che è anche fedeltà alla Rivoluzione e fedeltà a Fidel e Raúl, e questo lo si ha per convinzione».
E questo si sperimenta bene nel piano familiare. Uno non può occupare responsabilità come persona, tralasciando quelle della sua vita; uno è un essere sociale, uno vive in un gruppo di amicizie, in un collettivo con persone che occupano responsabilità, tra un gruppo dove c’è anche la famiglia.
Io ricevo comprensione dalla mia famiglia, appoggio, ma i ragazzi sono molto critici e con una franchezza tremenda mi dicono cose che credono siano da migliorare, che partono dalle loro personali esperienze, per cui anche in casa c’è un dialogo che è lo stesso dialogo che c’è a livello della società.
Patricia Villegas.- Una tormenta di domande in questa intervista.
Miguel M. Díaz-Canel.- E a volte qualcuno mi dice: «Ma in casa non si deve parlare di queste cose», ma sempre ne parliamo e io credo che debba essere così, genuino, perché non credo che ci sia una casa cubana dove si possa evitare di conversare e dibattere sulle realtà.
Mia moglie è una donna molto capace, mi aiuta molto; è un’accademica e si è specializzata in temi della letteratura e della cultura, soprattutto cubana. Mi dà molta fiducia, è molto obiettiva nell’ora d’analizzare un problema, di criticare un problema, mi fa anche da controparte e condividiamo molti interessi comuni, per non dire tutto, e quindi io condivido con lei idee e discussioni. Le chiedo opinioni sulle idee che ho, sulle cose che voglio proiettare, le chiedo criteri su come ho redatto un discorso o su come giungere con un’idea, e in tutto questo ricevo un grande appoggio.  
Condividiamo altre cose in famiglia, come la musica che suscita tanto la spiritualità e condividiamo anche la poesia. Due dei tre ragazzi sono artisti e quindi in casa è molto comune, quando c’è tempo la domenica, soprattutto a pranzo e io dico sempre :«A qualsiasi ora ma pranziamo tutti insieme», e perlomeno cerchiamo di preservare la domenica a qualsiasi ora, anche se si fa molto tardi, per pranzare in famiglia e lì i ragazzi suonano, cantano o cantiamo un pochino tutti.
Patricia Villegas.- Canta anche lei?
 Miguel M. Díaz-Canel.- Sono molto stonato e loro cominciano subito a prendermi in giro quando mi sentono cantare, ma già lo considerano inevitabile e mi dicono:«Bene, forza che canti quello che vuole». Trascorriamo tempo anche con i loro compagni, con gli amici e questo mi da molta forza.
 Patricia Villegas.- E il nipotino le strappa sorrisi.
 Miguel M. Díaz-Canel.- Il nipotino mi strappa sorrisi e così si conferma quello che mi diceva mia mamma: «Uno alleva i figli con i quali è molto esigente e vizia i nipoti», e già sto viziando i nipoti e mi rendo conto che sono un nonno che li vizia.
Patricia Villegas.- Oggi abbiamo conversato con il nonno presidente di Cuba. Molte grazie per questo tempo.
Miguel M. Díaz-Canel.- Molte grazie a voi, Patricia. Voi sapete quello che significa per noi Telesur. Io realmente non sono una persona da interviste, mi piace molto di più fare che parlare e sino ad oggi non avevo rilasciato nessuna intervista. Questo mi procurerà un poco di disaccordo con i miei amici della stampa cubana. Mi sono già arrivate richieste del gruppo di Cubadebate e del quotidiano Granma; ma credo che nessuno sia geloso di questa intervista a  Telesur, porchè Telesur è anche di Cuba.  
Patricia Villegas.- È così, Presidente.
Miguel M. Díaz-Canel.- Telesur è l’America Latina. Telesur è anche quella che realizza come media un ruolo importante per far sì che giungano nel mondo i contenuti emancipatori dell’America Latina, come controparte di ogni espressione mediatica colonizzatrice che cercano d’imporci.
Grazie a te e grazie al tuo staff. Ci siamo sentiti molto bene e credo che anche voi vi siate sentiti come a casa.
Patricia Villegas.- Aspettiamo le reazioni dei nostri utenti attraverso le reti sociali nelle piattaforme di Telesur in inglese e in spagnolo.
Abbiamo parlato dallo stesso Palazzo della Rivoluzione, in Città de L’Avana, con il Presidente di Cuba. Molte grazie per la sua compagnia.
 
(Versione Stenografica del Consiglio di Stato /Traduzione Gioia Minuti- Granma Int.)